La chiamano guerra – Federica D’Alessandro

Siamo al terzo giorno di reclusione, Agata e io.

La chiamano quarantena, anche se in effetti non si sa quanto durerà davvero. Quelli che ogni giorno parlano alla TV sembrano saperne meno di quelli che li ascoltano. Snocciolano numeri, dati, dicono “chiuderemo questo e chiuderemo quello”, ma poi tutti continuano ad andare in giro, prendere treni, vedere gli amici. 

Tutti, tranne Agata e io. Ci siamo chiusi in casa tre giorni fa, appena in TV hanno detto “chiudiamo il Nord”. Lei soffre molto la reclusione, ha passato i primi due giorni a lamentarsene senza sosta.

Anch’io avrei preferito stare in giro, in questo momento, ma dalla mia ho il fatto di non essere mai stato un gran frequentatore degli esseri umani. A dire il vero, fino a non molto tempo fa, sarei potuto passare per un misantropo, uno di quelli che non si vergogna a sostenere più desiderabile la compagnia degli animali.

Agata quasi mi ignora, si comporta come se io non ci fossi. E dire che adesso non ha molta gente con cui parlare. Una telefonata alla madre, ogni tanto. Una alla sua migliore amica. Qualche videochiamata con i colleghi. Stanno sempre a parlare del virus. Dei “cazzo di pipistrelli cinesi che hanno combinato tutto ’sto casino”.

Io ci sono stato in Cina, una volta, e la mia impressione è stata molto positiva. Ho vissuto poco le grandi metropoli, mi piaceva viaggiare nell’entroterra, dove la gente conduce una vita semplice, regolata dai ritmi della natura. Ma non è facile oggigiorno evitare l’affollamento dei centri urbani, prima o poi qualcosa ti costringe ad andarci, ragioni economiche, perlopiù, o la curiosità. E una volta arrivato in città, non sono più riuscito a tornare nei villaggi al limitare della giungla in cui mi sembrava di aver lasciato una parte di me. Allora ho assecondato la corrente, come fanno tutti gli autentici viaggiatori. 

Agata ha aperto un pacco di patatine. Capisco che la noia apra l’appetito, ma dovrebbe stare attenta. Lo dico per lei, a me va benissimo com’è. Però dovrebbe badare di più alla sua salute e alla sua linea, perché prima o poi usciremo di qui e riprenderà la sua vita. 

Che poi, la mia impressione personale, per quel che conta, è che lei non abbia tutta questa voglia di tornare esattamente alla sua vita di prima. E come darle torto, in fondo? 

Svegliati

vestiti

prendi la metro

pigiati contro un fottio di sconosciuti per cinque fermate

scendi con una mano sulla borsa e corri verso il tornello

produci qualcosa che non userai per arricchire qualcuno che non sa della tua esistenza

mangia un’insalata alla scrivania

lavora ancora un po’ con un occhio all’orologio 

timbra il cartellino

corri alla metro

torna a casa

preparati una cena avvelenata

addormentati sul divano davanti a una serie TV 

avanti così fino ai sessantacinque almeno

vai in pensione

crepa.

Davvero non sono riusciti a inventare nulla di meglio con tutte quelle infinite sequenze di DNA che consentono milioni di combinazioni incredibili?

Non penso sia un caso che Agata e io ci siamo incontrati in metro. Vorrei dire di averla notata subito, ma mentirei. Eppure a un certo punto sono stato catturato da un particolare, un gesto che continuava a ripetere. Stava leggendo qualcosa dallo smartphone, e non smetteva di stropicciarsi il labbro inferiore tra l’indice e il pollice, scoprendo un po’ gli incisivi. È stato un attimo, ed ero suo. Ha sempre funzionato così, per me: basta un piccolo particolare, un gesto distratto, un momento che per chiunque altro non ha alcun significato. Io, invece, rimango impigliato.

