La casa senza tetto

La casa senza tetto

di Davide Rissone

 

Quand’ero piccolo vivevo in una casa tutta bianca senza il tetto. Era una villetta al centro di un enorme giardino costellato di alberi da frutto, piante e fiori, rose perlopiù, e i nostri vicini possedevano delle case simili alla nostra, alcune un po’ più grandi altre più piccole, alcune addirittura a due piani, ma tutte quante senza il tetto. In realtà, non appena crebbi un po’, capii che il tetto ce l’avevano, ma che non era di tegole rosse come ritenevo dovessero essere costruiti tutti i tetti.

Io e la mia famiglia vivemmo in quella casa fino a quando compii quindici anni, poi ci trasferimmo in un’altra, più brutta a mio avviso, ma che evidentemente a mio padre e mia madre piaceva di più. Non ce ne andammo per una questione di soldi o che so io, ma perché mio padre, colui che ha sempre preso le decisioni più importanti, sentendo di avere ancora dentro di sé abbastanza energia da dissipare, riteneva stupido sprecarla continuando a stare in un posto in cui aveva trascorso quasi vent’anni della sua vita. I miei genitori avevano acquistato la villetta all’inizio degli anni Settanta e un paio di anni dopo ero nato io.

Al centro del comprensorio sorgeva la piscina comune, una bella piscina a forma di scarpa da clown, venticinque metri per dieci, con dei faretti tondi sul fondo  per illuminarla di notte, le sdraio bianche rivestite con i cuscini impermeabili e i lampioncini sistemati tra una siepe e l’altra per dividere le proprietà. Proprio un bel posticino, niente da dire, ma i miei genitori non la utilizzavano mai, dicevano fosse uno spreco di soldi nonché un’inutile ostentazione del privilegio di cui godevamo noi e le altre famiglie, e che non avrebbe fatto altro che attirare ladri e malintenzionati, oltre all’inconveniente di costare un occhio della testa in prodotti chimici e manutenzione annuale. Io ci andai giusto in un paio di occasioni, non perché condividessi le convinzioni di mio padre, ma perché non mi attirava, non la ritenevo una cosa adatta a me.

Devo riconoscere che non è facile tornare con la mente a quel periodo della mia vita. I primi anni ero molto piccolo e per quanto riguarda quelli successivi, solo oggi, a distanza di più di vent’anni, cominciano a riaffiorarmi alla memoria dei particolari, e con essi momenti, sensazioni e altri ricordi che al tempo non credevo neppure di aver registrato. Fatto è che le vicende di cui ho intenzioni di parlare si svolsero quando vivevo con la mia famiglia nella casa bianca senza tetto.

Quando ripenso a quegli anni ho l’impressione di averli vissuti con eccessivo distacco. Il motivo, vallo a sapere. Alle volte mi vedo ancora bambino sul vialetto di casa, immobile, con i miei pantaloncini a righe blu e la maglietta bianca, abbagliato da un accecante sole estivo, a fare nulla, circondato di fiori e cespugli ben potati, mentre i miei genitori sono chissà dove, in casa suppongo, o al lavoro, e più mi sforzo più mi è difficile farlo muovere quel bambino, farlo camminare in una qualunque direzione, come se altro non fosse che una fotografia appiccicata davanti ai miei occhi. Conservo tuttora la sensazione di star vivendo una vita distaccata, come se interponessi qualcosa tra me e il mondo, ma credo che da piccolo questo atteggiamento, se di atteggiamento si può parlare, fosse ancora più marcato, al punto che fatico a evocare episodi di interazione tra me e le altre persone, in particolare tra me e i miei genitori. Dubito che non ci parlassi, ma la consapevolezza di averlo fatto, di aver intrattenuto con loro un qualche tipo di conversazione di tanto in tanto, non è sufficiente a dare forma ai dialoghi.

L’ultima volta in cui ci ho provato non sono riuscito a far altro che immaginarli in cucina; mia madre con indosso un vestito da casa beige, sformato, e un grembiule stretto intorno alla vita, e mio padre in giacca, cravatta e occhiali da sole. Stanno parlando di qualcosa, lo si capisce dalle posture del corpo e dal fatto che si guardano negli occhi, ma dalle loro bocche non fuoriescono suoni. Hanno delle espressioni deluse, o tristi, o forse è solo il loro modo di rivolgersi l’uno all’altra. È il massimo cui riesco a giungere.

All’età di dieci, undici anni non ero del tutto consapevole del fatto che la mia famiglia fosse benestante. Ciò che sapevo era che entrambi i miei genitori lavoravano da mattina a sera in due paesi diversi, svolgendo mansioni differenti, che la casa in cui vivevamo era di nostra proprietà, che eravamo proprietari di tre auto (una delle quali non si usava mai) e che nel piatto non mi era mai mancato da mangiare. È probabile vi sorprendiate davanti a quanto  avete appena letto, ma è proprio così. Potreste pensare che fossi un bambino distratto o stupido o magari menefreghista al punto da non ritenere la propria esistenza più che fortunata rispetto a quella dei suoi coetanei. Be’, vi sbagliereste. Il problema è sempre lo stesso: il distacco. Non prestavo attenzione a quasi nulla, e per giunta i miei genitori non mi davano modo di riflettere chissà quanto. Mia madre non faceva shopping, mio padre non comprava nessun oggetto che non fosse strettamente necessario alla sopravvivenza quotidiana, e in generale non si svolgevano attività non ritenute di una qualsivoglia utilità, come andare a cena fuori. I regali di Natale erano modesti, quelli dei compleanni pure. Non disponevo di una paghetta settimanale  – come invece ricevevano i miei compagni di scuola – e le vacanze estive erano sempre uguali: due settimane in campeggio in Liguria. Insomma, il nostro stile di vita poteva definirsi senza alcun dubbio sobrio. A mio padre non piaceva dare nell’occhio, diciamo così. Se all’epoca qualcuno si fosse preso il disturbo di domandarmi come se la passavano i miei genitori, io non avrei saputo cosa rispondere, o al massimo avrei detto: “non c’è male”, assumendo quello che mio padre amava definire un basso profilo. Nessuno me l’ha mai domandato, e io ho potuto vivere fino a oggi conservando una certa leggerezza, chiamatela spensieratezza se volete, in pratica ho potuto condurre una vita poco coinvolta.

Devo ammettere, però, che sorvolare sull’essenza delle cose, allontanarmene giusto di un passo, aveva e continua ad avere i suoi lati positivi. Innanzitutto, quando scoccò anche per me il periodo dell’adolescenza non fui investito dalle crisi d’identità e dai paralizzanti dubbi a cui invece i miei (pochi) amici dovettero inchinarsi, rialzandosi solo parecchi anni dopo convinti di aver trovato un senso alle loro esistenze. In più, prendere le distanze da tutto e tutti, o quasi, mi consentì di schivare le situazioni in cui al contrario precipitò mio padre, e mia madre con lui si capisce, che contribuirono alla fine del loro matrimonio e allo stesso tempo scrissero la parola fine alla mia spensieratezza.

Uno dei nostri vicini di casa era un certo Angelo. Un tipo strambo per quel che ricordo, sposato con una donna dolce e bellissima, una di quelle persone alle quali non appena si presenta l’occasione buona domanderesti senza tanti giri di parole per quale diavolo di ragione abbia deciso di stare con un uomo tanto orribile. Io, come potrete immaginare voi stessi, non mi sono mai ritrovato nella condizione di potergliela rivolgere, benché mi abbia sempre rattristato l’idea che una così brava persona stesse condividendo la propria vita con un essere simile. Non lo sopportavo proprio. Perlopiù, da quanto si mormorava nel vicinato, era un “trafficone”, così l’aveva chiamato una volta mia madre, uno che sa sempre tirare fuori un coniglio dal cilindro quando le circostanze lo richiedono, e pare che nell’estate dell’Ottantacinque le circostanze lo richiedessero eccome.

Una sera i miei genitori invitarono Angelo a cena. Era raro che qualcuno sedesse alla nostra tavola, e tanto più in settimana, a meno che non fosse Natale e quel qualcuno non fosse un parente piuttosto stretto venuto in visita da chissà dove. Rammento, se non proprio tutta la cena in sé, almeno la particolarità dell’occasione. Fui io ad aprirgli la porta. Reggeva in mano una voluminosa bottiglia di vino alla cui estremità era stato fissato un biglietto rosso, e non appena pronunciai la parola “salve”, Angelo me la ficcò in mano, disse qualcosa e si accomodò in casa senza tanti complimenti. La moglie arrivò più tardi. Quando si unì a noi non fui io a riceverla, un dettaglio di cui mi rammarico ancora oggi, bensì mio padre, che ottenne in cambio un sonoro bacio sulla guancia, suppongo per il semplice fatto di averla inviata a entrare mostrandole un bel sorriso. Indossava una gonna nera corta fin sopra le ginocchia e una camicetta leggera, scollata, di seta azzarderei, color panna o crema. I capelli, di un bel biondo cenere, erano sciolti e ricadevano leggeri sulle spalle, il suo profumo era delicato, un’essenza estiva, e il filo di trucco che aveva scelto le faceva risplendere gli occhi come quelli di un’adolescente innamorata.

