Forse sono io e non lo so

Racconto 3° classificato alla call #iorestoacasa

di Guido Casamichiela

 

«“Le dita ossute degli alberi mosse dal vento sembrano lanciare incantesimi”.»

Ron fa la sua solita pausa lirica da ultima domanda, inspira, guarda il settore est dello studio col sopracciglio alzato e poi si rivolge nuovamente a me. Il lampo nei suoi occhi è maligno. Sono sicuro. Quasi sicuro.

«Quale grande autore statunitense ha scritto questa frase in uno dei suoi romanzi più celebri?»

Si titilla il fermacravatta. Ha l’espressione compiaciuta che ha sempre quando pensa che il concorrente cadrà. E di solito non sbaglia. Il concorrente cade, quando Ron ha quell’espressione. Non è chiaro se sia lui il responsabile o sia solo infallibile nelle sue previsioni. Forse non importa. O forse sì.

«A – Thomas Pynchon ne L’arcobaleno della gravità.»

Sorride, adesso. Io sto sudando. Mi accorgo di puzzare moltissimo. Forse non ho mai puzzato più di così, neppure al primo esame di università. Quanto odiavo trigonometria. 

«B – Philip Roth in Pastorale americana

Le luci non bruciavano così tanto, fino alla penultima domanda. Perché nessuno mi ha avvisato? Potevo mettere una giacca più leggera. Ho sempre paura di aver freddo, e poi ho caldo. E sudo. Per non parlare di quando sudo e ho freddo. Uno schifo.

«C – David Foster Wallace in Infinite Jest.»

Sento squittire da qualche parte dietro la telecamera numero 2. Quello era uno squittio. Non era uno che imita uno squittio. No, era proprio un topo che faceva squit. Quando tutto sarà finito devo ricordarmi di dire qualcosa sui topi in studio. Qualcosa di buffo. Ma so già che mi dimenticherò.

«D – Jonathan Franzen ne Le correzioni»

Ron si passa la lingua sulle gengive e mi squadra. Annusa l’aria, o finge di annusarla. Mi sembra che stia guardando nei dintorni delle mie ascelle, ma forse no. Più probabile che guardi il suo stesso ego che occupa ogni spazio dello studio tranne due centimetri quadrati sotto la sedia di quel tizio in terza fila col riporto e la bocca socchiusa. 

«Allora, Fred.»

«Fred?»

«Pardon. Luke.»

Sa benissimo come mi chiamo. Durante la pubblicità Max gliel’ha scritto con un evidenziatore azzurro su un post-it che poi ha attaccato sul suo leggio. Per la precisione, sul post-it c’è scritto: “il coglione si chiama Luke”.

«Luke, toglici una curiosità: hai per caso letto qualcuno di questi romanzi? Sì? No?»

Per lui è impossibile che li abbia letti tutti. Anzi no, la domanda fa solo parte della recita di sempre. È più forte di lui: ti umilia anche quando non serve. Giusto per tenersi in allenamento.

«Ron, ti sembrerà strano ma li ho letti tutti.»

Adesso il lampo negli occhi di Ron è più che maligno. È sulfureo. Ron odia essere chiamato per nome. Ron odia essere trattato con familiarità. Sono tante le cose che Ron odia. 

«Il nostro Luke sta tirando fuori il carattere. Meglio tardi che mai, Luke. Meglio tardi che mai. Il carattere ti fa comodo quando sei arrivato all’ultima domanda.»

Si arcua per guardare qualcuno dietro le quinte di destra. Annuisce, poi serra le mascelle e riprende a guardarmi. Ho l’impressione di aver smesso di puzzare, ma so che non può essere così: facile che i recettori nasali siano andati..

«E anche aver letto quattro tra i migliori libri di letteratura contemporanea. Anche questo fa comodo.»

«Io…»

«Lasciami dire, Luke, che non ne avevo il minimo dubbio. Sei un ragazzo colto. Sei curioso. E hai gusto. Non mi stupirei se avessi letto il Gargantua in lingua originale. L’hai fatto, mon ami

«No, Ron, non l’ho fatto.»

«Non mi stupirei nemmeno se l’avessi fatto e ora lo negassi per non sembrare troppo erudito. Non sei solo colto, curioso e pieno di buon gusto. Sei anche umile. È così, vero? No, scusa, non rispondere. Potremmo non finirla più con i miei non-stupori. Perdona se ti ho interrotto.»

Qualcuno nel pubblico ride. Ron si volta in direzione della risata con aria fintamente severa. Alza le spalle, le riabbassa, dondola la testa. Non so cosa dire. Non dico nulla.

«Allora, Luke? Qual è il tuo romanzo preferito tra questi?»

«Ehm, non lo so, Ron… è difficile.»

«No, Luke, è facile. Facilissimo. Basta dire un titolo. Quale di questi?»

«Forse…»

«Sì?»

«Forse Infinite Jest. Sì. Infinite Jest

Gli occhi di Ron cambiano luminosità. Ci cade sopra una patina traslucida. Solo un attimo, poi tornano opachi.

«È davvero il tuo preferito, Luke, o è solo che – come dire – fa figo dirlo?»

Due secondi fa mi ha detto che sono umile. Adesso mi dice che faccio il figo. Deve fare pace con se stesso. Ma non sarò io a farglielo notare. Mi direbbe che sono il classico figo umile e subdolo.

«No, è…»

«Io la vedo così, Luke. Correggimi se sbaglio. Ma non sbaglio. Pastorale Americana è il grande romanzo americano. Troppo scontato, non sei così banale.»

«Mh…»

«Le correzioni è perfetto nel suo genere, ma forse un po’ flat, no?»

Qualcuno nel pubblico sussurra “sì, è flat”. Qualcun altro sussurra “in che senso, flat”. Non capisco come faccio a sentire i sussurri del pubblico. Forse comincio ad avere i superpoteri. Per esempio il supersudore.

«L’arcobaleno della gravità non l’ha letto nessuno. Impossibile parlarne. Gira voce che nemmeno Pynchon abbia finito di leggerlo.»

Risate fiacche. Ron si guarda attorno indispettito. Alla prossima puntata caccerà tutto il pubblico tranne quei tre o quattro lacchè che si porta dietro dalle trasmissioni degli anni Settanta.

«Ron, Infinite Jest è davvero il mio preferito. Il DMZ, la cicogna matta con la testa nel forno a microonde, i terroristi in carr…»

«Ok, Luke. Non occorre che ci racconti tutto il libro. Se ti serve per rilassarti va bene, lo capiamo. Ma davvero non occorre. Il punto non è se conosci la trama, il punto è un altro.»

Sai qual è il punto, Ron? Il punto è che per te il punto deve essere per forza un altro, se il concorrente ti mette in ombra. L’ombra ti uccide. 

«Qual è il punto, Ron?»

«Il punto è che devi capire in quale di questi quattro libri starebbe bene la frase “le dita ossute degli alberi mosse dal vento sembrano lanciare incantesimi”, e qual è il tuo libro preferito non conta niente.»

«Ron, sei tu che…»

«Anzi, non conta nemmeno dove starebbe bene la frase, perché può darsi benissimo che la frase stia male in quel romanzo, ma ci stia lo stesso.»

«Beh, questo…»

«Anzi, ti dirò di più, può darsi che questa frase starebbe benissimo per esempio a pagina 82 di Pastorale Americana, ma che invece sia a pagina 985 di Infinite Jest. Non credi?»

«No, Ron, sinceramente non credo.»

Ron cambia postura. Avanza con le spalle verso di me. Le sue ginocchia sbattono tra loro facendo rumore di ginocchia sbattute. 

«No?»

«No.»

«No?»

