Astrid Lindgren, L’uccellino rosso

L'uccellino rosso
L’uccellino rosso, Astrid Lindgren

di Davide Morganti

Quando Astrid Lindgren racconta il dolore e la miseria la realtà appare prima come una tavola di legno duro su cui non c’è niente, né piatti, né bicchieri, né pane, né acqua, né vino, è un tavolaccio sporco su cui non vale la pena poggiare niente, poi però comincia, lento, ad avvenire qualcosa grazie ai bambini che la realtà all’inizio la subiscono, infine riescono a modificarla fino a renderla qualcosa vicino alla gioia. Nella raccolta inedita per l’Italia L’uccellino rosso (Iperborea, pag. 127, traduzione italiana di Laura Cangemi, illustrazioni Anna Pirolli, euro 12) la grande scrittrice svedese modula quattro racconti che hanno sempre un incipit più o meno uguale: «Molto tempo fa, nei giorni della miseria …», c’erano due bambini, c’era un lupo, c’era un bambino, c’era un ospizio. «Ci vivevano tutti i bisognosi del posto: i vecchi che non ce la facevano più a lavorare, gli indigenti, i malati, gli storpi, i mezzi balordi e i bambini soli di cui nessuno voleva prendersi cura; tutti venivano raccolti in quel luogo di sospiri che era l’ospizio». I testi, dunque, cominciano sempre con l’amarezza – la solitudine dei piccoli è assai dolorosa però poi i due orfani incontrano un uccellino rosso che li guiderà verso Pratofiorito, un magico luogo dove i bambini giocano e una mamma premurosa prepara da mangiare a tutti; Malin, abbandonata nell’ospizio, che desidera un tiglio e un usignolo alla fine sarà accontentata ma con struggente poesia; e ancora Stina Maria prigioniera di un magico mondo sotterraneo; infine Nils che, malato, entra nel castello dipinto nella sua stanza dando inizio a una serie di avventure. La fantasia della Lindgren è un paesaggio ora piano ora frastagliato, l’asprezza degli adulti – di certi adulti – costringe alla fuga, alla ricerca e al desiderio di rinascita. «In tutta la parrocchia di Norka nessun altro che Malin era sveglio, eppure lei sentiva che la notte era piena di vita. Nelle foglie e nei fiori e nell’erba e negli alberi lo spirito della primavera era vivo e vicino; sì, perfino nel più piccolo stelo e fuscello c’erano spirito e vita». La densità della scrittura è continua, non ci sono ammaestramenti morali, ma un incontro con il mondo fatto di stupore e di desiderio che le vivaci illustrazioni di Anna Pirolli sottolineano con passione. Il lieto fine non è un obbligo narrativo quando arriva ma un faticoso punto di conquista e i mondi che circondano o ghermiscono i bambini sono spesso cupe lande anch’esse bisognose di luce, par quasi che abbian la stessa urgenza di cura. «Mucchi di neve coprivano il terreno ed era un giorno d’inverno freddo gelato, ma sopra il muro un ciliegio tendeva i suoi bianchi rami fioriti». La natura per la Lindgren è madre severa e premurosa, talvolta durissima ma non rifiuta mai l’amore anche quando pretende più dei sogni stessi, come nel caso di quel piccolo gioiello che è il secondo racconto: «Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?». Astrid Lindgren, con sontuosa maestria, apre squarci di luce in ogni inverno che copre grandi e piccini perché in limine la primavera farà fiorire anche le pietre.

 

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