Come faccio a ricordare tutti questi dettagli? Be’, semplice, non ho la più pallida idea se corrispondano o meno alla verità. Temo sia stata la mia immaginazione a colmare i buchi della serata, ma a dirla tutta credo l’abbia fatto nel migliore dei modi possibili. Di un unico particolare sono certo: la signora Rivieri aveva gli occhi lucidi. Ergo, o aveva pianto da poco o si era commossa per qualcosa di cui, ahimè, neppure la mia fantasia può dire nulla.

Fu una cena allegra. Tutti e quattro bevvero molto. Si mangiò in abbondanza e verso la fine del pasto, in concomitanza con il dolce, venne stappata la gigantesca bottiglia che Angelo mi aveva consegnato al suo arrivo e pregato di riporre in frigo – meglio se in freezer per una mezz’oretta – aveva anche precisato. E quando mio padre fece saltare il tappo (Angelo disse che spettava a lui l’onore di aprirla) tutti squittirono in preda all’euforia – dovuta a cosa non potevo ancora saperlo – e una buona quantità di quel liquido spumeggiante finì sulla tavola, per terra e in parte sulla camicetta della signora Rivieri che, dopo una rapida occhiata, non parve prestarci particolare attenzione. Non è da escludere che nell’occasione mi lanciò anche una specie di sguardo complice, come se il fatto che la sua preziosa mise si era macchiata fosse un segreto tutto nostro che sarebbe stato meglio non rivelare agli altri presenti. Io arrossii, o comunque provai un certo imbarazzo, e fui costretto ad alzarmi e andare in cucina con una scusa qualsiasi. Ciò che feci di là, circondato da teglie e pirofile ancora colme di cibo, giuro non saprei proprio descriverlo. Posso solo ipotizzare che me ne stetti un po’ per conto mio, tentando di elaborare il significato di quello sguardo, della sensazione provata quando gli occhi luccicanti della signora Rivieri si erano posati su di me.  

Quando ritornai in sala da pranzo, pochi minuti dopo, i nostri ospiti si erano divisi. Angelo si era accomodato a fianco di mio padre per mostrargli degli incartamenti piuttosto voluminosi, mentre la signora Rivieri aveva spostato la sedia verso il divano e stava sorseggiando il suo vino con fare disinvolto. Mia madre, invece, teneva gli occhi fissi sui fogli che Angelo aveva aperto di fronte a mio padre che, piuttosto brillo, tentava di leggere avvicinandoli e allontanandoli dal naso.

Dopo uno scambio di battute su un argomento che non afferrai, Angelo riempì un’altra volta il bicchiere di mio padre, e poi anche il suo, e brindarono di nuovo. I calici tintinnarono e anche la signora Rivieri propose un brindisi a mia madre, giusto per bilanciare lo smacco di essere state escluse da quel festeggiamento privato e tutto maschile, così dichiarò, ma lei si tirò indietro, affermando che qualcuno doveva pur rimanere sobrio per firmare le carte. Lo disse in maniera bonaria, e allora la signora Rivieri, voltandosi verso di me, mi porse il suo bicchiere e mi domandò: – Vuoi unirti a noi?

Me lo propose sorridendo, ma quando le sue labbra (ancora più carnose di quelle di mia madre) si schiusero mostrando i suoi denti bianchissimi, fui tentato un’altra volta di scappare in cucina. Non lo feci. La fissai come inebetito e, prima che potessi rispondere, mia madre disse che non era il caso, non avevo ancora l’età per bere e che sarebbe stato meglio se avessi preso in considerazione l’ipotesi di andare a letto, dato che il giorno dopo ci sarebbe stata scuola.

Poi non ricordo più nulla.

