Bucarsi regolarmente

Bucarsi regolarmente di Graziano GalaBucarsi regolarmente

di Graziano Gala

 

Che fatica, signori, che fatica.

Con questa miopia che mostra tutto attraverso bicchieri lavati male e asciugati peggio.

Con questi respiri lunghi corti sproporzionati.

Con queste dita affannate ed eccessive per una azione che richiederebbe un orologiaio.

Con questa lancetta che corre mozzandoti i minuti sul quadrante.

Con questi minuti che sono diciotto – al massimo venti – se Lei troverà qualche impedimento sulla strada.

Con questa paura tremenda di non farcela spezzando un qualche pezzo d’ingranaggio.

Con tutto il dolore che ne conseguirebbe.

Che fatica, vi dico, che fatica.

La mano si arrangia come può con lo strumento. Ci prova, sia chiaro, aspira, alla precisione. Ma io fino a sette anni fa ero meccanico e riparavo marmitte di Simca e i ferri e le chiavi e le brugole erano di dimensioni ben diverse. Con le macchine prodotte in questo paese negli anni settanta era questione di forza bruta, di cattiveria, di mascolinità. Bisognava stringere avvitare aggiustare. Il bullone non si spaccava mai. Resisteva, di sicuro, si opponeva. Ma spaccarsi, quello, mai. Li producevano a Pergamo i bulloni, in Norbandia, cristiani che la mattina producevano bulloni e la sera saldavano porte. Cristiani che magari non sapevano darti il buongiorno nella lingua nazionale e che parlavano a gesti e versi nel loro idioma impastato di cemento e calcestruzzo. Ma cristiani che i bulloni sapevano produrteli.

E a me quei bulloni toccava serrarli. 

Tutto molto diverso dalla sottigliezza di questa materia. Materia raffinata, da chirurghi: cristiani anche loro, solo con uno scompenso di forza bruta compensato dalla bellezza del cervello. Roba da artisti, da letterati, mica da meccanici miopi in avanti con l’età.

Ma tant’è, questa è l’occupazione, e questo è il tempo.

E bisogna riuscire a fare tutto nel lasso che ci siamo detti, se no poi si spezza la catena e se la catena si spezza mi muore la macchina e l’aria non passa nei tubi e il filtro non funziona e se tutto collassa e tutto finisce poi finisco anche io e finisce anche Lei e non ha più senso nessuna marmitta e nessun cacciavite e nessun bullone, neanche di quelli prodotti dai Pergamaschi.

Quindi silenzio, pancia sul tavolo, respiro intervallante e operare.

Ma che fatica, vi dico, che fatica.

L’ago si perde tra i palmi, mi cade, lo ripesco, mi pungo. Non la fa a posta l’ago, ne sono convinto. Lui mi aiuta, per come può, bevendo più sudore possibile per aderire perfettamente a palmi e polpastrelli, per non sfuggire e per non scappare, per fendere e colpire per come può i lembi di seta evitando i lembi di pelle. Quando affonda nelle calze color carne si concentra, aggredisce, aderisce e slabbra; quando affonda nella carne, stavolta senza calza, quando si inzuppa di sangue e mi sente lamentarmi io lo vedo, ne sono sicuro, l’ago si dispiace. E dispiace anche a me, e mi fa male, ma non c’è tempo e i cerotti sono nell’altra stanza e le gocce che piangono sul tavolo vi prometto dopo le raccolgo, che io ogni sera ripulisco il piano di lavoro e disinfetto e facevo così anche in officina che la pulizia e la disciplina sono importanti per i chirurghi come per i meccanici.

Preferisco quelle di seta, di calze: sono più morbide e le lavori meglio e poi la seta mi ricorda le Sue mani e a volte se ho qualche secondo a disposizione per eccesso di bravura infilo la stoffa come un guanto e mi ci accarezzo la faccia che mi sembra che siano le carezze Sue, quelle profumate di talco che erano tanto spaziose per palmi tanto piccoli che io quello spazio non ho mai capito dove lo prendesse insieme a quel profumo.

La lana, da lavorare, è più difficile, e non la sfaldi facilmente: ci vorrebbero forbici e picconate, ma rischieremmo di rovinare tutto e di mettere tutto in pericolo e vi ho già spiegato come la penso sulla faccenda dell’ingranaggio. Non si può trascurare niente qui, non si può lasciare nulla al caso.

È per questo che da meccanico mi sono fatto chirurgo.

Il nylon come materiale è più complesso, ma più disposto ad assecondare i movimenti. La viscosa, raffinata, è da comprare poche volte in merceria, perché non vorrei pensassero che siamo diventati ricchi mentre spendiamo in calze tutto il resto del nostro patrimonio. Il cotone, amico mal fidato, sempre troppo sottile e sempre pronto a far scivolare gli aghi sui dolori della carne. Il filo di scozia, roba per signori, che quasi mi fa sembrare di non essere mai stato operaio e quasi mi fa dimenticare delle marmitte forate e dei fumi di scappamento.

Tutto pronto.  Diciotto minuti. Facciamo sedici.

Se poi avanza tempo mi porto avanti col lavoro. Ma di nascosto, sia chiaro, che l’altro ieri mia nipote mi ha visto e ha chiesto cosa stessi facendo e per fortuna che ho la scusa del diabete per giustificare tanti fori e tanto sangue e l’insulina è là immobile e inutilizzata e complice.

