Il bravo dottore – di Elisa Mantovani

«Ciao Rachel, come stai oggi?»

«Salve dottore. Ho sempre tanto sonno… e lei, lei come sta?»

«Sono le medicine, servono per curarti. Io sto bene. Sei gentile a chiedermelo»

«Davvero? Gentile: lei è l’unico a dirmi che lo sono e, tutte le volte mi viene in mente…»

«Cosa? Cosa ti ricorda?»

«Il gelato, alla fragola. So di averlo mangiato e so che dovevo essere al settimo cielo, come se in quel cono ci fosse il mondo intero, tutto per me»

«Chi ti aveva comprato quel gelato?»

«Non ricordo… mio padre, forse»

«Tuo padre era un brav’uomo, ti voleva molto bene»

«E lei come lo sa?»

«Perché la gente che lo conosceva ne parlava sempre bene, diceva che era un buon padre»

«La gente: bocche sempre pronte a riempirsi di frasi fatte, di cose scontate. La gente mi odia»

«No, perché dici questo, nessuno ti odia»

«E allora perché sono qui? Perché non posso uscire e prendere un gelato alla fragola e mangiarlo là, sotto quell’albero?»

«Lo sai perché sei qui: perché sei malata»

«Ah sì? Che malattia ho dottore? Se fosse contagiosa non starebbe qui a parlare con me vero? Se non posso infettare gli altri perché mi tenete rinchiusa?»

«In un certo senso la tua malattia è contagiosa. Tu puoi fare del male agli altri, e a te stessa.»

«Io non faccio male a nessuno. C’è una mosca che svolazza da giorni nella mia stanza; potrei ucciderla con una ciabatta sa? Non lo faccio però, perché in fondo mi fa compagnia. Mi piace sentirla ronzare, a volte mi sia appoggia sulla pelle e immagino sia un dito, una mano che mi accarezzi»

«Ascoltami per favore: tu vivevi con i tuoi genitori e tuo fratello. Anche a loro forse non avresti mai fatto del male, proprio come alla mosca. Ma li hai uccisi Rachel, ecco perché sei qui.»

«No, non è possibile! Non le credo»

«Piangi però, perché una parte nascosta di te sa quello che hai fatto, anche se non vuoi ammetterlo.»

«No!»

«Smettila di tirarti i capelli. Sono così belli, non ho mai visto capelli di un colore come i tuoi»

«Rossi, sono rossi e a volte bruciano»

«Tieni, soffiati il naso. Come bruciano?»

«Sì, bruciano come se fossero fuoco e li sento dentro il cervello, sento che…

«Calmati. Respira. Guardami Rachel: io sono qui per aiutarti, devi avere fiducia in me. Ti fidi di me?»

«Sì… certo. Ho sonno, non riesco a…»

«Tuo padre si chiamava Samuel, tua madre Amanda e tuo fratello Lionel e… cosa c’è, hai freddo?»

«No… quel nome…»

«Lionel?»

«Sì. Mi fa paura.»

«Un nome non può fare paura, semmai la persona che lo porta. Hai paura di tuo fratello?»

«Non so, forse. Forse mi faceva paura. Avevo un fratello…»

«Esatto, aveva quindici anni e tu uno di meno»

«Io ho quindici anni dottore, voglio il gelato alla fragola!»

«No Rachel: tu hai 32 anni adesso. Sono passati diciotto anni da allora, da quando è successo.»

«Successo cosa?»

«Hai ucciso la tua famiglia. Hai usato il fucile di tuo padre e hai sparato a ognuno di loro. Ti hanno trovata in cucina, accanto ai corpi dei tuoi genitori, con l’arma in grembo.»

«Perché l’avrei fatto? E mio fratello, lui dov’è? Perché non mi ha impedito di farlo?»

