Davide Morosinotto – Il fiore perduto dello sciamano di K

davide morosinotto

di Davide Morganti

Davide Morosinotto crea mondi nei quali ci stanno dentro adulti e bambini (intesi come lettori) perché la letteratura non è segregazionista. Certe storie lo scrittore veneto le racconta come si fosse davanti a un focolare, d’inverno, mentre fuori piove e fa freddo. Il suo ultimo lavoro, Il fiore perduto dello sciamano di K (Mondadori, 448 pagine, 17 euro) ci trascina dietro a due ragazzi: Laila, finlandese, ricoverata in una clinica di Lima, ed El Rato. I due, dopo aver fatto amicizia, scoprono lo strano diario di un misterioso dottor Clarke nel 1941. In breve vengono ammaliati dal disegno di un fiore usato dagli sciamani della tribù di K. per curare. Purtroppo Laila è malata neurologica senza speranza, ne resta solo una: trovare quel fiore. Dal quel momento comincia il viaggio che li porterà dalle Ande alla foresta amazzonica, incontrando uomini terribili e una natura spesso ostile. Morosinotto narra con delicata frenesia la ricerca della guarigione, il senso doloroso della malattia ma anche il senso profondo del credere nell’altro, inteso alla Levinas ossia ritrovare se stesso in chi sta di fronte e allo stesso tempo rintracciare Dio. La prima parte è claustrofobica, racchiusa nelle pareti dell’ospedale che si trasforma in reclusorio.

Su una cosa El Rato aveva ragione, e cioè che l’ospedale cambiava tutto. Il muro che separava me da chi stava fuori diventava ogni giorno più alto. In pratica vivevo in una bolla: i giorni erano sempre uguali, e quello che succedeva all’esterno non mi riguardava più. Era tutto un po’ soffocante.

Il suo mondo va a pezzi ma presto Laila scoprirà di avere risorse inaspettate. El Rato, nato e vissuto nell’ospedale, capo del Nido (il reparto pediatrico), è un sognatore e fino a quel momento, non avendo una vita, la inventa mentendo di continuo. Accade, però, che proprio la gravità del male liberi Laila e El Rato e li porti verso spazi aperti, quelli del Perù, di così potente attrazione. Lo sperimentalismo grafico costruito su vari simboli e mappe sono parte luminosa del percorso dei due giovani protagonisti e li accompagnano fino al termine della storia.

Con scrittura cristallina Morosinotto detta i tempi e il ritmo, incalzando e rallentando, attento in ogni dettaglio, senza mai indugiare sul patetico, rivelando acutezza anche quando si tratta di descrivere lestofanti e delinquenti. Quello che viene fuori è un mondo magico che se ne sta in disparte, per nulla attratto dal glam rumoroso e narcisista dell’Occidente, anzi preferisce il silenzio, la solitudine ma è anche un mondo che sa accogliere chi lo cerca. Quando Morosinotto mostra i contrasti, restituisce ai cattivi la possibilità di poter essere buoni e buono non è una categoria per deboli ma quella che vuole sottrarre l’uomo alla luterana disperazione di essere malvagi.

Non è un libro dove conta solo l’avventura, comunque presente in maniera elegante, piuttosto celebra la necessità che l’uomo faccia delle scelte e scegliere non appartiene a tutti; ecco perché Morosinotto sviluppa una trama dove l’azione resta un elemento di ricerca e non un espediente narrativo. Le parole che formano disegni, le parole sfocate, le pagine a sfondo nero sono zone impervie dove noi e i protagonisti del libro ci troviamo ad arrampicarci, a sprofondare, a muoverci a tentoni sempre con la consapevolezza che qualcosa sta accadendo. E il libro di Morosinotto questo dice, la vita innanzitutto perché dentro si porta tutto quello che ci serve.

Leggi anche – L’uccellino rosso

Annunci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *