Due parole con: Stefano Bonazzi

A bocca chiusa, romanzo dello scrittore Stefano BonazziPrendiamo fra le mani uno dei suoi libri, attratti dal silenzio poetico delle copertine o anche dai meravigliosi titoli, per i quali conia anche dei neologismi (“L’abbandonatrice”) o sceglie la poesia delle parole   (“A bocca chiusa”).
Iniziamo a leggere uno dei suoi romanzi e, d’un tratto, ci troviamo lontani dal nostro tempo e dalla nostra vita, rapiti dalla scrittura schietta e diretta di chi sa raccontare la famiglia, il senso di abbandono e di solitudine; di chi sa indagare e dare ascolto all’animo umano dipingendone ogni sfumatura. Basta iniziare, per scoprire che Stefano Bonazzi, nato a Ferrara, di professione grafico pubblicitario e autore anche di composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista (sue opere sono esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco, Zhengzhou) ha il dono di una narrazione che sa essere immagine, musica, colori, oltre che valore e potere della parola. 
Nel 2014 il suo esordio con “A bocca chiusa, che è tornato in libreria, per la gioia dei lettori, all’inizio di questo nuovo anno, in una nuova veste, in una nuova edizione, curata da Fernandel; nel 2017 il suo secondo romanzo,L’abbandonatrice (edito sempre  da Fernandel) e la conferma che quella di Bonazzi è una delle voci più belle e promettenti della letteratura italiana.

È da pochi giorni tornato in libreria, dopo il grande successo de “L’abbandonatrice” (Fernandel, 2017), con quello che in gergo cinematografico chiamano “remake”. “A bocca chiusa” è, infatti,  il romanzo che segna il suo esordio in narrativa. Cinque anni fa o poco più fu pubblicato da un grosso editore e regalò a lei un grande successo di pubblico e critica e ai lettori un nuovo scrittore da leggere e seguire. Da cosa nasce il desiderio o la volontà di riprendere in mano quel primo lavoro e di ridargli una seconda vita?

La prima versione di “A bocca chiusa” mi ha regalato tantissime soddisfazioni sia di pubblico che di critica. Sono ormai passati più di cinque anni dall’uscita della prima versione e in concomitanza con la pubblicazione del mio secondo romanzo, “L’abbandonatrice”, mi sono accorto che molte persone chiedevano anche la versione cartacea del precedente che, ahimè!, non era più disponibile in quanto esaurita e fuori catalogo. Insieme al mio editore si è quindi deciso di riprendere in mano il manoscritto originale, rivederlo parola per parola e aggiornarlo con una veste grafica nuova. Quello che esce oggi non è proprio un “remake” ma una sorta di versione “deluxe” che contiene anche un capitolo inedito.

Quando ha sentito di voler diventare scrittore e quando si è accorto di esserlo?

Quando ho capito che il mezzo fotografico non mi era più sufficiente per comunicare certi stati d’animo. In realtà io non mi considero ancora “scrittore”, non penso che due libri siano sufficienti a definirti tale, così come un pittore generalmente non viene considerato artista dopo un paio di quadri. La scrittura, come tutte le arti creative, è un percorso di continua ricerca e perfezionamento e io sono ancora agli inizi. Mi piace molto giocare con la parola perché tra le parole io ci sono nato (il primo libro mi cadde in mano a sette anni) e pensare di poter lasciare un piccolo contributo in questo affascinate universo che è la letteratura, mi stimola molto.

Quando, come e dove scrive? Ha dei particolari rituali?

Mi piacerebbe tratteggiarvi l’immagine idilliaca dello scrittore chino sui block notes, che compone i suoi capolavori affacciato su panorami bucolici, immerso nel silenzio della natura incontaminata, ma purtroppo nel mio caso non è così: io scrivo di notte, spesso al computer, con le cuffie nelle orecchie perché i rumori mi distraggono. La musica strumentale nel mio caso è un toccasana perché mi permette di isolarmi dal mondo esterno senza riempirmi la testa con parole di altri.

Oltre che scrittore, lei è anche grafico e soprattutto realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo surrealista. Ha anche firmato le copertine dei libri di altri scrittori (“Gli annientatori” di Gianluca Morozzi, “Felici diluvi” di Graziano Gala, per ricordarne alcune). Come si incontrano queste due espressioni artistiche e quanto la fotografia influenza la sua scrittura?

Mi dicono che ho una scrittura molto “fotografica” e nei miei scatti, che siano digitali o analogici, cerco sempre di creare una sorta di narrazione, quindi penso che queste due forme di espressione si compensino e completino a vicenda. Mi piace pensare che l’immagine sia un’appendice della parola e viceversa, anche se le storie che scrivo non sono quasi mai collegate alle serie fotografiche ma c’è sempre comunque un filo noir, un’atmosfera inquieta che le lega.

Quali scrittori hanno avuto particolare influenza nella sua vita e nella sua scrittura?

Sicuramente Simona Vinci, Giuseppe Merico, Mauro Covacich, Raimond Carver, Sylvia Plath, tra i primi nomi che mi vengono in mente per lo stile e le tematiche trattate. Mi piace poi leggere di tutto, dai classici agli sperimentatori contemporanei, penso sia un esercizio utilissimo confrontare penne di epoche e qualità diverse, per avere un’immagine più obiettiva della strada che si vuole percorrere.

L’ultima domanda, la rivolgo proprio a Bonazzi lettore. Quali sono le letture che preferisce? E se le chiedessi di consigliare dei libri ai lettori? Uno per ogni stagione…

Mi appassionano le storie che indagano l’anima umana, la famiglia, i rapporti sociali e asociali tra le persone. Tra i libri che ho amato di più e che consiglierei a occhi chiusi:
Inverno: “La strada”  di Cormac McCarthy
Primavera: “Una casa alla fine del mondo”  di Michael Cunningham
Autunno: “La corrispondenza”  di Giuseppe Tornatore
Estate: “La vita com’è. Storia di bar, piccioni, cimiteri e giovani scrittori” di Grazia Verasani.  

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