Chiedilo all’autrice – Gaia Giovagnoli

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Al riparo da quote rosa, da etichette cerebrali da apporre agli autori quasi fossero cibi in scatola e da qualsiasi altra stregoneria Gaia Giovagnoli è semplicemente una delle migliori creature poggianti penna su foglio o dita su tastiera: l’ho appurato in Teratophobia (‘Roundmidnight edizioni), ne ho trovato conferma in liriche nuove e non solo. Quest’autrice, con poesie su Spagine, Interno Poesia, Poetarum Silva, è in grado di azzoppare le ginocchia al lettore, di metterlo a sedere, di costringerlo a guardare tutto ciò che rimandava con gli occhi altrove.

Prova: tenermi rotta / con la gola infuriata / Se non dimentico il corpo / a morsi vuoti me lo strappo. Ti prego, iniziamo da qui.

In Teratophobia ho provato ad usare una lingua che fosse violenta, a pezzi, una specie di lamento modulato. Il corpo, come in questo verso, è uno dei nuclei vivi del libro, e viene ripreso a più mandate e simbolizzato (ripudiato, sorvegliato, avvicinato). In antropologia il corpo non è considerato come sola materia, ossa e carne – sarebbe riduttivo. È piuttosto il mezzo principe con cui esistiamo nel mondo, grazie al quale incarniamo e reiteriamo valori e pratiche culturali. Noi, tramite corpo, rendiamo viva la cultura, la convalidiamo o riplasmiamo agendola. Il corpo è, in questo processo, un limite e una soglia: lì si plasma la nostra esistenza (personale, sociale), non si esiste al di fuori di una dialettica che lo coinvolge, ed è luogo di incontro con un’alterità. Quando si avvicina l’alterità, si crea sempre uno scontro necessario, ma vitale: ego c’è solo perché esiste alter. L’alterità ci crea dei tratti, ci battezza: dal tu/io iniziamo a narrarci. Non si esiste prima di questo urto, si è massa inerte. Mi affascinava provare a dare voce anche a questa nascita nel sangue.

 

Come avviene in te il processo poetico? Da cosa senti il bisogno di partire?

Le urgenze sono tante e non sempre lineari, quindi faccio un po’ fatica a rispondere. Posso dire che la maggior parte delle volte c’è sotto un sistema di idee, una forma-libro in potenza, che spinge i temi verso una struttura. Un lavoro di poetica che è esterno ai testi, insomma. Ma non è sempre così. Non mi piace la retorica dell’autore posseduto, però, che traccia linee e simboli perché illuminato da chissà quale visione super partes o virtuosamente intrusiva. Direi che è abbondantemente superata. Chi scrive è più un rabdomante: traccia delle prospettive semantiche, coi mezzi della disciplina, un po’ alla cieca e un po’ no.

In Teratophobia hai indagato il nero, il buio che può ammassarsi nel silenzio della gente. A un anno di distanza come ti poni rispetto a quest’opera?

Teratophobia non lo volevo pubblicare. Ci sono testi vecchi, alcuni del 2009. Ha una voce del disagio che ho ripudiato fino alla fine, perché avevo paura che non fosse niente di indispensabile, il solito voyerismo dell’incubo – mi pareva un’operazione inutile e troppo ammiccante. È un libro molto ancorato alla suggestione. Adesso certe cose di sicuro non le scriverei così. Non so nemmeno se le scriverei. Ma è stato necessario non buttare via tutto. Mi è servito per prendere la parola e iniziare un discorso che spero di riuscire a continuare.

In che direzione sta andando la tua scrittura?

Ho in cantiere una raccolta, che non so ancora se vedrà la pubblicazione. Sto sperimentando con il ritmo, e con un uso diverso dell’io lirico, grazie ad un escamotage di fondo che mi sembra abbastanza funzionale. E sto scrivendo prosa. Ma soprattutto questo non so che fine farà, né se avrà una fine.

Quali autori legge Gaia Giovagnoli?

Parlerei più di opere che di autori. Guido Mazzoni, “La pura superficie”, lo rileggo spesso. Sta avendo un impatto per la mia generazione più profondo di quanto non siamo ancora in grado di ammettere ad alta voce (non perché non sia all’altezza, ma perché credo che chi si affaccia alla scrittura, per darsi autorevolezza, cerchi padri canonizzati o in via di canonizzazione, dichiarando solo quelli come armamentario, fino a forzarseli addosso. Non credo però che i modelli sbandierati ci siano davvero in ciò che si scrive – al più sono naturalizzati – o che si ritengano davvero la lente migliore per scrivere oggi). Mazzoni fa parte della generazione che dovremmo davvero osservare, con altri ci dà l’assenso a rompere le righe. Elisa Biagini, anche,“Da una crepa” per l’attitudine al cesello e la dose di silenzio; Gherardo Bortolotti, “Storie del pavimento”, magistrale, altra andatura da frequentare. Louise Glück, buona parte, soprattutto “Vita Nova” e “Averno”, per l’uso del mito come ombelico del quotidiano. I saggi di Mark Fisher (“The Weird and the Eerie”) e di Eugene Thacker (“Tra le ceneri di questo pianeta”) per le coordinate sul perturbante e l’orrido, entrambi concetti chiave non solo per guardarsi attorno oggi ma da rendere operativi.

Come vedi la situazione poetica odierna?

In fermento, ma non so rispondere. Un bravo poeta agli esordi, Alessio Paiano (ne “L’estate di Gaia”) direbbe: “A puttane!”. Io dico che proprio non lo so. Non sono italianista, o un critico militante. Lascio volentieri la parola a chi ne sa più di me.

Photo: Dino Ignani

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