Ora non vorrei che vi faceste un’idea sbagliata di me, perché quel giorno lei era un po’ giù e potreste pensare che io ne abbia approfittato. Fatto sta che quella sera stessa mi sono ritrovato a casa sua. Era tesa, lì per lì, non ha smesso di camminare per il soggiorno e fumare sigarette, soprattutto durante una telefonata che ha ricevuto appena rincasata. Ha stappato un vino bianco di cui non ricordo il nome. Sì, era decisamente agitata: parlava, parlava… Io ho replicato per un po’, poi è successo tutto quello che doveva succedere. E da allora, malgrado premesse incerte, non ci siamo separati. 

Quinto giorno di quarantena.

Siamo sul divano a guardare il TG. Hanno detto che continua l’esodo di quelli che dal Nord vogliono raggiungere le loro famiglie al Sud. Quanto mi affascina la mente umana! Dicono “State a casa!” E loro, compatti, intasano le stazioni ferroviarie e si ammassano sui treni e prendono auto e si fiondano in autostrada. Dicono “Evitiamo il contagio!” E loro si precipitano da genitori anziani e nonni decrepiti a riempirli di goccioline di saliva virulente che li faranno schiattare. Indomiti, irragionevoli, più presuntuosi di Prometeo, che almeno portava il fuoco, poveraccio.

Agata è molto agitata, oggi.

Poco fa parlava con una collega delle difficoltà di svolgere il lavoro da casa. Hanno sviscerato l’argomento per un po’, finché Agata ha detto che doveva fare la spesa. 

Siamo andati insieme al super. La gente si guarda con sospetto. Noi non indossavamo la mascherina, al contrario degli altri. Quasi tutti avevano quelle efficienti, quelle che gli speculatori vendono su Internet al prezzo a cui fino a ieri compravi una bottiglia di Amarone. Agata comunque bada molto alla distanza, e a onor del vero erano tutti piuttosto attenti a non avvicinarsi gli uni agli altri.

Ecco quello che è successo: la gente ha paura della gente.

Sembra che molti non aspettassero di meglio che essere legittimati a scansare il vicino e farsi i fatti propri, anche quelli che non avrebbero mai rinunciato alla birra dopo il lavoro, anche quelli che si accalcavano nei parterre dei concerti a respirare le sigarette e l’anidride carbonica altrui. Quanto appare lontano, oggi, quello che fino a ieri si è fatto senza neanche rifletterci? Sembra assurdo che le cose possano tornare come un mese fa, ma allo stesso tempo ci vorrebbe un enorme sforzo d’immaginazione per pensare a un nuovo modo di vivere le città. Quanto costerebbe evitare il sovraffollamento della metro, per esempio? Quanti biglietti in meno dovrebbero staccare perché allo stadio e al cinema e nelle arene si possa essere sicuri che il coro e la risata e il ritornello cantato da uno spettatore non infetti il suo vicino? E nei caffè al mattino, e alle Poste nel giorno delle pensioni e in coda alla cassa del supermercato o al check-in dell’aereo… davvero si riuscirà a ripensare a tutte queste cose?

Agata ha disinfettato ogni singolo barattolo e ogni bottiglia comprata al supermercato. Ci ha messo mezz’ora, dopo la spesa.

Ora sta parlando con un collega in videochiamata. Dice che questa cosa le ricorda l’11 settembre. Dice che ora come allora tutti ripetono che il mondo non sarà più come prima.

«Speriamo che non accada anche con le libertà personali» dice.

Tutti a ripetere come un mantra che le libertà sono a rischio.

Ma di cosa parlate? Google sa di voi più scabrosità del vostro analista. Anzi, è peggio di così: vi conosce meglio di voi stessi, anticipa desideri che ancora non sapete di avere. Il cellulare da cui non riuscite a separarvi sarebbe in grado di raccontare alla polizia dove vi trovavate all’ora del delitto. Avete venduto i vostri dati sensibili decine di volte, persino in cambio della risposta alla domanda “Che animale sei?” su Facebook. Davvero adesso gridate al fascismo?

Non siete mai stati in grado di dare il giusto valore alla libertà che avevate quasi a vostra insaputa, eravate pronti ad appaltarla al primo fabbricatore di nemici da temere. E ora che un nemico lo avete, dovete correre al parco!

Io credo che la cosa che vi spaventa più di tutte sia la presa di coscienza di dover contare gli uni sugli altri, per venirne fuori. E la vostra non è una società basata sulla fiducia, men che mai sulla solidarietà. Senza una fotocellula che lo faccia per voi, non tirereste neanche lo sciacquone del water all’autogrill. E ora la vostra vita dipende da quella del vicino che non si è mai fatto scrupolo di svegliarvi la domenica mattina trapanando il muro per mettere una mensola in cucina.

Dev’essere proprio una brutta sensazione.

Sesto giorno di quarantena.

Agata oggi non vuole alzarsi dal letto. Si convince solo quando deve andare in bagno, ma lo raggiunge a fatica, la strada che la separa dal water sembra in salita.

Si tocca la fronte.

Sì, ha la febbre, lo so già.

Fa caldo, la temperatura qui dentro è decisamente troppo alta, eppure lei ha i brividi.

Guarda il termometro. Trentotto e due. Ci avrei scommesso.

Chiama il medico, che le dice di stare tranquilla: qualcuno verrà a farle il tampone, la chiameranno per il monitoraggio della temperatura.

Agata si assopisce più volte sul divano con la TV accesa, io rimango ad ascoltare il presentatore con i capelli brizzolati spiegare che il virus è altamente contagioso, che il distanziamento sociale è l’unica possibilità. Elenca i nomi di persone famose che se lo sono preso: principi, giocatori di calcio, attori americani. “È un virus democratico” continua a ripetere, e lo dice come se fosse una iattura. Gli stessi che gridano alla dittatura per le misure restrittive della libertà, al contempo biasimano il virus per essere maledettamente democratico!

Bei tempi quando i nemici erano il colera, il tifo e altre minuscolità che si pascevano nella sporcizia e nella miseria! Quant’era rassicurante, all’inizio dell’epidemia da HIV, pensare che divorasse solo froci e drogati! Che gioia leggere dell’ebola e della sua predilezione per congolesi e liberiani!

E ora, invece, ecco qui Mr. Democrazia farsi beffe delle classi sociali e dei soldi, fottersene della produzione industriale, delle Olimpiadi, degli Europei!

Quanta sicurezza di sé serve a fare una cosa così, non è vero?

Beh, ve lo dico io che di virus me ne intendo un bel po’, modestamente: non è vero. L’idea era quella di passare qualche decennio nella giungla cinese con i pipistrelli. Il salto di specie non era nei piani, credetemi. Ma l’uomo è al vertice della piramide alimentare, no? E i cocci sono suoi.

Ottavo giorno di quarantena.

Agata è migliorata un po’, la febbre è più bassa. Il tampone però glielo faranno lo stesso, dovrebbe arrivare il personale sanitario a momenti. Ho sentito alla TV che non hanno l’equipaggiamento idoneo a evitare il contagio, perciò sono proprio curioso di vedere come sarà conciato quello che verrà a testare Agata. Com’è possibile che la gente abbia le mascherine per fare la spesa, e i medici non ne possano indossare di adeguate a trattare i malati?

Bussano. Entra un uomo con guanti, occhialini e mascherina. Chirurgica. 

Che ridere. Sarà un gioco da ragazzi passare attraverso quella mascherina.

Agata è stata un’ottima compagnia in queste due settimane, ma adesso è arrivato il momento di andare altrove, e chissà quanto mi potrò replicare arrivando in ospedale. È un attimo, basta aspettare che il tizio prelevi il campione dalla bocca di Agata ed è fatta. Ecco qua.

L’uomo la invita a misurare la temperatura due volte al giorno e a non uscire mai da casa, per nessun motivo. Le chiede se abbia qualcuno che possa fare la spesa per lei, Agata risponde che potrà chiedere a un collega. La saluta e si appresta ad andare. Io mi sto facendo strada attraverso una narice, finora non ho trovato alcun impedimento. 

Saliamo insieme sull’ambulanza e ce ne andiamo in ospedale. Altro giro, altra corsa.

 

Leggi anche: Sarai libero – Maurizio Donazzon

Annunci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *