Visti e svisti, la rubrica semiseria   ̶d̶i̶ ̶c̶r̶i̶t̶i̶c̶a̶ ̶c̶i̶n̶e̶m̶a̶t̶o̶g̶r̶a̶f̶i̶c̶a̶

a cura di Tiziana Cazzato

Una storia vera, di David Lynch

È arrivato il momento di confessarlo, anzi di confidarlo a voi, amici de “Il Loggione letterario”, ma soprattutto a voi, fedeli o casuali lettori di “Visti e svistirubrica semiseria di critica cinematografica”. Ebbene sì, io non ho uno spiccato senso dell’orientamento e se decido di andare in un posto, state pur certi che mi ritroverete in un altro. E non per scelta.

Continuo a raccontarmi che perdendosi per le strade, si può davvero conoscere una città, ma comincio a pensare che forse è anche il caso di mettere negli angoli, dove io passo, delle mie foto segnaletiche perché, nel caso in cui dovessi perdermi veramente, sia possibile ricostruire il mio percorso ed essere ritrovata. Hansel e Gretel, come anche Pollicino, mi hanno insegnato che spargere le briciole di pane non aiuta a ritrovare la strada di casa e io, vivendo fortunatamente in un’epoca molto più avanzata, esco ogni volta accompagnata dal mio telefonino, con Google Maps sempre attivo, ma… Mi aspetto che prima o poi la app mi dica: “Tiziana, sai che fai? Non svegliarmi più, tanto non mi ascolti, fai sempre di testa tua e io sono stanca di riprogrammare il percorso ogni dieci passi”. Un giorno, credo abbia pure esclamato: “E mò, dove siamo finiti?!”

Che poi anche Google Maps non è che sia così preparato in materia! Se ci sono dei lavori in corso, non sa mica darmi un’alternativa ed è il primo ad arrendersi, mentre io non mollo e, se anche faccio la circumnavigazione dell’Africa come Magellano e impiego – di conseguenza – tempi biblici, riesco ad arrivare a destinazione.

Se dovessi capitare a casa vostra, sappiate, quindi, che c’è la probabilità di essere giunta lì per caso e la sorpresa, vi assicuro, sarebbe più mia che vostra.

Mi accade con qualunque mezzo: in auto, in bicicletta e persino a piedi. Su brevi e lunghi percorsi. E non so cosa avrei combinato, dove sarei arrivata se avessi dovuto percorrere i quasi quattrocento chilometri che Alvin Straight ha fatto per raggiungere suo fratello nel poetico film del sorprendente David Lynch, Una storia vera (e credetemi in questa sua ottava opera riesce davvero a stupire).

Una_storia_vera_locandinaIl titolo non è casuale, perché quello che racconta l’imprevedibile e istrionico regista americano si basa sulla vera storia di Alvin Straight, un contadino dell’Iowa che nel 1974, all’età di 73 anni, partì per andare nel Wisconsin a trovare il fratello reduce da un infarto. Eppure la traduzione del titolo Straight story”in italiano non esprime la bellezza del concetto di semplicità racchiuso in quello originale “Straight”, che vuol dire dritto e che è anche il cognome del protagonista, interpretato da Richard Farnsworth.

Alvin è seduto insieme alla figlia Rose (Sissi Spacek) a guardare fuori dalla finestra quel temporale che sapeva sarebbe arrivato, senza mai nemmeno immaginare di ricevere una telefonata dal passato. Suo fratello Lyle, con il quale non ha un rapporto e che non vede da dieci anni o forse più per un motivo che non ci è dato – né è importante – sapere, ha avuto un infarto. Una notizia che spegne le parole, accendendo la profondità dello sguardo dell’uomo i cui occhi si perdono sempre più nella pioggia battente sui vetri.

