Predators Hangover

Predators Hangover - Angelo Antonio IzzoPredators Hangover

di Angelo Antonio Izzo

1.1 Somebody to Love
Fischietto la colonna sonora de “Il Padrino” mentre il mio avvocato mi tende una canna d’erba. Tiene la mano tesa verso di me, all’altezza del viso. Io ogni tanto smetto di fischiettare, avvicino le labbra al filtro e faccio un lungo tiro. Poi ritraggo la testa, l’abbasso, e fischietto di nuovo. Gli occhiali da sole mi cadono, lentamente scendono sul mio naso come uno sciatore un po’ finocchio che si infila del cotone nel pacco e lo mostra fiero agli altri sciatori toccati come lui, mentre sterza con gli scii lungo una discesa innevata. Con l’indice, faccio risalire su i miei occhiali vintage dal tono steampunk, fino a premerli contro la fronte. Premo così forte che quasi mi faccio male. Quasi. Io non ricordo qual è stata l’ultima volta che ho provato dolore. Che cosa è il dolore? 
Un fattore psicologico? L’indottrinamento dei deboli? Una costante, una variabile?
No, è soltanto qualcosa in cui sono bravo. 
Torno a fumare dallo spinello. 
Con l’altra mano, il mio avvocato prova a tenere la sua porsche cayenne (una macchina da froci, non trovate?) color nero opaco in carreggiata. Ma sbanda, lo sento. Ma non ne sono sicuro. Tengo la testa bassa, fissa sopra il tappetino macchiato di sperma e… cioccolato? Dio, fa che sia cioccolato. Anche se la puzza che sento lo mette in dubbio. 
So che non dovrei farlo, ma alzo il capo. Mi volto alla mia sinistra, il finestrino è spalancato, do un’occhiata: siamo su una superstrada circondata da alberi enormi, mai visti alberi così… mi ricordano quelli che vedevo nei documentari sui dinosauri che guardavo da bambino. Non siamo nella nostra epoca, stiamo viaggiando nel tempo, questi alberi non possono esistere al giorno d’oggi, sarebbero diventati già carta per dei giornaletti di gossip.
Sopra i rami di questi alberi del giurassico, vedo appollaiati dei gufi. C’è n’è uno sopra ognuno di loro, e mi guardano… la macchina sfreccia lungo la superstrada costernata da buche, e loro storcono quella testolina inquietante per continuare a fissarmi. Non appena mi allontano, spiccano il volo e mi seguono: ne sono centinaia, se non migliaia. 
La notte è buia, non ci sono stelle, non c’è nemmeno la luna, vi è soltanto un filo di nebbia che rende l’atmosfera ancor più cupa. L’unica luce a guidarci, ci è data dai fari della macchina da froci del mio amico, nonché avvocato. 
Mi giro a guardarlo: è sudicio, pregno di sudore; ha la testa rotonda, e dei lunghi capelli ondulati di colore nero; la pelle scura, ma non è un negro, sarà indiano, marocchino, non ricordo… però ha gli occhi come quelli di un cinese; porta dei baffi davvero ben curati che invidio. Indossa una camicia bianca mezza sbottonata, e dei pantaloni di seta neri, non ho voglia di abbassare lo sguardo per descrivere che tipo di scarpe abbia. Non è grasso, ma ha la pancia gonfia come una puttana  al sesto mese che si è fatta farcire da un vecchio camionista a cui puzza la cappella di formaggio e sogliola. Ricordo che qualche ora prima aveva addosso anche una cravatta e una giacca nera, chissà che fine gli avrà fatto fare. È pazzo, talmente pazzo che tiene ancora la mano tesa verso di me, con la canna tra le dita.
«Passo». Gli dico con voce storpiata. 
La serra fra le sue labbra, e mette anche l’altra mano sopra il volante: finalmente!
Lo conosco da molto, molto tempo… più di dieci anni. Non ricordo come si chiama, cioè il suo vero nome. Ormai lo chiamo sempre “Lonzo”, di solito accompagnato da appellativi come: messere, mister, dottore, commendatore, ufficiale, egregio… e altre cazzate. In realtà non è il mio avvocato, o almeno non lo è attualmente, ma lo è stato. Quando? Dodici anni fa. Perché mi serviva un avvocato? Ero stato imputato di omicidio.
Il Dottor Lonzo mi venne affidato come difesa d’ufficio, e tutto sommato non fece nemmeno un pessimo lavoro, mi condannarono a undici anni poi ridotti a dieci per buona condotta. Ai tempi aveva una trentina d’anni, poco più o poco meno, ed era decisamente di bell’aspetto. Non veniva certo additato come il miglior avvocato sulla piazza, ma sapeva il fatto il suo. Dopo aver perso le sue tracce per anni, lo rincontrai sei mesi dopo aver scontato la mia pena. 
Ok, ho cercato di cambiare discorso, ma lo so che volete sapere dell’omicidio. Fino a quel punto forse stavate anche provando empatia nei miei confronti, o magari già vi stavo sul cazzo perché ho detto “frocio” e “negro”.
Comunque, venni condannato per aver massacrato di botte un mendicante prima di andare a lavoro. 
Ero alla mia prima esperienza lavorativa, e stavo “esercitandomi” in un call center, per migliorare la mia dialettica e il modo in cui mi approcciavo a parlare con persone che non potevano vedermi. Perché sapete, il mio sogno è stato sempre fare lo speaker radiofonico, ma di quelli vecchio stampo, che ti fanno compagnia di notte, con voce calda e profonda, che ti parlano di politica, ti leggono Hemingway e soltanto alla fine fanno passare in radio un po’ di musica, basta che tu sappia apprezzare il soul, il blues, il country e tutto ciò che concerne il cantautorato. 
Il mendicante che ho ammazzato, se ne stava fisso ogni mattina dinanzi al supermarket di fronte il mio posto di lavoro. Perlopiù ignoravo le sue prediche, ma quel giorno decisi di rispondergli. Gli dissi: 
«Sto andando a fare un lavoro di merda per quattro spicci. Non puoi farlo anche tu?»
Al che il barbone mi rispose – dopo una fastidiosa risatina: 
«Mica sono scemo come te».
Non so dirvi cosa accadde, fino a quel giorno ero sempre stato una persona ragionevole, razionale, ben educata, timida e riservata con tutti. Il mio motto era: 
“Non puoi prevedere le azioni degli altri, ma puoi controllare le tue reazioni.”
Probabilmente quel tizio nemmeno le pensava quelle parole, era solo stanco della gente che gli dava contro… io d’altronde gli dissi la cosa più squallida e qualunquista che gli si potesse dire, chissà quante volta aveva sentito la stessa, identica frase quel poveraccio… sta di fatto che mi avventai contro di lui, e con un calcio spinsi la sua testa nella vetrata del negozio di alimentari. Continuai con dei calci nel ventre, poi presi la ciotola dove teneva i soldi, e gliela svuotai sopra la testa, quindi iniziai a calpestargliela. Pare che urlassi come un indemoniato, ma al momento non me ne rendevo conto. Lo lasciai agonizzante a terra, e con le scarpe sporche di sangue me ne andai a lavorare, chiedendo scusa per il ritardo. Circa quaranta minuti dopo, la polizia venne a prelevarmi mentre stavo per chiudere un contratto con una coppia di anziani che si chiamavano Agata e Marcello. Quando si sposarono lui aveva 19 anni, mentre lei appena 15: stavano insieme da 52 anni. 
Il mendicante venne portato con urgenza al pronto soccorso, stette per un giorno in coma in ospedale, e poi morì.
Osservo le sudicie dita dell’ufficiale Lonzo premere il tasto “successivo” sopra lo stereo della sua auto, e addio alle eleganti sonorità del Padrino. 
«Vaffanculo Coppolaaaaaaaaa!» Urla, non riuscendo a controllare la saliva, che finisce sopra lo stereo, lungo la sua camicia, e sul mio povero volto. 
Parte “Somebody to Love” dei Jefferson Airplaine
«E vaffanculo pure ad Al Pacinoooooo». Urla nuovamente il mio tranquillo accompagnatore. 
All’improvviso una luce in cielo mi acceca. Inizio ad urlare, sento le sirene della polizia alle mie spalle, scruto meglio da dove proviene la luce in cielo, e scopro che un elicottero ci sta dando la caccia. 
«Dobbiamo ACCELERARE». Messere Lonzo preme sopra l’acceleratore e inizia a ridere a crepa pelle, colpisce lo sterzo con la testa, e ogni volta che lo fa il clacson suona. 
La strada davanti a noi si deforma, si allarga, diventa una linea ondulata. Tutto d’un tratto mi sembra di stare in un cartone animato, la fattezze del mio avvocato mutano, trasformandosi in un personaggio della Pixar. Scruto l’elicottero in cielo, è vivo, mi sorride e mi fa l’occhiolino. Qualcuno urla con un megafono alle nostre spalle:
«Vi prenderemo! Vi arresteremo! Vi ammanetteremo! Si, noi lo faremo!»
Poi sento festeggiare, darsi il cinque, e infine riconosco il rumore di un pompino. Potevate spegnerlo il megafono sbirri ricchioni di merda.
Il mio avvocato si volta verso di me, mi sorride spalancando la bocca: i suoi denti sono aguzzi, i suoi occhi sferici e gialli, ora ha i dreads e indossa una giacca di pelle rossa. 
«Come stai? Come stai?» Mi chiede, mentre il sangue gli scorre da una ferita sopra il capo. 
Abbasso il volto, fissando lo sguardo sopra la chiazza di sperma sul tappetino. La merda/cioccolata corre verso le mie scarpe, alzo immediatamente i piedi e li tengo sospesi a mezz’aria. 
Gli acidi che io e il commendatore Lonzo abbiamo preso un’ora prima, iniziano a compiere il loro processo di decadimento psicologico, di distorsione sensoriale. Chissà cosa sta vedendo il mio avvocato, spero solo che non si getti dall’auto in corsa. Mi sono ritrovato in quella situazione e non è affatto piacevole. Le sirene delle polizia? Quelle saranno vere? Di certo l’elicottero non lo è, sarebbe eccessivo. D’altronde ne hanno trovata soltanto una, le altre tre dubito che riusciranno mai a trovarle. Potrebbe essere stato chiunque, un fidanzato geloso, un gruppo di ragazzi pippati e su di giri, delle ragazze grasse, brutte e invidiose. 
Non hanno nemmeno idea che esistiamo noi. Ci credono morti, scomparsi, fatti a pezzi e i nostri organi venduti a un folle psicologo cannibale. 
Ecco… conato di vomito. Che tristezza. Mi affaccio dal finestrino e sbocco lungo lo sportello. Nel frattempo cavalier Lonzo canta a squarciagola: 
«Don’t tchu uon somebody ttu looooovve, don’t tchu niii somebody ttu loooooovve». 
Nel sentirlo, il vomito mi esce dalla bocca con una naturalezza tale che mi sento a mio agio. 
La mia vita non potrebbe andare meglio di così.  
1.2 In Another Land
Mi risveglio, è mattino. Il finestrino alla mia sinistra è ancora spalancato, l’aria fredda mi fa rabbrividire. Ci siamo fermati nei pressi di un autogrill, forse per dormire in macchina. Dall’orecchio sinistro sento “In Another Land” dei Rolling Stones
Non c’è modo peggiore per svegliarsi al mattino. 
Odio il rock, ancor più quello psichedelico degli anni 60. Avrei voluto svegliarmi ascoltando Händel e la sua “Sarabande”, ma ho una certa voglia anche della “cavalcata delle Valchirie”.
Strabuzzo gli occhi e metto a fuoco. Sono sdraiato sopra al sedile, i mie pantaloni sono slacciati, e ho il cazzo di fuori a prender freddo, e… Monsignore il Lonzo, mi sta tirando una sega. 
Questa cazzo di giornata non poteva iniziare peggio. 
«Che ca…zzo sta… mmh, mmh, face…ndo?» Gli chiedo smascellando, mentre provo a tirarmi su i pantaloni.
Il Lonzo ha lo sguardo stanco, noto che anche lui ha sboccato, però sopra la camicia. Ha la pancia sporca di poltiglia di cheeseburger. C’è un odore in questa macchina che non vi dico… 
Cristo, tirarmi su questi fetenti di jeans è un lavoraccio, già che ci sono lo chiedo al mio socio:
«Rime… mmh, mmh, rimettimi il cazzo a… mmh,mmh, posto!»
Il Lonzo mi guarda in maniera triste, come se fosse deluso da me. Mi tira su i pantaloni con malinconia, altro che Rolling Stones, qui ci vorrebbe quella vacca di Adele
Mi prende il pene flaccido, e lo infila di nuovo tra le mutande. 
«È incredibile… ci ho lavorato tanto a lungo, eppure non si è alzato. Amico mio, o sei uno schifoso impotente, o son io che non son più capace a tirar su i cazzi». Dice il mio collega, in preda alla paranoia. 
Ecco, io non so cosa gli sia preso al Lonzo. Non è frocio, lo so per certo, anzi, è stato sempre una grande estimatore della fica. Ha fatto perfino qualche pornazzo amatoriale il mascalzone… però gli acidi son fatti così, ti modellano a loro piacimento. Onestamente non so che fare, sono in imbarazzo, una parte di me vorrebbe strangolarlo, infilargli una lama nelle natiche, però… insomma, è lui, il Lonzo! Non gli si può dire niente, è matto come un cavallo. Lui fa quello che le droghe gli dicono di fare, se gli dicono caga sopra il tappetino della tua porsche, lui lo fa senza battere ciglio. 
«Andiamo a fare colazione? Non abbiamo più un cazzo negli stomaci». Propone, mentre si pulisce le mani e il vomito che ha addosso con dei fazzolettini imbevuti. 
Ha ragione, ma io non sento fame, nella maniera più assoluta. Però mi farei un martini. Quindi acconsento.
«Va bene, Dottor Lonzo». Gli rispondo, finalmente in maniera umana, senza distorsioni mascellari. 
Scendiamo dall’auto. Le gambe non mi reggono e ruzzolo per terra. Il mio avvocato non gradisce la cosa, gira intorno all’auto picchiando sopra il tettuccio con le sudicie mani. Mi viene incontro e inizia a urlare.
«Sei impotente! Lo vedi! LO VEDI! SEI IMPOTENTE!»
I mie occhiali cascano a terra, menomale che non si sono rotti. Li recupero, e li indosso nuovamente. I miei non sono più occhi umani, e voglio che nessuno li veda. 
«Ho capito… VADO IO DENTRO! VADO IO! Cosa vuoi per colazione?»
«Un…» Sono a quattro zampe coi jeans che mi cascano e non riesco ancora ad alzarmi, menomale che il momento “Cecchi Pavone” del Lonzo è già passato, altrimenti ero nei guai.
«Un… CAPPUCCIO?! Un… SUCCO?!» L’egregio è su di giri più del solito, agita le braccia e urla come un malato di mente.
«Un Martini». Gli dico, mentre trattengo una nuova ondata di vomito. 
Lui si accende una sigaretta, guarda il vomito rimasto sopra la camicia, la strappa via con forza, e la getta lontano. 
«Spero vendano vestiti in questo… BUCO DI CULO!» Urla come al solito, quel pazzo.
Mi lascia solo mentre provo a rimettermi in piedi come un infante ritardato. Va verso il bar dell’autogrill. Intravedo il proprietario, è un grassone con uno stuzzicadenti in bocca che mastica come fosse tabacco, indossa una pettorina di Jeans stranamente verdastra. Che peccato perdersi l’incontro tra lui e il Lonzo.  
Cado a terra, striscio sopra la breccia come un lombrico, credo di starmi graffiando tutto. Afferro la manopola dello sportello della porsche, e provo e rimettermi in piedi. Tuttavia il mio avvocato non aveva chiuso l’auto, così lo sportello si apre e io finisco nuovamente a terra, a un metro e mezzo di distanza dalla mia postazione precedente. Che spettacolo orribile.
Da una vecchia Volkswagen rossa, scende una donnaccia che si appresta a far benzina. La fisso, ma lei fa finta di non vedermi. Immagino che – spalmato qui a terra – non devo essere un bello spettacolo. Sposto lo sguardo verso la sua auto: che catorcio. Un faro è mezzo rotto, strati di vernice mancanti sopra gli sportelli, manca uno specchietto… eppure lei ha l’aria di essere un gran mignottone di classe. Di quelle che per scopartele devi prima portarle a cena, e soltanto dopo aver pagato tu, puoi permetterti di legarle sopra il tuo letto, e andare di doppia penetrazione, legando alla tua vita uno di quei cazzi finti che usano le lesbicone e le casalinghe annoiate. 
Sopra i sedili posteriori scopro che c’è una bambina, e d’un tratto scaccio via i miei pensieri da sporcaccione, in preda all’imbarazzo. La pargoletta è un tesoro, due grandi occhioni verdi, e davanti a essi dei simpatici riccioli biondi. Mi sorride, poi mi saluta con la mano. Io faccio lo stesso, ma in maniera goffa, dato che non ho ancora il pieno controllo dei miei arti. Smascello un po’, e la bimba se la ride, pensando che le stia facendo delle smorfie per farla divertire. Evviva l’ingenuità.
Quella gran porca della madre (beh, probabile lo sia) torna in macchina, e sgrida la bambina. Non ho le capacità mentali per leggerne il labiale, ma sicuramente le sta dicendo qualcosa di orribile su di me. E forse non ha tutti i torti. Vanno via, la bimba mi saluta tristemente con la manina. 
Avrei sempre voluto un figlio, o una figlia. Magari in un’altra vita. 
Comunque, menomale che non l’ha vista il Lonzo quella piccola creaturina… i bambini gli fanno uno strano effetto. A proposito di lui, chissà cosa starà combinando quel matto…
Da qui posso vedere meglio quello che succede dentro, nel bar. Il mio socio gonfia il petto nudo di fronte all’uomo con la pettorina, farfugliano qualcosa, ma non capisco un accidente. Vedo l’uomo grasso andare via, forse per preparargli la colazione. Chissà cosa avrà chiesto quello schizzato. L’osservo guardarsi intorno con aria curiosa. L’uomo grasso torna, gli tende un pacco di sigarette e uno di sigari, poi si dilegua nuovamente. Il mio amico sfila via una sigaretta dal suo vecchio pacchetto stropicciato, l’accende col suo zippo, e inizia a fumare lì dentro. Quando il grassone torna, lo fa insieme a quello che sembra essere un cappuccino, e un cornetto vuoto. Non dice niente per quanto riguarda la sigaretta, a quanto pare non è uno di quelli che caga il cazzo a noi poveri fumatori. 
Sua eminenza, il Lonzo, ingurgita il cornetto con appena due morsi. Poi manda giù il cappuccino come fosse acqua, senza nemmeno zuccherarlo. Ne sputa un po’ sopra il bancone, si vede che era bollente. Tiene la bocca aperta come il più strafatto tra  i pesci, poi farfuglia qualcosa all’uomo, al che lui se la ride. Il mio socio però è serissimo. Farfuglia di nuovo qualcosa, prende dei soldi dal suo portafogli e glieli sventola in faccia. Il contadinotto scuote la testa, inizia ad essere teso e spaventato. L’avvocato si agita, gesticola con le braccia, e poi… no, matto di un Lonzo! Gli sta puntando contro la lama che teneva nascosta nei calzoni. Che voglia rapinare quel poveraccio? L’uomo è impietrito, il mio socio gli chiede qualcosa con calma, mentre agita il coltello davanti a lui con la mano destra. 
Ma che cazzo succede…
Il proprietario del posto inizia a spogliarsi, e si toglie quella ridicola pettorina di jeans sporca di chissà cosa. 
No… non ci credo!
La tende al mio socio con entrambe le mani tremanti. Quest’ultimo gliela tira via con forza, poi gli butta in faccia i soldi, e urla qualcosa. Recupera sigari e sigarette, e va per uscire dal locale mentre continua a puntargli contro la lama. Ora viene verso di me.
«Sei un fottuto schizzato! E se chiama la polizia? Siamo in fuga da loro! Ci troveranno!» Provo a fare l’arrabbiato, ma dato che sono spalmato sopra la breccia come la diarrea di un cane randagio coi vermi, non sono credibile. 
«I miei capezzoli hanno freddo se non li copro! E in quel… BUCO DI CULO, non c’era nemmeno una cazzo di canottiera che mi potessero vendere». Mi risponde, mentre indossa la pettorina di jeans, senza nemmeno togliersi i suoi pantaloni di seta. Tiene ancora la lama tra le mani.
«E il mio Martini?» Gli chiedo. 
Lui mi guarda dilatando gli occhi, punta di nuovo il coltello verso il tizio del bar, che nel frattempo ha un cellulare in mano. 
Se ha già chiamato la polizia siamo fottuti. 
Il Lonzo inizia a correre verso il locale, sfonda la porta con un calcio. Vedo l’uomo grasso scappare via. Sento molti rumori: che starà combinando quel matto… 
Esce di nuovo dal posto, nella mano destra il coltello, in quella sinistra una bottiglia di martini bianco. 
Stamattina faremo una ricca colazione. 
Viene verso di me, mi fa segno di salire in macchina. Mi rimetto a quattro zampe, e gattono fino all’auto. In qualche modo riesco ad entrare. Il Dottor Lonzo mette in moto la macchina per froci, chiude di forza lo sportello, e mi fa segno di chiudere quello alla mia destra. Ci provo, ma non so se l’ho chiuso per bene. Mi lancia contro il martini, colpendomi in pieno volto. Accende lo stereo, parte “Hello hello” dei Caravan. Sfilo via il tappo della bottiglia e lo getto dal finestrino, tanto non mi servirà. Mi accingo a bere, chiudo gli occhi e mi godo il momento. Finalmente il mio avvocato parte, e dopo una prepotente sgommata, siamo di nuovo “on the road”. Dove stiamo andando? Non ne ho la più pallida idea. Spero solo che quel ciccione non abbia chiamato gli sbirri, altrimenti siamo fottuti. Due tipi come noi non passano inosservati… oh, stavolta quel matto di un Lonzo l’ha fatta veramente grossa… eccome se l’ha fatta grossa.
1.3 Carry On My Wayward Son
Le urla dell’ufficiale Lonzo mi svegliano.
«Kerri ooo mai ueiuord sooonn, 
ther il bi pise uen you are doooooone… 
let your uiri head tu rest, 
don’t tchu crai no more». Stupra il pezzo dei Kansas reinterpretandolo con la sua voce rotta e caricaturale, usando un inglese alquanto approssimativo. 
Apro gli occhi. Muovo le gambe e le mani, ne ho di nuovo il pieno controllo. Ai miei piedi – tra la sborra e la merda – vedo la bottiglia di martini vuota. Un po’ deve essermi caduto perché il tappetino è bagnato e puzza d’alcol (oltre alle altre fragranze). Mi sento decisamente meglio, una dormita dopo una bevuta e sono come nuovo. 
«On a stormi sia of moving emoscion, 
tossed abaut aim like a scip on the oscean, 
ai sett a course for uindowsoffortun,
batt i iar the voive seeeeeei». E ora riparte a cantare il ritornello, spalancando la bocca e sputando a destra e manca. 
«Dove stiamo andando commendatore?» Gli chiedo sbadigliando. 
Non mi risponde, continua a cantare il pezzo dei Kansas. Durante gli assoli, improvvisa un “Aaah, aah, eeh, eeh”. Quando finisce la canzone, spegne lo stereo nervoso. 
«Ho perso la brocca prima, quel tipo avrà chiamato gli sbirri». Brontola, in maniera normale e senza sbraitare. Non ricordo a quando risale il suo precedente commento lucido e intelligente. «Dobbiamo andarcene il più lontano possibile».
Rimango in silenzio. Le mie lenti premono sopra le tempie, le sento pesanti. Le indosso da troppo tempo, ma non posso togliermele. Nessuno può vedere i miei occhi, perché essi non sono più quelli di un uomo. 
Entrambi guardiamo la spia rossa della riserva. Ci rendiamo conto che – all’autogrill – abbiamo dimenticato di fare la cosa più ovvia e importante: far benzina. 
Vado nel panico. Se questa “frocio-car” si ferma, siamo davvero fottuti. Ci sono alle calcagna, lo sento. Ci seguono da chissà quanto tempo. L’hanno trovata. E ora ci seguono. Vogliono accusarci, sbatterci dentro, deriderci, metterci alla gogna. E per quale motivo? Perché sono invidiosi, e hanno paura. Non capiscono il perché delle nostre azioni, non accettano la nostra libertà. 
Oh, eccome se sono vicini. Sento la puzza dei loro distintivi lucidati dalle mogli che non scopano, la malinconia dei loro ferri impolveriti, l’odore della gelatina che si impastano tra i corti capelli scuri, il tanfo dei loro corpi oleati… STANNO ARRIVANDO. 
Per mettere a tacere il grido della nostra libertà, per eliminarci dal sistema come fossimo dei bug;  
o ci uccidono, o ci modellano a loro piacimento. 
E poi ci indicano quali sono le regole da seguire, ma loro stessi non le rispettano;
ci dicono che la violenza è sbagliata, ma guardatevi intorno… l’intero pianeta è una zona di guerra;
ci tagliano i capelli, e li impastano con la loro gelatina;
e per finire, ci spogliano e ci spalmano l’olio sopra i nostri corpi.
E tutto per il bene della società. La società… mio padre e mia madre hanno lavorato in fabbrica una vita, finché quel postaccio non ha chiuso. Lui aveva 45 anni, lei 40. Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per trovarsi un nuovo lavoro e reinventarsi la carriera. L’ossessione di non poter più provvedere ai bisogni della sua famiglia, ha portato il mio vecchio alla pazzia… alla fine si è suicidato il giorno del mio diploma, soffocandosi con una busta della spesa. Nemmeno la decenza di impiccarsi. 
Ho saputo che mia madre è morta tre giorni fa. Cos’altro se non un tumore. Al pancreas per essere precisi. Avrei voluto essere più presente nella sua vita, dopo la morte di mio padre. E invece… 
In carcere veniva a trovarmi almeno una volta ogni due settimane, l’unica della famiglia a farlo. Per gli altri ero diventato un mostro, un demonio. Quando mi hanno rilasciato sono tornato a vivere con lei, almeno per un po’. Non ha mai avuto il buon senso di risposarsi, anche se conviveva con un tizio. Un uomo per bene, come del resto era anche mio padre. Non giudico ciò che ha fatto, tantomeno lo reputo un vigliacco, anzi… invidio il suo coraggio. Reputo il suicidio uno degli atti più liberi e ribelli che un uomo possa compiere, ma ciò che abbiamo fatto io e il mio socio e ancor più onorevole. D’altronde ci sono diverse tipologie di suicidio, e noi non abbiamo scelto di uccidere i nostri corpi, ma le identità che si portavano dietro. 
Mentre si svolgevano i funerali di mia madre, io stavo facendomi di acidi con il generale Lonzo. Eravamo nel bagno di un bar, quando siamo usciti abbiamo guardato la tv aspettando che gli allucinogeni facessero effetto. Dal telegiornale locale abbiamo avuto la triste notizia che una coppia di finocchi, mentre si spompinavano a vicenda nei boschi, l’avevano trovata. Così abbiamo dato inizio la nostra fuga verso il nulla più totale. Le nostre vite passate sono come echi lontani, fantasmi. Noi non siamo più semplici individui, noi siamo delle anomalie. 
Che devo io alla società? È la società che deve a me! 
Guardate il Lonzo per esempio, ora indossa una pettorina di jeans sopra un pantalone di seta, e qualche ora prima mi ha fatto una sega e poi ha rapinato un vecchio in un bar. Ma lui non viene mica da una famiglia di pazzi o criminali, suo padre era sindaco di un piccolo paesino, nonché imprenditore. Durante un viaggio in Brasile conobbe una donna, la portò con sé a casa e poi la sposò. Ci fece tre figli, uno dei quali il Lonzo. 
(Ahh… ecco! Non è né indiano e né marocchino, è un cazzo di italo-brasiliano!)
Il mio socio ha sempre avuto piccoli disturbi comportamentali, finché ci si è resi conto che soffriva di bipolarismo. Ma i suoi hanno insabbiato la cosa, poiché avrebbe macchiato il loro buon nome. D’altronde, il sindaco, il primo cittadino, la figura più importante del paese… che ha un figlio malato di mente? Sarebbe stato alquanto imbarazzante. 
Così l’hanno nascosto finché potevano, perfino a lui stesso. Gli sbriciolavano le pillole e gliele spolveravano sulla pasta al posto del formaggio. E non scherzo mica. 
Ha vissuto una vita tutto sommato normale, è andato a scuola, si è iscritto all’università, è diventato avvocato…. insomma, un cittadino modello, no?
Ma la sua malattia rimaneva. Celata, ben nascosta, ma c’era… e non sarebbe mai potuta essere sradicata dalle sue viscere. Aveva radici ben piantate. 
Dopo che mi hanno messo dentro, lui si è sposato e ha pure avuto un figlio. In breve, la sua vita procedeva al meglio, non poteva chiedere di più. Poi scoprì che la moglie gli metteva le corna con un suo cliente, e sbroccò. Lasciò il lavoro, la famiglia, e si attaccò alla bottiglia. Quindi ne uscì, ebbe la forza di divorziare, si rimise in carreggiata. Vennero fuori i suoi problemi comportamentali, e gli assistenti sociali affidarono il figlioletto alla ex moglie. La cosa lo distrusse, ma non demordette, continuò a lottare contro questa decisione, con l’intenzione di dimostrare che il suo problema non minava la sua affidabilità come padre. 
Il figlio gli morì per un aneurisma cerebrale. Non avendo più niente per cui lottare, si attaccò di nuovo alla bottiglia. Poi passò alla cocaina, all’eroina, e infine agli acidi. L’abuso di droghe pesanti, mischiato al suo disturbo bipolare, lo rendono l’uomo sudicio e folle che è oggi. 
Noi non dobbiamo niente alla società, è la società che deve a noi.
Sento – in lontananza – l’unica e sola canzone che conosco degli Stealers Wheel, ossia “Stuck in the Middle with You”. Metto a fuoco la strana figura che si intravede a una cinquantina di metri da noi. Probabile sia un autostoppista. Lo indico al Lonzo, ma lui non sembra interessarsi alla cosa. 
Gli passiamo davanti, e io lo scruto con attenzione: sembra disorientato, tiene uno stereo sopra le spalle che pompa al massimo la canzone sopracitata. Indossa una camicia bianca a mezze maniche, dei ridicoli pantaloncini hawaiani, e ai piedi ha degli infradito… nonostante abbia dei pesanti calzettoni di lana. 
Bisognerebbe mozzarglieli per questo. 
È stempiato fino a metà del capo, poi gli spuntano dei lunghi capelli ricci che probabilmente non lava da mesi. Ha un barbone simile ai capelli, probabile che se li sia staccati dalle testa per incollarli sul viso. Poi… porca troia, nell’altra mano tiene una tanica di benzina. 
«Fermati!» Urlo al mio avvocato.
Lui non m’ascolta, così tiro il freno a mano. Sbandiamo, finendo fuori strada. Ma niente di cui preoccuparsi. Scendo dall’auto, e corro verso lo strano tizio. 
«Ti serve un passaggio amico?» Gli chiedo amichevolmente.
Lui strabuzza gli occhi, poi li tira all’indietro come faceva quel brutto ceffo nel wrestling, e mi fa segno di si con la testa.
«C’è della benzina lì? Mi fai vedere?» Lui mi tende la tanica, tirandosi dentro le labbra come per ingoiarsele. 
 Prendo la latta e la scuoto: è quasi piena! Giro il tappo e l’apro, me la porto alle narici e tiro su come fosse coca, ma invece quella è benzina! Siamo salvi cazzo!
«Se ci dai questa, noi ti diamo un passaggio, ok?» Gli dico scuotendogli la tanica in faccia.
Lui mi dice “Si” con un filo di voce. Che tizio strambo. Lo tiro per un braccio e lo porto verso l’auto. 
Il Lonzo è seduto sopra il cofano della porsche. Mentre andavo dall’autostoppista ha recuperato dal cruscotto le sue vecchie lenti e se l’è messe. Son degli occhialoni da sole scuri vecchi di almeno trent’anni. Mi guarda incazzato, ma gli faccio vedere la latta e si placa. Gliela lancio, lui la prende al volo. 
«Su, fai il pieno a sto catorcio! Io nel frattempo scopro qualcosa in più sul nostro nuovo amico». Gli ordino. 
Il mio socio gira il tappo della tanica, l’apre e poi ne beve un sorso. Io lo guardo sconcertato. Inizia ad urlare, e a sputare. Picchia sopra il cofano della sua auto. Mi giro verso l’autostoppista, preoccupato che possa spaventarsi per il comportamento del Lonzo… ma lo vedo pensieroso, con gli occhi girati all’indietro e le labbra che sembrano il culo di una gallina rampante. 
«Ma perché lo hai fatto?» Chiedo – incredulo – al commendatore.
«Dovevo… ah… vedere se… bleeeah… va bene per la mia macchina». Mi risponde. 
«Cristo santo… e tu cosa cazzo ne puoi sapere, mica sei una macchina! Che senso ha berla?!»
«Nessuno… NESSUNO, conosce meglio la propria auto…. bleeeah… del suo LEGITTIMO PROPRIETARIO». Non so davvero cosa rispondergli. «Però è buona, posso darla alla mia auto». Dice – infine – con voce calma. Io mi massaggio la fronte, poi mi volto verso il nostro nuovo amico e provo a fare conversazione.
«Scusa il mio collega, è un soggetto un po’ particolare… allora, come ti chiami?» Il tizio mi guarda per un po’, quindi mi chiede, sempre con voce sottile e quasi impercettibile:
«Io?»
«Ehm… si!» Mi chiedo se questo non sia più fuori di testa di noi.
«No». Risponde lui scuotendo la testa.
Rimango perplesso, è chiaro che il nostro amico qui, è un grande estimatore dell’acido, molto più di me e l’avvocato. Ma dubito che ne abbia fatto uso di recente, se ne sta troppo tranquillo… secondo  me il tipo ci è rimasto sotto con le droghe, qualcosa nel suo cervello sì è rotta. Probabilmente, se gli aprissi il cranio e ne mangiassi un pezzo, avrei allucinazioni per giorni. Meglio non dirlo ad alta voce però, che se mi sente il Lonzo, quello si mette in testa davvero che dobbiamo mangiarcelo. Ammetto che sarebbe divertente però.
«Che ci fai qui? Da dove vieni? Perché avevi un tanica di benzina con te? Dov’è che devi andare? Perché tieni uno stereo in spalla?» Gli faccio domande a raffica, curioso dalla sua risposta. 
«Io? … no». Stessa reazione, incredibile.
Scoppio a ridere perché il tipo è identico a quello che cantava “Stuck in the Middle with You”. Ha solo una manciata di capelli in meno.
Sento il Lonzo salire in macchina. Mi volto, dando le spalle all’autostoppista. Dato che ora ho ciò che mi serve, potrei lasciare lì quel poveraccio, ma mi è simpatico per il momento. Gli apro lo sportello e lo faccio accomodare dietro. Salgo anch’io e do l’ok al mio avvocato per ripartire. Lui sgomma tra l’erbaccia, poi ci rimettiamo su strada. Gli dico di accelerare, perché abbiamo perso troppo tempo, e loro si sono avvicinati a noi. Sono sempre più vicini. E sono vicini perché ci cercano. E ci cercano perché l’hanno trovata. 
1.4 Roxanne
Mi torna in mente il momento in cui rincontrai il Lonzo. Ero in libertà da sei mesi, e faticavo a trovare il mio posto nella società. Il lavoro era una chimera, e non me la sentivo più di vivere da parassita a casa di mia madre e del suo nuovo compagno. In più mamma iniziò ad avere alcuni acciacchi: di lì a poco avrebbe scoperto di avere un tumore nella pancia. Non volevo starle tra i piedi, lei e il tizio con cui stava meritavano la loro tranquillità, e la loro intimità. Insomma, mi sentivo di troppo. Non avevo più alcun amico, avevo rotto i ponti con gli altri membri della mia famiglia. Non scopavo da più di dieci anni, e non sapevo come approcciare con una donna. Perfino le puttane mi intimidivano. 
Una sera, decisi di sperperare quel poco che rimaneva dei miei risparmi, in un nightclub club. Arrivai fin lì con la bici del mio “patrigno”, se così vogliamo chiamarlo. 
Ero in preda all’ansia, tutte quelle femmine mezze nude mi spaventavano. Mi piazzai al bancone e spesi tutto quello che avevo in rum, tequila e whisky. Di fianco a me – alla mia sinistra – ci stava un vecchio che dormiva. Il night è un posto fantastico. 
Attirò la mia attenzione un tipo ben vestito, con dei lunghi capelli piastrati e raccolti in una doppia coda di cavallo. 
Assurdo. 
Aveva la pelle scura e gli occhi socchiusi come un cinese. Un mulatto con gli occhi a mandorla. Non aveva barba, ma degli inquietanti basettoni. Mi passò accanto, puzzava da morire… di fumo, d’alcol, e di piscio. Chissà da quanto tempo aveva quegli abiti addosso. 
«Ci conosciamo?» Gli chiesi. 
Lui mi guardò spalancando gli occhi, poi mi disse:
«Probabile… ero un avvocato prima, tanta gente mi conosce».
Feci mente locale, e mi ricordai di lui.
«Certo! Eravate il mio legale! Undici anni mi avete fatto prendere… poi uno me lo hanno tolto però. Sono uscito sei mesi fa».
«Mmh… non ricordo». Il suo alito puzzava, e aveva alcuni denti cariati. 
«Quel giovane che uccise di botte un mendicante prima di andare a lavoro… impossibile non ricordarlo». 
Gli si formò sul viso un ghigno, che sapeva di falsità e inquietudine. 
«Si, si… certo… ora ricordo… dieci anni… non ti è andata poi tanto male».
«Undici, poi ridotti a dieci». Lo corressi, e lui mi sorrise nuovamente. «Che ci fa in questo posto un avvocato?» Gli chiesi, senza ricevere risposta. 
Si sedette alla mia destra, e si fece portare pure lui un bicchiere di rum. Lo bevve in un sorso. 
Smettemmo di parlarci. Notai che molte delle ragazze del locale lo salutavano amichevolmente. “Lonzo”, lo chiamavano. Probabilmente era un cliente fisso del posto. 
Rimanemmo entrambi stregati da una bellissima donna dai capelli rossi e il rossetto fucsia. Era vestita sado, e tatuata sopra tutto il corpo.
«Quella è nuova… che gran puttana! Sarà una di quelle “suicide girls”. Mai provata, ma stasera mi ci FIONDO!» Borbottò “Lonzo”, parlando tra sé e sé, finendo per urlare alla fine della frase. Mi diede qualche pacca sopra la spalla, poi sussurrò: 
«Facciamoci un privè insieme! Io e te! L’avvocato e il suo assistito che si rincontrano dopo tanto tempo! Festeggiamo!»
Gli risposi che non avevo più un soldo in tasca, e lui si propose di pagare anche per me. Nonostante mi sentissi ancora imbarazzato all’idea, accettai la proposta. 
L’avvocato balzò verso la donna, strusciava il cazzo sopra il suo culo davanti a tutti. Parlarono a lungo, io iniziavo a chiedermi cosa ci facessi lì. Mi fece segno di unirmi a loro. 
Lasciammo l’entrata del night, addentrandoci lungo un corridoio che puzzava di sperma, in cerca di un privè libero. 
«Se sei fortunato una sega riesci a fartela fare». Commentò l’avvocato. 
Ne trovammo uno: oltre la tenda rossa, vi era un piccolo divano in pelle nera. Mi ci sedetti sopra, sotto ordine della donna. Lonzo fece lo stesso. 
«Si chiama “Roxanne”». Mi sussurrò all’orecchio, tutto eccitato.
Roxanne iniziò a danzare davanti a noi, poi si spogliò. Premette col rotondo culo bianco e pieno d’inchiostro sopra il mio uccello, facendolo drizzare. Si lasciò toccare i seni. Poi si fiondò sopra al Lonzo, simulando una cavalcata. 
«Tu ci stai per una cosa a tre?» Mi chiese l’uomo. «Questa basta che la paghi bene e gli fai di… TUTTO!»
Non ricordo cosa risposi, fatto sta che tre sere dopo ci incontrammo in una proprietà abbandonata, appartenente al padre del mio amico italo-brasiliano. 
Noi tre. L’avvocato, il suo assistito…. e Roxanne.
Quella merdosa canzone degli Stealers Wheel disturba i miei pensieri. È in loop nello stereo che si è portato l’autostoppista, da trentacinque minuti circa. Cristo santo, insopportabile. 
«Spegni quel cazzo di stereo, o perlomeno cambia canzone!» Gli dico, esasperato.
Ma lui che risponde, se non:
«Io? No…»
Mi volto verso di lui. Ora – quando ritrae gli occhi – muove anche la testa all’indietro. 
«A cosa pensi? Quali sono i tuoi sogni?» Lo prendo in giro.
«Io?» Risponde lui. 
Non demordo e continuo.
«Si, tu coglionazzo! A cosa pensi? Quali sono i tuoi sogni, i tuoi obiettivi… insomma, a cosa pensi?»
«Amore». 
Rimango incredulo, non me lo aspettavo. 
«Amore? Sei innamorato? Cerchi l’amore?»
«Una persona». 
Le cose si fanno interessanti.
«Cerchi una persona? E chi? La tua donna?»
«Non persona, ma p-e-r-s-o-n-a. Qualcuno con cui non essere solo».
«Una persona che ti accetti per quello che sei». Mugugno, con tono vagamente malinconico.
«Io?… si».
Gli sorrido, e torno a guardare la strada davanti a me, lasciandolo ai suoi tick. Ma la nostra breve conversazione mi fa pensare, e ne traggo una mia conclusione: l’amore sovverte anche i disturbi mentali provocati dall’abuso di droghe pesanti. È l’allucinogeno più potente che esista.
L’ufficiale Lonzo frena bruscamente, e accosta. Scende dall’auto, e tira fuori con la forza lo strambo autostoppista. Inizialmente penso di difenderlo, ma poi ci ripenso e mi godo lo spettacolo. 
L’avvocato gli strappa via lo stereo, che ancora pompa nelle casse quella maledetta canzone, e glielo spacca sopra la testa. Il tizio crolla a terra, sanguinante dal capo. 
Il Lonzo gli urla contro, lo spinge fuori dalla strada, poi si risale in macchina.
«Odio ascoltare la stessa canzone per più di una volta». Borbotta, mentre va per ripartire. 
Accende il suo, di stereo, e il rock di Joseph, con la sua “Come the Sun Tomorrow”, sembra farlo calmare. Fortunatamente non canta. 
Stranamente, la canzone prende anche me. Torno a pensare a quando ho rincontrato il mio caro amico, all’incirca un anno e mezzo fa. 
Dopo esserci ritrovati al night, e aver conosciuto Roxanne, ci rivedemmo per consumare l’orgia organizzata. Il Lonzo passò a prendermi con la sua porsche cayenne, poi andammo nella vecchia casa della sua famiglia. Era un casolare disabitato in periferia, un posto decisamente tranquillo, lontano da occhi indiscreti. D’altronde, mi rivelò che spesso organizzava cose del genere lì dentro, e il più delle volte filmava il tutto. Piangendo, mi rivelò che ora abitava lì, dato che non c’era più un posto per lui nel mondo. Non gli chiesi niente, quella situazione era già troppo strana. 
Aspettammo l’arrivo di Roxanne intrattenendoci con del vino che avevo portato io, e della cocaina che invece aveva portato il mio attuale socio. 
La casa era abbastanza inquietante, buia e spettrale. Stare chiuso lì dentro mi portava ansia.
La donna arrivò giusto in tempo, se avesse tardato ulteriormente, probabilmente i nostri cazzi sarebbero andati fuori uso. 
Era bellissima, truccata e vestita in maniera gotica. Se la scopò per primo il mio caro amico, io decisi di restare a guardarli. Mentre la osservavo prendere l’uccello brasiliano del mio collega, non potevo non canticchiare “Roxanne” dei Police
Mi invitarono a unirmi a loro, ma io rifiutai. Non era ancora il momento. 
Finito di scoparsi il Lonzo, quella spostata tirò fuori dalla borsetta LSD e crack. Leccava i francobolli con la sua lingua divisa a metà. Mi tese un pezzo di cartone, invitandomi a fare lo stesso. Accettai. 
Nel frattempo, l’avvocato si diede al crack. 
Iniziai a baciarla, infilando la lingua in mezzo alla sua, letteralmente. Me lo prese in bocca, io le premevo dietro la nuca così da farla soffocare. 
Staccò le labbra dal cazzo e – supina – si stese sopra al vecchio letto matrimoniale sprovvisto di rete. Mi ci poggiai sopra con dolcezza, e iniziai a penetrarle la passera lentamente. Aveva un piercing sulla topa. Che assurdità. 
Iniziai a sbatterla con maggiore prepotenza, le portai le mani al viso, e le infilai i pollici in bocca. Tenevo la sua boccaccia spalancata, e ci sputavo dentro. 
