L’uomo senza inverno di Luigi La Rosa

recensione di Stefano Bonazzi

L’arte inquieta di un talento dimenticato

Luigi La Rosa ci riporta a Parigi e lo fa raccontandoci la storia di uno degli artisti a cui da sempre è più legato, il suo amato Gustave Caillebotte.

Chi conosce lo scrittore messinese dalle sue opere precedenti, saprà già quanto la sua opera narrativa sia profondamente legata alla Francia, in particolar modo a Parigi e a tutta quella corrente pittorico-letteraria sviluppatasi dalla fine dell’ottocento. 

Gustave Caillebotte, figura controversa e travagliata, fu probabilmente il primo artista impressionista a infondere nella sua tecnica pittorica un approccio prettamente fotografico e quindi, per l’epoca, estremamente innovativo. 

Celebre per i suoi scorci parigini e le eleganti silhouette che li popolano o per gli infaticabili raboteurs, le sue tele mantengono spesso un punto di vista rialzato, trasmettendo un senso di estremo dinamismo, capace di donare ai suoi personaggi una vitalità del tutto nuova. Figure eleganti o corpi flessuosi che si muovono all’interno di spazi grandangolari in cui il gioco di prospettive ammalia l’occhio dell’osservatore e le luci realistiche donano al tutto una profondità materica prodigiosa.

L'uomo senza inverno

Per raccontarci la biografia di questo artista, lo scrittore parte dall’inizio, ovvero, dall’incontro furtivo di Gustav con il chiacchierato quadro di Manet, Le dejeuner sur l’herbe, che tanto scalpore stava suscitando nei salotti della borghesia benpensante, di cui anche la sua famiglia faceva parte. Sarà proprio questa folgorazione ad accendere la miccia di una passione che sfocerà col passare degli anni in una pulsione contrastata e malinconica che, di tela in tela, si tramanderà fino agli ultimi giorni della sua breve esistenza.

In ogni pagina, in ogni singola parola, traspare l’amore e l’ammirazione dell’autore nei confronti di questo pittore, la cui figura in passato è stata erroneamente relegata a quella di semplice mecenate, mettendolo spesso in secondo piano rispetto a personalità più conosciute dei suoi anni, come Pissarro, Monet, Renoir, Sisley e Degas. Artisti da lui stesso frequentati e aiutati economicamente in più frangenti delle loro carriere, acquistandone le opere e organizzando mostre che si protrassero fino alla sua morte, a soli ventotto anni.

Figlio di un padre arricchitosi fornendo tessuti militari all’esercito di Napoleone III, Gustave è il rampollo solitario di una società capitalista che negli anni si rivelerà una cappio sempre più stretto per la sua creatività. 

La bravura di La Rosa nel delineare l’emotività del protagonista della cui intimità, a oggi, conosciamo ben poco, si evince proprio dalla sua abilità nell’aver confezionato non una sterile biografia, bensì un ritratto approfondito di una personalità complessa, che ha fatto della sua passione artistica una missione, soffermandosi sul lato più umano e su una sessualità in perenne conflitto con le ristrettezze di una società ottusa, ostile al cambiamento.

Luigi La Rosa si prende i suoi tempi, affidandosi a quello stile fluido ed elegante che da sempre contraddistingue le pagine dei suoi taccuini. Frammenti di vita impressi dalla sua splendida calligrafia su libretti fitti di annotazioni e appunti, seduto ai tavolini dei più caratteristici bistrot parigini. Pagine dense di arte e poesia in cui lo scrittore abbozza i capitoli che verranno, suddividendo il libro in stagioni-metafora e fornendoci una biografia romanzata che è il frutto di un immenso lavoro di ricerca durato più di sette anni, tra archivi, epistolari e visite ai luoghi cari dell’artista.

Un lavoro imponente, ragionato, lontano dai ritmi bulimici di produzioni raffazzonate e approssimative, al contrario, la Parigi che ci tratteggia Luigi La Rosa nel suo ultimo romanzo è un affresco complesso, credibile, ricco di poesia, il frutto di una devozione immensa, una sensibilità certosina e un’altissima scrittura.

 

L’uomo senza inverno, Luigi La Rosa

Piemme, prezzo di copertina 18,50 euro.

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