Chiedilo alla Rivista – Sara Maria Serafini di Risme

Sara Maria SerafiniNihil est inventum et perfectum: a Cicerone, che sosteneva che nessuna cosa poteva al contempo essere concepita e toccare un importante punto di grandezza, dev’essere sfuggito – per manifesta diacronia – il primo numero di Risme, rivista nata come necessità l’ultimo giorno del mese di agosto di un’estate in cui non era successo niente: queste parole le scrive Sara Maria Serafini, genius loci e figura di una grazia e sensibilità tali da cancellare qualsiasi bruttura presente nelle immediate vicinanze.

Sara, perché una rivista di racconti oggi? Quale credi che sia lo stato di salute del racconto?

Innanzitutto ti ringrazio per l’introduzione, credo sia la dichiarazione più bella che abbia mai ricevuto.
Per rispondere alla tua domanda, il racconto oggi è afflitto dalla sindrome del fratello minore. Per molti, ha meno potenzialità del romanzo. Meno carisma. Insomma, secondo i professori “a scuola va meglio l’altro”. Ecco, io non la penso così. Per me sono solo diversi. E la necessità dell’uno o dell’altro varia a seconda del momento.
La rivista è il loro riscatto, il loro posto nel mondo. Certo, ce ne sono già molte, ma chi decide il numero esatto?
Viviamo una vita frenetica. Ad esempio, io stessa per lavoro trascorro molte ore in macchina e ultimamente ho scoperto i podcast. Abbiamo necessità di distrarci per tempi brevi, di sognare o staccare la spina su distanze corte. Il racconto è una delle risposte. 

Qual è la missione di Risme?

Come abbiamo scritto nel nostro manifesto, Risme è il megafono che, si spera, faccia da amplificatore al talento. Ci sono arrivati, e continuano ad arrivarci, tantissimi racconti. Tantissimi. Li leggiamo tutti con un’attenzione estrema. Abbiamo scovato voci preziose, che meritano di essere lette.
Vogliamo fare questo. Trovare storie luccicanti, e abbagliare.

Mi ha colpito la precisione “centimetrale” del numero zero…

Sì, beh. La verità è che quella è merito di una patologia di cui, chi studia materie come quelle che ho studiato io, prima o poi si ammala. Allineare. Le forme essenziali. La ricerca del bello. Poi io non mi fido delle griglie sensibili dei programmi Adobe, per cui sto davvero, come leggenda narra, a controllare ogni minimo spazio con il righellino tradizionale. Per gli psicologi in lettura, so che la diagnosi è: mix micidiale tra maniaca del controllo e ossessiva compulsiva. Per ora vivo abbastanza bene e il risultato è apprezzabile.

Cosa predilige la Serafini scrittrice? Cosa apprezza leggere?

Mi piace raccontare storie brevi. Scrivere di spaccati di gente comune. Dentro la quotidianità vivono quelli che io definisco “eroi normali”. Le vite straordinarie sono fatte di piccole cose, giorni uguali, un evento o due. Felicità a momenti. Tempo che scorre.
Da lettrice, amo le storie in cui non succede niente. Quando incontro un finale che mi chiude il cerchio non so mai se essere davvero contenta. Ovviamente le storie scritte bene, le voci che ti restano dentro. Libri con personaggi che finisci per credere reali. Per credere amici. Che quando arrivi all’ultima pagina già ti mancano tantissimo. Amo le parole polverose, piene di viaggi. La verità dietro l’apparente perfezione, le famiglie che si sgretolano, ad esempio. Le mancanze che si avvertono più dei pieni. Un libro non mi deve lasciare indifferente. Mi deve fare bene, o ferire.

Dicci di una frase che hai sottolineato in un libro e che porti sempre con te.

Farò meglio. Ti dirò la frase che in assoluto più cito e amo e rileggo, e poi le ultime che ho sottolineato.
La prima è tratta dalla raccolta Nove racconti di J. D. Salinger

“Si alzò e andò alla finestra. Guardò nella via, grattandosi la spina dorsale col pollice.
– Guardali – disse. – Quegli stronzi.
– Chi? – disse Ginnie.
– Non so. Tutti.”
Non so davvero spiegare perché mi piaccia. Forse ha a che fare col potere del dialogo perfetto. Tramite poche parole riesco a conoscere definitivamente lo stato d’animo del protagonista. Addirittura il suo aspetto.
Invece, le ultime due frasi sottolineate sono tratte dal romanzo Una perfetta felicità di James Salter.

“Le bottiglie vuote avevano il colore delle navate delle cattedrali.”

“Sopra un comò da bambini, in una scatola con quattro piedini, c’erano collane, anelli, una stella marina dura come il legno. Una casa ricca come un acquario, piena del ritmo del sonno, braccia e gambe senza più forze, bocche socchiuse.”

Il perché è facilmente intuibile, entrambe descrivono fotografie in un modo che ancora non avevo letto altrove.

Raccontaci – se puoi – che progetti hai/avete per questa rivista.

Più che un progetto è un desiderio: tutti noi speriamo che Risme abbia una vita lunga, una risonanza prepotente e perché no, magari degli sponsor che ci permettano di arrivare anche in cartaceo.

 

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