di Mariaelena Tucci

 

Chi è l’altro?

L’etimologia del pronome risulta affascinante e insieme emblematica: in latino, altĕr, altĕra, altĕrum significa “opposto”, diverso”; nelle enumerazioni, sta a indicare “il secondo”, “il successivo”; nella coppia, l’altro rappresenta letteralmente “uno dei due”.

 

Uno dei due

Iil-fu-mattia-pascal-copertinan base a cosa, però, si definisce l’“uno dei due”? E qual è il confine che separa l’io dal suo riflesso, dalla sua ombra? Da sempre, l’uomo ha cercato di dare e di darsi delle definizioni con i miti (come quello di Narciso), con le rappresentazioni teatrali (è il caso delle commedie del doppio di Plauto) e, non da ultimo, con i romanzi; pensiamo, ad esempio, a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886) di Robert Louis Stevenson, al Ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde fino ad arrivare, nell’ambito della letteratura nostrana, a Il fu Mattia Pascal (1904), che consacrerà il suo autore, Luigi Pirandello, a un notevole successo pubblico. Di fatto, il motivo dello sdoppiamento, che porterà il protagonista del romanzo a cercare una nuova identità per sfuggire dalle macerie di una vita ormai consunta, non smetterà di ripresentarsi, in forme sempre nuove e diverse, negli anni a venire. Anzi: la società massificata riproporrà, in modo sempre più tormentato, la conquista della diversità – nell’accezione di “altro da sé”, appunto – come àncora di salvezza dall’omologazione imperante. 

 

L’altro tra rap e letteratura

copertina-ernia-gemelliL’età contemporanea ha amplificato questa necessità, soprattutto tra le nuove generazioni, che hanno ritrovato nei rapper i loro principali portavoce, ossia coloro che restituiscono una forma (anche metrica) e un carattere a un mondo informe e veloce, fitto di stories, selfie e anglicismi usa e getta. E c’è dell’altro: alcuni “nuovi” rapper hanno “pure desiderio di sapere, conoscere, leggere”, come sostiene Ivan Carozzi nel suo ultimo libro, L’età della tigre (Il Saggiatore, 2019). Non è strano, quindi, trovare sul mercato discografico odierno un album chiamato Gemelli, in cui il suo autore, Ernia – all’anagrafe Matteo Professione, classe 1993 – racconta apertamente i contrasti mettendo in gioco le sue parti, proprio per parafrasare Pirandello. Da Baudelaire ad Hemingway fino ad Harper Lee, Ernia non ha mai fatto mistero, nei lavori precedenti, delle sue influenze letterarie, e il suo terzo disco, pubblicato lo scorso 19 giugno da Island Records, rappresenta appieno la sua maggiore consapevolezza esistenziale e poetica. In un recente post di Instagram, infatti, l’artista spiega il significato di Gemelli

“Ho […] indossato mille maschere e mille costumi ogni qualvolta le situazioni lo richiedessero, ma senza mai cambiare la mia natura di fondo […] Dualità, una caratteristica che mi è tornata molto utile in un’infinità di situazioni e che mi ha permesso di mescolarmi tra la gente, essendo quello di cui c’era bisogno nel momento giusto. Io sono entrambe le versioni di me”.

E viene facile, quando si parla di maschere e di dualismi, pensare a Mattia Pascal e ad Adriano Meis; viene ancora più facile quando si ascolta la prima traccia dell’album, Vivo, dove il rapper sembra quasi ricalcare quel processo che ha portato il celebre personaggio pirandelliano, di ritorno da Montecarlo, a inventarsi una nuova identità sulla sopraggiunta notizia della sua presunta morte.

 

Il fango e la trasformazione

Ernia canta: “Sono appena uscito dal fango/ con la faccia pulita di un santo”, assumendosi in prima persona la responsabilità dei suoi fallimenti; così non sarà per Mattia Pascal che, invece, in viaggio verso Miragno, il suo paese d’origine, inizia a dissociarsi dai suoi trascorsi: “Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d’un molino”. Siamo nell’ottavo capitolo, nonché nel fulcro del romanzo: in un corpo non suo, quello di un suicida, il protagonista cerca possibilità di riscatto, e lo fa ripartendo dalla gora, termine di dantesca memoria che diventa metafora di una condizione stagnante, quasi paralizzante. Quel fango, appunto, di cui parla Ernia, nel quale l’uomo può scegliere se affondare o morire, per poi rinascere a vita nuova.

Mattia Pascal abbandona così le sue antiche spoglie, pronto per la trasformazione

“Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!”

Questo momento epifanico sembra stabilire, nell’ormai “fu Mattia Pascal”, l’impossibilità di un dietrofront, la separazione da un peso che grava tanto quanto un ramo secco su una pianta in fase di fioritura: lo percepiamo dalla scelta accurata delle parole, da quel “pajo d’ali” che richiama quasi un percorso di elevazione. D’altro canto, anche il rapper rivolge lo sguardo verso il cielo: “Non ho mai visto un’alba così/ Quando l’unico scopo era aspettare il giorno/ Quando dicevano: ‘Saresti chi?”. In entrambi i casi, insomma, quello spazio indefinito che campeggia sopra le nostre teste diventa una via di fuga, un territorio privilegiato in cui evadere per vedersi meglio dentro

“E mi sento così vivo/ M’hanno sparato in faccia e sono ancora vivo/ M’hanno strappato il cuore e sono ancora vivo/ M’hanno cambiato il nome e sono ancora vivo.”

perché, per cambiare davvero, bisogna ricominciare, magari costruendo un’immagine nuova di sé

“Adriano Meis! Si… Adriano Meis: suona bene…Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio alla finanziera che avrei dovuto portare.

 Adriano Meis. Benone! M’hanno battezzato.”

Dai discorsi di due compagni di viaggio, il protagonista trae un nome e un cognome che possano meglio adattarsi a quella metamorfosi partita prima dal fisico e poi dall’anima. Tuttavia, l’errore commesso da Adriano Meis sarà fatale: quella nuova “forma”, infatti, si rivelerà una trappola, in quanto fittizia e inconsistente rispetto allo sguardo della società; egli stesso ne presagisce il carattere fallimentare, soprattutto quando cercherà di “dare una certa consistenza a quella [sua] nuova vita campata nel vuoto”. Rinunciando al suo passato, il protagonista del romanzo perderà ineluttabilmente se stesso, e il desiderio di diventare “altro” si tramuterà nell’essere “nulla”. Ernia, al contrario, fa tesoro di ciò che era, dei suoi dualismi (“A quello che quando perdevi ti sostituiva/ I pianti e le grida, strette di mano/ e strette sul cuore se mette alle strette la vita/ Il tour con la Yaris e il tour con la Bima”) per scoprirsi finalmente intero, seppur nella sua frammentarietà; in questa scoperta si percepisce, di fatto, più un sottile richiamo a quel “paradossale lieto fine” di cui sarà protagonista un altro personaggio pirandelliano, ossia Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila.

Perché non c’è altra strada se non quella di percorrersi, per arrivare dall’altra parte. Nonostante tutto. Lo sosteneva anche Andrea Camilleri: “Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu, rispetto all’altro, sei l’altro”.

 

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