«No. Questo forse vale per Pynchon e per Foster Wallace, che sono così eclettici da poter scrivere tutto e il contrario di tutto. Compreso qualcosa di poco pynchoniano e per niente wallaciano. Ma non certo per Franzen o per Roth, che sono sempre, essenzialmente, franzeniani e rothiani.»

Adesso la sguardo di Ron è ancora più sulfureo. Al confronto, quello di poco fa era uno sguardo bonario. Stringe entrambe le mani. Le nocche diventano bianche. Lo noto nonostante il faro puntato sulla faccia. Sempre più convinto di avere i superpoteri.

«Signori, abbiamo un fine letterato e non lo sapevamo! Certo, se fosse caduto sulla domanda di neurofisiologia, come sarebbe senz’altro successo senza l’aiuto del pubblico, non l’avremmo mai saputo. Ma adesso non scorderai più come funziona la pompa sodio potassio, vero Luke?»

Qualcuno ride nello studio. Forse sono io e non lo so.

«Vero, Ron, sarò sempre grato…»

«Fossi in te lascerei perdere la gratitudine, è un po’ presto per il discorso del vincitore. Non credi, Luke?»

«Sì, Ron.»

«Allora resta l’umile lettore del francesissimo Gargantua che sei sempre stato e dacci la risposta. Quale grande autore statunitense ha scritto la frase “le dita ossute degli alberi mosse dal vento sembrano lanciare maledizioni?” L’eclettico Pynchon? L’ancor più eclettico Foster Wallace? L’inappuntabile Roth? O l’ancor più inappuntabile Franzen?»

Ron ha elencato le quattro opzioni nell’ordine scorretto. Per confondermi. E perché è molto teatrale tenere separati eclettici e inappuntabili. Non so nemmeno se è una cosa regolare. Non lo saprò mai.

«Quanto tempo ho, Ron?»

«Tutto il tempo che vuoi, Luke, a patto che rispondi entro tre minuti. Il notiziario incombe.»

Chiudo gli occhi. Vedo un albero pieno di dita. E aria piena di vento. Il vento piega le dita degli alberi. Le dita si flettono scrocchiando. Lo scrocchiare è una maledizione che crepita come Pluriball. Intorno all’albero un girotondo. O un sabba infernale. C’è lo svedese, c’è Hal Incandenza, c’è Enid Lambert e c’è Tyrone Slothorp. Intonano un canto in si bemolle e ondeggiano. Più all’esterno, a formare un girotondo più ampio, o un sabba ancora più infernale, giainisti sudici, giocatori di tennis tardoadolescenziali, sadici capitani delle SS, capricciose studentesse del college. Intonano un canto in fa diesis e ondeggiano anche loro. Ancora più all’esterno un cerchio gigantesco, un girotondo colossale, un sabba da ultimo girone infernale, e il terzo cerchio raccoglie tutti, personaggi primari secondari e terziari dei quattro libri, nomi che sono solo nomi senza essere nient’altro, fantasmi apparsi in controluce in qualche nota a piè di pagina, ologrammi cancellati dall’ultima correzione di bozze. Sono migliaia, in assurda sintonia tra loro, e quello che sento emergere oltre il fa diesis del cerchio intermedio e il si bemolle del primo cerchio è un essenziale, indiscutibile, ondeggiante do. Sì, un do. Do.

«Luke, spiacente di rovinare la suggestiva immagine di te che ti dimeni a occhi chiusi sullo sgabello, ma hai trenta secondi. Non uno di più. A, B, C, D. Qual è la risposta giusta?»

Apro gli occhi. Mi alzo e mi avvicino a Ron. Il suo sguardo è opacamente lucido. Le mie ascelle profumatamente rancide. Gli sussurro la risposta all’orecchio. Noto qualche orrendo pelo bianco che dal lobo si curva verso l’esterno. Esco dallo studio dimenticandomi di fare una battuta sui topi, mentre lui balbetta qualcosa che riesco a non ascoltare.

 

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