Il Natale di Giacomo

Il Natale di Giacomo - Elisa MantovaniIl Natale di Giacomo

di Elisa Mantovani

 

L’ho preso! 
Ce l’ho qui davanti, legato come un cotechino alla sedia della cucina.
Gli ho messo un bavaglio anche se, con quella maledetta barba, non sono certo di averglielo piazzato proprio sulla bocca. Non dice nulla comunque: si limita a fissarmi e sono sicuro che mi stia sorridendo. Povero idiota: non ha ancora capito in che mani sia finito.
“Adesso la pianterai di rompere le palle con quel OHOHOH: che razza di risata è? Credi di essere simpatico vero, invece fai paura: i bambini in fondo hanno paura di te!” gli urlo a pochi centimetri dalla faccia.
Non fa una piega, non si muove di un solo millimetro; forse ha capito che non scherzo, che non mi lascerò mai commuovere dai suoi occhi azzurri: due fessure intrappolate tra zigomi gonfi come uova sode e sopracciglia cispose. 
Lo odio, da sempre. Da sempre ho anelato questo momento: mi sembra di sognare per la soddisfazione e l’euforia che provo ma devo stare attento, so che potrebbe avere risorse nascoste: un affabulatore come lui cercherà senz’altro di manipolarmi. Non ci riuscirà, non questa volta.
“Non hai mai esaudito uno, dico uno dei miei desideri; ti chiedevo i soldatini e mi portavi maglioni fatti di ortiche. Ti chiedevo le macchinine e tu? Pigiami che mi facevano sudare come fossi nel deserto, o calzettoni che ancora porto da tanto erano lunghi.” Faccio una pausa: ho il cuore a mille, la saliva che mi si raggruma sulle labbra come fossi un cane rabbioso: sono un cane rabbioso.
“Sai quante letterine ti ho scritto eh? Centinaia! Me ne stavo curvo sul tavolo, tutto concentrato a scrivere bene, a non fare il benché minimo errore; facevo anche dei disegnini: la renna con il naso rosso, il pupazzo di neve con la sciarpa tutta colorata e, mentre disegnavo, sorridevo.” Quei ricordi mi smuovono qualcosa, qui, nello stomaco: un calore improvviso che si irradia fino al viso; mia mamma: lei c’era sempre quando scrivevo le letterine; occhieggiava dalla cucina e sentivo il suo sguardo, dolce più di tutti i dolci del mondo messi insieme, sulla pelle.
“Sorridevo, sì.” La voce mi si spezza: mi succede sempre quando parlo di lei, mi manca così tanto; è morta l’anno scorso, esattamente la vigilia di Natale. Mio padre invece se ne era andato quando avevo quattro anni, non ricordo nulla di lui: so solo che mi assomigliava tanto e che fumava quattro pacchetti di sigarette al giorno. 
“Sai quante lettere ti ha scritto anche mia madre? Una volta l’ho vista persino piangere mentre ti supplicava di darci una vita migliore che, per noi, era davvero chiedere poco: qualche soldo in più e magari una casa più calda d’inverno e più fresca d’estate. Non ci hai mai portato nulla anzi: ti sei portato via l’unica cosa preziosa che avevo l’anno scorso. Lo hai fatto apposta vero? Perché sai quanto ti odi: volevi vendicarti!” e sferro un calcio in una delle sue gambe mollicce.
Sento una sorta di strano soffio come se, invece di essere terrorizzato, fosse annoiato e la cosa mi fa imbestialire ancora di più
“Il Natale per noi ha sempre significato l’attesa del nulla. Non ho più voluto l’albero, quel coso striminzito che saltava fuori dal sottoscala come uno scheletro ammuffito da un sepolcro. Che senso aveva farlo se sotto l’unica cosa che andava ammucchiandosi era la polvere?” continuo a fargli domande e lui continua a fissarmi poi, improvvisamente, abbassa il capo.
“Non c’è nulla di più fasullo al mondo del Natale: tu sei il Natale, un parassita che vive dei sogni altrui, una grande, grassa zecca che succhia via l’entusiasmo e la speranza in chi osi credere in te”
Sudo così tanto da avere la maglietta appiccicata alla schiena e tremo per l’emozione. Per un momento la mia immagine si riflette nel vetro della finestra: sono spettinato, i miei occhi sembrano sul punto di uscirmi dalla faccia tanto sono sbarrati. Mia madre mi diceva sempre che ero bello, che ero il bambino più bello di tutti eppure non potevo mai specchiarmi, perché nella nostra casa di specchi non ce n’erano. Erano stati tolti quando ancora c’era mio padre e mai più rimessi. Quando uscivamo mi specchiavo nelle pozzanghere e allora vedevo il viso di un bambino pallido, con occhi tristi e scuri, che andavano a confondersi nell’oscurità in cui erano riflessi.
Qualcuno mi aveva detto che le pozzanghere erano gli specchi dei matti e avevo pianto tanto, perché non capivo e non capisco ancora la cattiveria di certa gente. Anche nel posto dove spesso venivo ricoverato (mamma diceva che era necessario: anche papà ci andava spesso e ne usciva più forte di prima) di specchi non ce n’erano; dicevano che erano pericolosi anche se non ho mai capito il perché. Io non sono matto, mamma me lo ripeteva sempre: “Tu sei diverso dagli altri perché sei speciale, e gli altri hanno paura di chi lo è”
Non ricordo molto di quel periodo; dormivo tanto e sognavo spesso di essere un pirata con un galeone pieno di specchi tutti colorati, in cui potevo rimirarmi in un gioco ipnotico e senza fine. La mamma veniva a riprendermi, mi riportava nella nostra piccola casa, e si prendeva cura di me; lo ha fatto fino all’ultimo dei suoi giorni. Mi dava le caramelle, come le chiamava lei: due alla mattina, una al pomeriggio e due alla sera. Anche nel posto in cui andavo le prendevo, ma quelle che mi dava lei erano più buone perché, mentre le buttavo giù con l’acqua, mi sorrideva e mi accarezzava la testa. Mi chiamava il mio bambino, anche se ormai ho quasi trent’anni, ma a me piaceva: mi faceva sentire unico, mi faceva sentire amato.
Non le prendo più le medicine, non ne ho bisogno. Non sono matto io: sono gli altri ad esserlo, tutti quelli che continuano a credere nel Natale lo sono. 
Al tizio dell’assistenza sociale, che viene tutti i giorni, dico che sono bravo: ho imparato a ingannarlo, fingendo di prenderle poi, quando se ne va, le sputo nel water. Mentre penso a tutte queste cose ho preso un coltello, quello più grosso: me lo sono ritrovato in mano ed è come se fosse un prolungamento del mio corpo, come fosse sempre stato lì.
“Questo per i soldatini!” grido e lo colpisco improvvisamente alle spalle, tra le scapole. Una coltellata secca, potente che lo fa accasciare in avanti. Non urla, non ne ha il tempo.
Qualcuno bussa alla porta, sento battere sempre più forte, ma me ne frego. 
“Questo per le macchinine, per tutti i giochi che non mi hai portato e soprattutto per avere fatto piangere mia mamma” colpisco selvaggiamente, in preda a una furia omicida incontenibile: sulla testa racchiusa in quel ridicolo cappello, sul collo, sul petto. Sono sfinito ma continuo ancora, la vista mi si annebbia per le lacrime di rabbia e, senza che me ne renda conto, mi ritrovo delle persone davanti.
“Cos’hai fatto?” è la voce della mia vicina, una cornacchia travestita da brutta donna; al suo fianco ci sono suo marito, il tizio dell’assistenza sociale e tre Carabinieri.
Come hanno fatto ad entrare? Ma certo: il tizio che mi porta le medicine ha le chiavi, ho dovuto dargliele e adesso… adesso sono in trappola! Cerco di scappare ma i carabinieri si piantonano davanti all’unica via di fuga.
Parlottano tra loro e mi fissano; la cornacchia scuote la testa, mi guarda sconvolta e singhiozza.
“Perché hai rubato e distrutto il nostro Babbo Natale?” mi chiede il vicino: anche lui sembra sconvolto ma chi non lo sarebbe con una moglie così! 
Rubato? Io non ho rubato nulla: ho catturato questo orribile essere mentre cercava di arrampicarsi sul balcone del condominio, penso, e cerco di dirlo ma le parole mi si bloccano in gola.
Guardo verso la sedia: ci sono cumuli di ovatta sparsi per il pavimento insieme ai brandelli del cappello e del vestito. Rossi, come sangue.
“Stava cercando di salire non lo avete visto? Voleva salire per entrare nelle nostre case e ridere della nostra ingenuità con quel OHOHOHOH infernale!” farfuglio, il coltello ancora stretto nella mano e le lacrime (adesso di delusione) che sgorgano dai miei occhi.
“Lascia il coltello Giacomo, mettilo giù. Adesso calmati: ti portiamo via da qui, lontano da Babbo Natale e… “la voce dell’assistente sociale, calma, come sempre.
“Non capite? Natale non esiste, non è mai esistito, è un’allucinazione collettiva, sì: un’allucinazione che costringe tutti a diventare schiavi di una grandissima, universale bugia. Adesso tutti saranno liberi dalle menzogne perché io l’ho ucciso!” rispondo mentre appoggio il coltello al tavolo. Mi ritrovo circondato dagli uomini in divisa che mi afferrano per le braccia, e iniziano ad accompagnarmi verso la porta.
“Adesso non ingannerà più nessuno, dovreste ringraziarmi” dico a quello alla mia destra: mi sorride incerto e annuisce. 
“Presto starai meglio, vedrai” mi sussurra l’assistente sociale e si sostituisce a uno dei due militari. Continua a parlarmi ma non lo ascolto: ho ucciso Babbo Natale, sono un eroe punto e basta. 
Poco prima di salire sulla macchina nera, come la divisa di chi la guida, osservo il mio viso riflesso in una grande pozzanghera e sorrido, perché vedo ancora un volto pallido ma, finalmente, felice.  

2 Comments

  1. Elsa

    Che dire?Fino all’ultimo rimani coinvolto in una attesa dello svelamento della…..trappola,intenzionale,che ti stupisce per il ribaltamento del significato delle parole,che narrano storie macabre ,che, al termine della lettura ,ti fanno dire:Elisa sei unica!.

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