Non devi preoccuparti Caterì, che il nonno è diabetico e a volte deve pungersi il ditino, vedi? Così, due gocce di sangue, messe qui nella macchinetta, che ci dicono il nonno come sta …

[E come deve stare, MANNAGGIACCCRI’, che non prende l’insulina dal ’96 e la vista se ne sta andando un paio di calze alla volta e chissà che qualche giorno non se ne vada anche il resto ma non oggi non ora non per adesso che le calze si stanno ammucchiando sul piano di lavoro …]

Ma tu alla mamma non devi dire niente, che se no si preoccupa …

[… E l’ultima volta che si è preoccupata ho rischiato di perderLa e se perdo Lei finisce l’ingranaggio e si addensa l’aria nel tubo di scappamento e poi soffoco quanto è vero Iddio e affogo e non respiro più e non ha più senso Caterì, fidati, respirare …]

e già si è preoccupata tanto per le condizioni della Nonna e meno male – hai visto – che abbiamo tutto risolto?

[… Vattene Caterì, vattene ti prego, che mancano quattro minuti e non stiamo a niente].

Io negli anni settanta facevo il meccanico e riparavo le marmitte bucate e i rinforzavo i freni lenti e saldavo i bulloni insicuri. Io aggiustavo. Ero il risolutore, la speranza, il dottore delle automobili e l’amico degli uomini baffuti e arrabbiati e necessitanti dell’aiuto. Ora sono medico chirurgo, medico di calze sane da infortunare nei tempi richiesti. Ora distruggo, ma lo faccio per riparare. E secondo me i calzini come l’ago e come il tavolo sono tutti felici di darmi una mano, anche questo che sto bucando adesso con le mani affannate e inadatte e poco capaci e sempre ferite e sanguinanti, che ogni sette paia finisco per pungermi e forza e coraggio, amico mio di sorte, cedi le tue fibre e sfaldati, entra in convalescenza che mancano pochi minuti e poi c’è Chi saprà curarti. Non opporti alle mie mani e non spaventarti del ferro nelle carni e non pensare ai PASSI CHE SI AVVICINANO ALLE SPALLE.

Ninì, hai calze da rammendare?

Questo si ricorda, solo questo. Il mio nome e le calze da rammendare. E solo questo mi diceva ogni mattina prima di andare al lavoro. Ninì, mi diceva, hai calze da rammendare? E puntualmente  membrane ferite bucate e dilaniate da piedi troppo spessi e da unghie troppo lunghe da meccanici incuranti tornavano alla sanità.

Ninì, hai calze da rammendare?

Quello c’è rimasto, che qualcuno si è mangiato il resto e se l’è rubato di sicuro e MANNAGGIACCCRI’ niente, niente altro resta, né il suo nome né i suoi ricordi né il buongiorno ma solo qualche cosa intrappolato dietro agli occhi assenti che qualcuno deve aver messo in un barattolo più sporco e più spesso dei miei vetri da miopia, qualcosa che le ricorda che era sarta la Mimì, che era la sarta più brava del paese e che con i rammendi e gli orli suoi e con il grasso e le mani mie ci siamo pagati il cibo a noi e agli Altri, ai nemici che ha partorito la Mimì e che adesso la vogliono mettere in qualche posto brutto dove manco le calze può cucire, manco le calze, che sono l’unica cosa che la tiene ancora viva e  ancorata alla realtà.

E allora vieni Mimì, coi tuoi passi ciabattanti alle spalle, con le calze ammalate da sanare che magari un giorno una toppa alla volta passa pure a te il dolore e la dimenticanza e si torna come prima Mimì, quando ci ricordavamo tutto quello che c’era da ricordare e quello che non ricordavamo non era importante e io sono pronto Mimì, sono pronto ti dico, a versare tutto il sangue, a soffrire, a bucarmi regolarmente, a fornire soldati da rimettere in sesto, a comperare tutte le calze del mondo che in paese non mi importa se ci prendono per pazzi. Cuci Mimì, rattoppa, cura come puoi e come credi, che se smetti tu di curare e rammendare, se smetti tu di allietare i moribondi come fanno poi i padroni delle calze e le calze e quelli della merceria sotto casa e come faccio io che mi si chiude la frenata in curva e voglio solo sbattere e finire se Tu non ci sei, se non mi cammini alle spalle, con le mani che ancora ti profumano di talco e che creano spazi enormi in fazzoletti piccolissimi, con gli occhi che ci sono e che sono di sicuro dietro a qualche barattolo enorme di quelli che c’erano in credenza, con quel sorriso benedetto di un istante che mi fai quando mi chiedi

Ninì, hai calze da rammendare?

Cedo i malati in attesa di cura, ascolto i passi allontanarsi, preparo nuovi squarci, segno il tempo su un pezzetto di carta.

Altri venti minuti, diciassette meglio, così posso accarezzarmi.

L’ago corre sui lembi, le mani si arrangiano come possono, il cicatrene rattoppa le ferite sulle dita, la vista si arrangia in interventi arrabattati.

Prima aggiustavo motori, ora sono chirurgo.

Sempre di cuori si tratta.

Ma che fatica, signori, che fatica.

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