«Non ha potuto. Devi averlo inseguito nel bosco, dove poi gli hai sparato. Quando ti hanno trovata hai detto che se ne era andato per sempre, che non ti avrebbe più fatto male perché era morto anche lui. Non l’hanno mai ritrovato sai; dicono siano stati i cinghiali a mangiarselo, e poi le volpi che…»

«Non voglio sentire queste cose! Non ce la faccio, no, non riesco…»

«Capisco, piangi, sfogarti ti fa bene. Sai, sono arrivato alla conclusione che tuo fratello debba avere abusato di te. Tua madre e tuo padre forse ne erano al corrente ma non volevano ammetterlo con se stessi. Forse hai cercato di farlo capire loro ma non ti hanno ascoltata e allora, disperata, sola e psicologicamente distrutta hai lasciato che tutta la rabbia e la frustrazione che provavi prendessero il sopravvento.»

«…»

«E’ andata così Rachel?»

«Forse. Perché sono qui, dov’ero prima non mi facevano le cose che mi fa lei. Mi lasciavano dormire, io voglio dormire. Non mi faccia quella cosa, per favore.»

«L’elettroshock? Te ne hanno fatti così tanti che nemmeno lo ricordi. Volevano farti la lobotomia sai, ma io ti ho portata qui, un anno fa.»

«Lobotomia, che cos’è? Una cosa brutta?»

«Molto brutta, e io non voglio che tu diventi un vegetale, come il bambino della favola.»

«Una favola? Me la racconti per favore, mi piacciono tanto!» 

«Quando ero piccolo mia madre mi raccontava sempre una storia, quella di un bambino che un giorno si perse nel bosco; aveva tanta paura, c’erano ombre e rumori che lo terrorizzavano e lui era solo. Alla fine, a forza di camminare e pregare, il bambino riuscì a sopravvivere grazie ai frutti degli alberi, alle bacche e alle radici delle piante. Divenne un tutt’uno con la natura al punto che iniziarono a spuntargli le foglie al posto dei capelli, rami al posto delle braccia e solide radici al posto dei piedi. Divenne un albero, in mezzo a tutti gli altri, e non poté mai più riabbracciare i suoi cari.»

«Che brutta favola, non mi piace.»

«Anche a me non piaceva, ma me la raccontava quando non le davo retta, per spaventarmi. A volte si pensa di avere il mondo qui, nella propria mano e invece è il mondo che in un attimo può farti cadere, sprofondare nell’abisso più profondo. Proprio come è successo a te, Rachel. Pensavi che liberandoti di loro saresti stata meglio e invece sei finita in un manicomio.»

«Non voglio diventare un albero dottore, la prego!»

«Stai tranquilla, non succederà. Ci sono io qui adesso, non devi temere. Sai, è arrivato un medico nuovo, ipnotizza i pazienti e dicono sia bravissimo. Lui riuscirà a farti ricordare tutto.»

«Ipnotizza i pazienti? Come un mago? Mi sono sempre piaciuti i maghi!»

«Lui è uno psichiatra come me, non ha il cilindro e la bacchetta magica. Però pare che abbia la capacità di scavare nei meandri delle menti come nessun altro.»

«E quando lo vedrò? Oggi?»

«Domani pomeriggio Rachel.»

«Sono emozionata: un mago, un vero mago!»

«Ridi adesso eh? Sei molto carina quando ridi, me lo ero quasi dimenticato.»

«Perché ha la siringa nel camice dottore? Mi hanno già fatto la puntura e…»

«Ssssst, è un segreto: voglio fare un gioco con te.»

«Che bello un gioco! Che gioco è?»

«Un attimo di pazienza Rachel; prima ti voglio raccontare un’altra favola, una bella favola a lieto fine stavolta: c’era una ragazzina, di quattordici anni, viveva con i suoi genitori e suo fratello. Era molto bella e i suoi genitori avevano occhi solo per lei; era capricciosa e ogni suo desiderio per loro era un ordine.»

«Come una regina!»

