La messa della domenica

Elisa Mantovani

di Elisa Mantovani

“Eccola là, con la pelliccia che le ha regalato quel gran cornuto di suo marito!” pensa Mirna: fissa una donna, il suo nome è Carlotta, seduta proprio davanti a lei: le sembra un orso bianco, pronto a balzare sui poveri chierichetti intenti a zampettare intorno al prete. Per Mirna è semplicemente ridicola, come se si trovasse nel bel mezzo di una tormenta artica anziché in una chiesetta: ridicola ed esibizionista. Mirna la odia, sì: un odio profondo, viscerale, perché Carlotta è bella: per lei gli uomini si girano, le portano le sportine pesanti quando raramente si degna di fare lo sforzo immane di andare in bottega. Lei non ha bisogno di elemosinare attenzione, né di aspettare per giornate intere telefonate che non arrivano mai. 

A Mirna piace immaginare che quel bel faccino si deformi, che una mattina Carlotta si alzi piena di brufoli repellenti, come quelli che invece devastano la sua di faccia.  Tutte le domeniche ha una sola preghiera da fare a Dio sempre che, pensa, ne esista davvero uno oltre quello di legno che troneggia sull’altare. Per lei è diventata un’ossessione: sperare che l’ascolti, che esaudisca una volta per tutte l’unica richiesta che gli fa e, mentre il prete recita il Padre Nostro, Mirna inizia a recitare il suo: 

Ti prego, fai che Carlotta diventi brutta, fai che le si distrugga la faccia. Dammi la forza affinché possa distruggergliela io”, prega stringendo le mani al petto, pensando alla piccola tanica di acido che suo padre tiene in garage.

Dai Enrico girati, girati ti prego!” continua a ripetersi mentalmente Silvia, fissando le spalle dell’uomo che una settimana prima aveva stretto a sé mentre facevano l’amore. Lei non prega Dio, né tutti i santi che stanno a occhieggiare dalle nicchie scure della chiesa. Lei prega Enrico di degnarla di uno sguardo: lui è il suo Dio, ma se ne sta dritto, impettito, lo sguardo fisso sull’altare, lo stesso che tanti anni prima ha fissato mentre si sposava. 

La moglie è al suo fianco, ora come allora, come sempre. 

Silvia sente le lacrime salirle agli occhi. Lui non l’ha salutata quando si sono incrociati prima, all’entrata. Quando si è accorto della sua presenza ha girato il viso dall’altra parte di scatto, come si fosse ritrovato davanti un mostro. Non lo sente dall’ultimo loro incontro, in uno squallido motel a pochi chilometri dal paese. Le aveva promesso di chiamarla il giorno dopo e lei era rimasta in casa, col cellulare sempre accanto, invano. 

Continua a fissare quei due: lui col suo abito della domenica, quello nero, che lo fa assomigliare a un quacchero. Sua moglie con il solito vestito sciatto, fatto di una giacchetta grigia che le scende su di un abitino che sarebbe perfetto per una bracciante intenta a cavar patate in un campo sperduto.

Le fanno ricordare un quadro: “Gotico Americano”, che raffigura un uomo e una donna, l’uomo ha un forcone in mano e un’espressione decisamente poco rassicurante.

Silvia odia quel quadro, le ricorda il dentista: ne ha una stampa proprio nella sala d’attesa, come se non fosse già abbastanza inquietante starsene ad ascoltare il sibilo del suo trapano. 

Si mette a fantasticare su come sarebbe bello averlo tra le mani adesso, un forcone: lo lancerebbe con tutta la rabbia che ha in corpo su quei due. Le viene da sorridere, perché per le mani ha ben di peggio che un forcone appuntito: ha i messaggi di Enrico, le foto che gli ha scattato a sua insaputa mentre si rivestiva frettolosamente per correre dalla moglie. 

Sta solo aspettando che si giri, che la degni di uno sguardo, prima di lasciare che tutta la frustrazione che prova li inondi come un fiume in piena. 

Lurida cagna, schifosa lurida maledetta cagna!” pensa invece Luigi.  Guarda la donna stretta nella sua giacchetta grigia, con i capelli color pannocchia e quel modo di vestirsi da vecchia, una sorta di specchietto per le allodole, per nascondere alla vista degli altri cosa sia in realtà: una sgualdrina, e delle peggiori. Una che va a letto con uomini solo per poi ricattarli. 

Una così non può che vivere in questo paese, pensa, un paese che si chiama Vaccolino: rende pienamente onore al suo nome, e gli viene quasi da sorridere seguendo i suoi pensieri farneticanti.

Si è fatta ormai quasi tutti i compaesani, traendo vantaggi qua e là, ne è certo ormai, peccato che se ne sia accorto quando i giochi erano già fatti e finiti. 

“Se non aiuti mio marito abbassando il prezzo delle forniture farò vedere a tua moglie i tuoi messaggi, e li farò vedere anche a tua figlia.”, così gli aveva detto, mentre lo spingeva fuori dal letto, quello che lei condivide proprio con Enrico, suo marito. Se l’è scopata per due settimane, quasi tutti i giorni, quando Enrico era al lavoro; mentre se la spassava in casa sua pensava a quanto fosse ingenuo quell’uomo, ignorando quanto in realtà l’ingenuo fosse lui. Enrico infatti deve sapere dei traffici loschi di quella gran puttana della moglie e, da buon ruffiano senza palle qual è, se ne sta zitto, raccogliendo i frutti marci che cadono dall’albero: deve essere così, non ha più dubbi.

Luigi ha abbassato i prezzi delle forniture eccome, una cosa che gli ha portato litigi a non finire e un notevole ammanco in cassa. Ma non si è accontentata: ha iniziato a chiedergli soldi, tanti, troppi, riducendolo al limite del lastrico. Sua moglie sta morendo, si sta spegnendo come una piccola candela: pensare di provocarle altro dolore è inumano. Sua figlia è l’unica ancora di salvezza in quel mare di sconforto: se venisse a sapere che ha tradito sua madre lo ripudierebbe.

Luigi gira il capo verso le donne della sua vita. Sua moglie, col fazzoletto sulla testa a nascondere la devastazione della chemioterapia e sua figlia che ha appena compiuto quattordici anni, un bocciolo che sta fiorendo sotto i suoi occhi: la vita e la morte, sedute insieme su quella fredda panchina, così vicine, così lontane. Gli viene un nodo alla gola e allora si rivolge a quel Dio che se ne sta a capo chino, come fosse rassegnato dinanzi a quello stuolo di anime dannate; lo prega di prendersi cura di quella sua figlia, di darle quel conforto e quella forza che a lui invece sono sempre mancate. Non ha mai creduto in Lui, viene in chiesa solo per compiacere la moglie. Vigliacco fino alla fine, pensa, pronto persino a pregare quell’entità che ha sempre rifuggito, disprezzato. La disperazione: è la disperazione a farglielo fare e se quel Dio, che tutti dicono essere buono e generoso, esiste veramente allora dovrà ascoltarlo, ascoltare le parole di un padre disperato, prossimo al suicidio. Sa già come si toglierà la vita: ha una pistola che tiene in ufficio, userà quella. 

Lo farà non appena Gina, sua moglie, avrà finito di soffrire. Il dottore ha detto che le restano poche settimane ancora: così ha detto dopo l’ultima visita, fissandolo con freddezza da dietro la sua scrivania, come se stesse parlando della scadenza di uno yogurt. Anche Luigi non vuole più soffrire e, soprattutto, vuole dare un futuro a sua figlia; con la sua morte incasserà l’assicurazione, erediterà la casa e, forse, un giorno avrà una famiglia, con un uomo al suo fianco: un Uomo, non un fallito come lui. 

“Spero che tu muoia, che ti caschi il crocifisso su quella lurida testa. Dio, deve punirti, lo deve fare!” continua a pensare Monia, la figlia di Luigi. Fissa il crocifisso, artigliandosi la gonna con le dita, quella maledetta gonna che odia indossare, ma che a sua madre piace tanto. 

“Sembri proprio una donnina così!” le ha detto anche quella mattina, e lei ha trattenuto le lacrime a stento: perché sua madre non l’avrebbe mai vista diventare donna. Perché sua madre non sa che in realtà è già una donna suo malgrado. Fissa il crocefisso, nella speranza di vederlo staccarsi dall’altare e piombare addosso a lui, schiacciandolo, dissolvendolo in una nube polverosa come fa l’acqua santa con i vampiri in quei film che una volta amava guardare. Adesso non li sopporta, non sopporta nulla: c’è sempre qualcosa che le ricorda lui, il suo odore, la sua voce, la sua violenza. Trattiene a fatica un conato di vomito, mentre lui le rivolge un sorrisetto malizioso che nessun altro sembra cogliere. Nessuno sa, nessuno ha il minimo sospetto anzi, tutti sembrano considerarlo alla stregua di un Santo, una cosa che la getta ancora di più in uno sconforto che le toglie il fiato. 

La consapevolezza che nessuno le crederebbe è devastante quasi quanto quello che lui le fa. 

Lui lo dice sempre: “Anche se un giorno ti venisse in mente di spifferare certe cose credimi: ti prenderebbero per una matta, non ti conviene cara”, lo ripete sempre quando si riallaccia i pantaloni e Monia sa che ha ragione. 

Dopo ogni abuso lui se ne va in cucinetta, standosene per minuti interi con le mani sotto il getto del rubinetto, come se quel gesto potesse cancellare quello che le ha appena fatto. 

Monia ha un brivido e sua madre le mette un braccio intorno alle spalle; sente la sua mano, calda, rassicurante e vorrebbe che rimanesse così, per sempre. Socchiude gli occhi, assaporando quel lieve tocco come la cosa più bella e unica del mondo, pregando con tutta se stessa a Dio di prendere quel mostro, non sua madre. 

“E ora scambiatevi un segno di pace!” dice Don Savio. 

Lo dice fissando Monia, pensando a quello che avrebbe fatto il pomeriggio successivo con lei trattenendo a fatica un sorriso: che ragazzina deliziosa, un bocconcino irresistibile pensa, mentre la osserva.  Anche lei lo sta guardando, con occhioni sgranati e impauriti: vederla così gli infonde un senso di potere assoluto, così eccitante, travolgente. Sua madre sta morendo e chi meglio di lui avrebbe potuto confortare quella piccola pecorella smarrita, pensa, sentendo l’eccitazione crescergli in corpo. Quei pensieri sono come bollicine, che gli stuzzicano l’animo facendolo sussultare di piacere. 

Tutti si scambiano un segno di pace, stringendosi le mani: Luigi con quel parassita di Enrico, Silvia con un vecchio che è al suo fianco, vedendosi riflessa nei suoi occhi acquosi sola, come adesso, come sempre; Monia con la donna che ha rovinato suo padre e che la renderà orfana, Mirna con Carlotta che le sorride radiosa, e così via tutte le altre anime sporche, venute per dare una spolverata alla loro immagine in un giro vorticoso di mani che trasudano menzogne e segreti.

“La Messa è finita, andate in pace!” tuona Don Savio che, dall’alto del pulpito, se ne sta ad ammirare il suo gregge di brave e devote persone, proprio come lui, pensa, già: proprio come lui.

 

Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay

 

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