No anzi, a pensarci meglio, rammento di aver udito le voci di Angelo e dei miei genitori per ancora un bel pezzo dopo essermi infilato nel letto. Non le distinguevo con chiarezza, ma quel che era certo era che la signora Rivieri non stava prendendo parte alla conversazione. Di questo sono sicuro. Si stava parlando di un’occasione unica mi pare, di soldi forse, del fatto che non c’era nulla da temere, che potevano stare certi, di dare ascolto al loro istinto. La voce di Angelo troneggiava su tutte le altre. Dopo un po’ mi addormentai.

La mattina seguente, mentre stavo facendo colazione, sentii mio padre dire a mia madre: – cosa ne pensi?

– Ce lo meritiamo, ecco cosa penso.

– Ho già in mente un paio di progetti.

– Stiamo con i piedi per terra per il momento, ok?

– Ma sì sì, era per dire, non fare la solita rompi…

– Shhh, fai piano, Stefano è in cucina.

– Allora?

– Non mi piace che ci senta.

– Va bene, va bene. Dai, ci vediamo stasera.

– Non fare tardi.

Mio padre transitò rapidamente in cucina, afferrò la valigetta, sorseggiò il suo caffè, mi scompigliò i capelli e uscì di casa. Mia madre arrivò poco dopo, stringendo sotto il braccio gli stessi fogli della sera prima.

– Dai Stefano, fai in fretta, viene tardi – mi disse, – devo ancora passare in banca prima di accompagnarti a scuola.

Io bevvi tutto d’un sorso il mio caffellatte e andai in camera per cambiarmi.

Ciò che accadde nelle settimane e nei mesi successivi, come avrete ormai capito, non mi fu subito chiaro, e anche oggi fatico a spiegarmelo. Innanzitutto, Angelo e sua moglie non vennero mai più a farci visita, e dopo qualche tempo non li vidi neppure più in giro. Mio padre, quando rientrava dopo il lavoro, era sempre nervoso e litigava in continuazione con mia madre, che di rimando gli urlava dietro già dalla mattina presto prima che uscisse di casa. La terza auto  sparì e mio padre non accennò mai più alla faccenda dei progetti. In linea di massima si può dire che la nostra quotidianità non subì chissà quali turbamenti rispetto ai tempi anteriori alla famosa cena, ma nell’aria aleggiava un senso di frustrazione e fallimento, il puzzo tipico che assume la vita quando le cose non girano esattamente per il verso giusto.

Angelo, due settimane dopo la cena, si trasferì con la moglie chissà dove, alcuni dicono in America Latina altri in Polonia, e al loro posto arrivò una simpatica coppia di anziani. Anche molti dei nostri vicini di casa fecero le valigie poco dopo, costretti, a quanto pare, a vendere la casa per rientrare del debito contratto. Come detto, la mia vita e quella dei miei genitori non subì grandi variazioni, anche se in effetti qualche anno dopo anche noi ce ne andammo, e a ripensarci, mi sorge il dubbio che forse mio padre avesse un altro motivo per mettere in vendita la casa bianca senza tetto e comprarne una, checché se ne dica, decisamente più brutta. L’unico vicino con il quale rimanemmo ancora in contatto ci raccontò di aver assunto una specie di investigatore privato per scoprire dove si fosse andato a cacciare Angelo, ma non credo ne abbia mai ricavato granché; il signor Rossetti era il più infuriato di tutti.

Nel mio piccolo, non avevo più pensato alla faccenda di Angelo, anche se di tanto in tanto mi era capitato di tornare con la mente alla signora Rivieri. Chissà che fine avrà fatto? mi domandavo, sarà ancora sposata con quel tipo? Sarà ancora bella come lo era all’epoca? Si ricorderà di me?

Qualche giorno fa ne ho parlato con mia madre. Stavamo prendendo il caffè in salotto discutendo del nulla, quando all’improvviso mi è venuta in mente la storia dei nostri vicini e della cena. Lei per poco non si è strozzata con il caffè a sentir nominare Angelo. Tra un colpo di tosse e l’altro è riuscita a dirmi: – Vedi di non tirar fuori la faccenda con tuo padre quando ti capita di vederlo, va bene? Gli vanno ancora i fumi alla testa quando ci ripensa – e dopo un istante, – che disastro Stefano, quella volta abbiamo combinato proprio un gran casino.

Ho continuato a sorseggiare il mio caffè, come se nulla fosse.

 

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