«Esatto, come una regina. Suo fratello invece lo trattavano male, lo picchiavano, dicevano che era una dannazione. Però lui amava la sua sorellina, le faceva tante carezze e anche tante altre cose. Lei piangeva perché non capiva, piangeva e correva dalla mamma. Piccola serpe. Volevano rinchiuderlo, proprio come te, perché dicevano che fosse malvagio, malato. Allora il ragazzino prese un fucile e sparò ai genitori, prese la sorella e la piazzò al centro della stanza, dicendole di starsene zitta e buona, che presto mamma e papà si sarebbero svegliati e lui sarebbe tornato a prenderla, poi scappò nel bosco.»

«E diventò un albero?»

«No, diventò una pietra.»

«Non è una favola questa. Mi fa paura, lei mi fa paura.»

«Sì sorellina, ti ho sempre fatto paura. Vedo che tremi…scusa, ma mi fai ridere. Non posso permettere che tu ricordi, che tu dica cosa sia successo veramente. Forse non ti crederebbero ma è meglio essere sicuri, non credi?»

«Tu, tu sei…»

«Sono il dottor Eric Lawrence, il nome che mi hanno dato i miei genitori adottivi. Bello vero, ma forse preferisci Lionel? Sono sempre stato cattivo, crudele ma nessuno mi ha mai insegnato cosa significasse amare. Ti ho cercata per anni e alla fine ti ho trovata. Volevo continuare a torturati, come facevo da ragazzino, volevo che tu soffrissi come io ho sofferto. Avrei continuato fino alla fine dei tuoi miseri giorni se non fosse arrivato il guastafeste, l’ipnotizzatore: tu non devi ricordare. Per tutti questi anni sei stata un’assassina e dovrà essere così per sempre.»

«Vai via, aiuto, aiutatemi!»

«Non ti sentiranno mai, la stanza è insonorizzata e la tua voce è così flebile…facciamo il gioco adesso Rachel: apri la mano, aprila ti ho detto!»

«Ma perché, cosa mi vuoi fare?»

«Brava. Ecco la siringa, stringila bene, su STRINGILA! Adesso ti aiuto io, ferma Rachel, ferma così!»

«Ho paura!»

«Lo so, lo sento e mi piace, sì: quanto mi piace!»

«Non… non voglio morire io…»

«Sei già morta Rachel, lo sei da diciotto anni.»

 

 

«La paziente improvvisamente mi ha spinto a terra, ha afferrato la siringa che avevo nel camice e si è iniettata aria in vena. Purtroppo nella caduta ho sbattuto la testa e sono rimasto intontito per alcuni secondi. Se solo fossi stato più attento…»

«Non se ne faccia una colpa dottor Lawrence. Quella donna era pericolosa; solo lei riusciva a starsene chiuso nella sua stanza senza l’ausilio di un infermiere, e riuscire a parlarle; un metodo che vedo usa con diversi pazienti e che ammiro. Lei ha una dote rara: l’umanità verso queste povere anime perse. L’unico suo errore è stato accennarle del nuovo psichiatra e delle sedute d’ipnotismo: Rachel Tomson non voleva fare i conti con la propria coscienza, semmai ne avesse avuta una. Credo che per tutti questi anni non abbia fatto altro che mentire, un’assurda, insensata commedia per sfuggire a quello che le sarebbe spettato: la pena di morte. Su, vada a casa e si riposi. In fondo per quella poveretta è stato meglio così, avrebbe passato il resto della sua vita chiusa qui dentro. Un ‘ultima cosa, la prenda come un suggerimento e non come un rimprovero: d’ora in poi non tenga siringhe vuote nel camice; ne tenga una sì, ma con il Valium pronto per essere inoculato. »

«Seguirò i suoi consigli e mi scusi per la mia non voluta leggerezza…»

«Tutti sbagliamo, ma è dagli errori che s’impara e credo lei abbia capito eccome la lezione. Si ricordi che lei è il nostro fiore all’occhiello: ha la nostra totale, assoluta fiducia. Buonanotte Lawrence, ce ne fossero altri come lei: è proprio un bravo dottore!»

«La ringrazio, Direttore. Buonanotte.»

 

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