Nonostante l’età, nonostante le difficoltà legate al suo stato di salute, Alvin – ha bisogno di due bastoni per camminare – decide di partire. In autobus, magari, non avendo la patente ritiratagli per i suoi problemi di vista. Deve percorrere i circa quattrocento chilometri! L’uomo, però, senza esitazione alcuna, decide di intraprendere il viaggio montando sul suo tosaerba, con il quale traina un rimorchio che funge un po’ da casa: una tenda, le scorte, tutto quello che gli potrà servire e persino un giaciglio su cui riposare. Sono vani i tentativi della figlia che cerca di distoglierlo, di fargli cambiare idea, di convincerlo a viaggiare in pullman: quel viaggio, Alvin, vuole farlo a modo suo. Parte senza nemmeno sapere quale sia la ragione che lo porta per strada: sente solo di dover andare. È lungo il cammino che scopre e man mano comprende il senso di quel suo andare lungo il silenzio che lo ha tenuto lontano da Lyle più dei chilometri che li separavano. E quel significato profondo e complesso si rivela e si ricompone dinanzi ai suoi occhi attraverso le persone in cui si imbatte, che incontra. La giovane ragazza incinta, fuggita da casa, gli fa ripensare ai suoi figli e alla forza dell’essere famiglia, mentre il gruppo di ciclisti risveglia il ricordo della sua giovinezza diventata nostalgia nel suo sguardo anziano.

Mentre scorrono i fotogrammi sembra difficile credere che la regia della vera storia di Alvin Straight sia firmata da David Lynch, ma il genio sa esprimersi in forme fra loro diverse, riuscendo sempre a stupire, a non deludere, a regalare dei capolavori indimenticabili. In questa storia dritta, semplice, il regista americano riesce come sempre a far pensare, a catturare lo spettatore e a immergerlo in un racconto in cui le difficoltà si superano con tenacia e pazienza, e nel momento del bisogno, magari, si incontra una coppia generosa e buona, pronta ad accogliere e dare una mano; che con le proprie paure, i propri fantasmi si impara a convivere, se si ha la forza di confessarli a se stessi, o come fa Alvin, a un estraneo, un vecchio reduce della Seconda guerra mondiale come lui, con cui condivide la ferita mai rimarginata di un doloroso e atroce senso di colpa. E non mancano però alcuni piccoli dettagli caratteristici della poetica di Lynch, della sua visione del mondo e dell’umanità: i cervi che sbucano dal nulla e che sono investiti da una donna stanca di percorrere ogni giorno quella strada per andare a lavorare, e gli stralunati gemelli meccanici che provano inutilmente a fregare il nostro eroe, ci fanno riconoscere lo stile di Lynch, ce lo fanno sentire un po’ più familiare.

È lento il viaggio di Alvin. Di quella lentezza che amplifica e dà valore al tempo dell’anima e dei giorni. Di quella lentezza che fa assaporare la bellezza delle cose, dell’esistere, dei rapporti umani, e soprattutto della vita propria, di quella altrui e del vivere con gli altri. Di quella lentezza che ferma la corsa dei passi davanti alla musicalità e alla danza di un temporale, ai colori di un cielo al tramonto o vestito di stelle.

Perché Straight story è sì una storia vera e semplice, ma raccontata in modo intenso, con poche parole e lunghi silenzi, attraverso i gesti, attraverso gli occhi di chi si guarda intorno, di chi ferma il suo nello sguardo di una figlia o di un fratello. Attraverso la straordinaria fotografia di Freddie Francis che cattura i colori delle albe e delle notti, e nei campi lunghi riporta sullo schermo le magnifiche tinte delle valli e delle colline, dei campi gialli di grano che abbracciano le soste dell’originale viaggiatore.

Un film che sembra una ballata dolce, malinconica, delicata. Una lirica di suoni magnifici come quelli messi insieme da Angelo Badalamenti, compositore di una splendida e suggestiva colonna sonora che sa essere voce ed emozione di un film capolavoro che si chiude nella sobrietà, senza enfasi ed eccessi, in un finale davvero perfetto.

Vanno i titoli di coda e a me torna alla mente un romanzo letto qualche anno fa, L’imprevedibile viaggio di Harold Fry (Sperling&Kupfer) , strepitoso esordio di Rachel Joyce. Lo riprendo, inizio a leggerlo: Harold riceve una lettera dalla sua segretaria che non vede ormai da vent’anni. Esce per andare a imbucare il biglietto di risposta e…

Penso che forse tutti dovremmo farlo un viaggio in groppa a un tosaerba, un viaggio lento, per raggiungere quella persona speciale, per rivedere un amico, per tanti motivi o anche senza una vera ragione. Ragione che scopriremmo andando.

Io sono pronta a farlo anche a piedi e le mie non sono solo parole. Certa che percorrerei la strada più lunga, ma ancora più certa che arriverei. E sarebbe il viaggio più bello.

 

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