Le mani scesero intorno al collo, iniziai a farle mancare il fiato con amore, sembrava gradire. 
La ficcavo duramente, e senza che me ne rendessi conto, le stavo stringendo il collo con tutta la forza che avevo in corpo. Le vene alle tempie mi si erano gonfiate a tal punto da sembrare in procinto di esplodere. In quell’occasione le sentii, le mie urla pregne di follia e insanità.
Roxanne provò a staccarsi dalla mia morsa, mi combatteva… ma io le stringevo il collo sempre più forte, e la ficcavo sempre più forte.
Le venni dentro quando ormai non respirava più. 
Gli occhi mi si squagliarono, e colarono via. Ora avevo occhi diversi, non più umani. Il Lonzo piangeva, accovacciato in un angolo della buia stanza. Probabilmente, in preda alle allucinazioni, o peggio… aveva visto i miei nuovi occhi. 
Ancora con il cazzo dentro di lei, che piano piano mi si ammosciava, fissai il tenero unicorno rosa che Roxanne aveva tatuato tra la spaccatura del seno. Pensai fosse un posto insolito per un tatuaggio del genere. 
Non ricordo ciò che accadde dopo. 
Il mattino dopo, ci rendemmo conto di quello che era successo. Non era stato un brutto sogno. Caricammo il suo cadavere nel bagagliaio della porsche cayenne, e lo gettammo in un bosco da quelle parti. 
Col tempo, abbiamo dovuto ammettere che quanto accaduto ci era piaciuto. Così abbiamo continuato a farlo. Andavamo a caccia, le convincevamo a passare una notte con noi, le portavamo lì, le davamo allucinogeni vari, e poi le ammazzavamo. E i miei occhi, i miei occhi diventavano sempre più mostruosi. 
Ragazze problematiche, tossicodipendenti, puttane. La prossima vorrei fosse un transgender, sarebbe divertente. 
Qualche giorno fa, hanno ritrovato Roxanne, la prima. Ma ora che ci penso, non deve esserne rimasto poi molto. È passato un anno e mezzo circa. Non possono risalire a noi da qualche mucchio di ossa. O forse si? Non ricordo più quando abbiamo sentito la notizia in quel bar… e se non si trattasse di lei? Se non l’avessero mai trovata? Da quanto tempo siamo in viaggio? Che giorno è oggi?
Mio Dio, che cosa ne è stato della mia vita.  
1.5 California Dreamin
È ora di pranzo. E noi siamo ancora in viaggio. Il Lonzo si è fregato già mezzo pacchetto delle sigarette comprate qualche ora prima. Abbiamo fumato un sigaro a testa. Inizio a sentire fame, una strana sensazione, avevo dimenticato com’era. Queste fitte allo stomaco mi fanno venire voglia di stendere una bella striscia consistente sopra lo schermo del mio telefono. Ma la cocaina stava nella giacca del mio socio, e chissà che fine gli ha fatto fare. Se non mi sbaglio, doveva esserci rimasto anche qualche francobollo. L’erba l’abbiamo finita da un bel pezzo. Insomma, le risorse iniziano a scarseggiare. 
Osservo disgustato i lividi violacei sopra le braccia del mio avvocato. Inizia a bucarsi troppo spesso. A me non è mai passato per la testa di abbracciare l’ago, ma il Lonzo certe volte ne ha bisogno… va troppo fuori di testa, piange, urla e sbatte la testa contro le cose. Ha bisogno di calma, qualcuno deve metterlo al suo posto. E quel qualcuno è l’eroina. 
«Adesso guido col culo». Borbotta, spegnendo la sigaretta in un foro del sedile che usa come posacenere. 
Lo guardo in silenzio mentre si gira, abbassa leggermente lo schienale, e poggia le natiche sopra lo sterzo, iniziando a muoverle un po’ a caso. 
La macchina sbanda, ma rallenta di colpo dato che ha lasciato l’acceleratore. Una sfilza d’auto ci sorpassa di prepotenza, inveendo contro di noi. Il Lonzo, in qualche modo, rimette i piedi sopra l’acceleratore e… guida la porsche con il culo. Ciò che merita questa macchina da froci. 
Se la ride, e sputa per tutto l’abitacolo. Io inizialmente rimango impassibile, ma poi mi lascio contagiare e lo assecondo. Finiamo sopra l’altra corsia. Ora sarebbe figo se davanti a noi si palesasse un enorme tir in procinto di colpirci in pieno. 
Invece buttiamo soltanto sotto un motociclista. La moto finisce sotto la macchina, e lui si fionda sopra il parabrezza della porsche, rompendolo col casco. 
Il commendatore sbatte con la schiena sopra lo sterzo, curvandosi. Gli airbag si aprono in ritardo, così viene spinto in avanti di forza, e si schiaccia contro il sedile. Gli occhialoni neri gli volano via. 
Io per poco non do una capocciata allo stereo. La cintura salva me e i miei occhiali. 
(Eh si, sono un passeggero responsabile). 
Dal mio lato gli airbag nemmeno si aprono. Per fortuna direi. Non posso rischiare che si rompano le mie lenti. 
Finiamo fuori strada, con il motociclista spiaccicato sopra l’auto come una mosca. 
Mi prendo del tempo per comprendere cosa cazzo è accaduto. Chiedo al Lonzo qualcosa, ma le parole mi escono fuori fiacche e prive di senso. Comunque, mi sa che si è fatto male il bastardo. 
«Adesso guido col culo». Borbotta, spegnendo la sigaretta in un foro del sedile che usa come posacenere. 
«Vedi di non fare stronzate. Ti stai lasciando dietro una scia di follia… basta fare i cazzoni». Gli rispondo.
E così, dopo aver fantasticato su cosa sarebbe potuto accadere se avesse provato a guidare con il culo, decido di dargli una strigliata e rimetterlo al suo posto. Se può l’eroina, posso anche io.
Lui mette il muso e alza il volume dello stereo. Lo fa quasi per dispetto. 
Il rock psichedelico di “Curse of The Witches”, dei Strawberry Alarm Clock, mi rimbomba nelle orecchie. In effetti la cosa mi infastidisce, ma non espongo lamentele. D’altronde gli ho negato di guidare usando il culo, merito anch’io una punizione per il mio modo di fare dittatoriale e insensibile.
Rimane il fatto che è ora di pranzo. E noi siamo ancora in viaggio. E sto pure morendo di fame.
Il Dottor Lonzo svolta d’un tratto verso l’uscita dalla superstrada. Il cartello indica che – ad appena 20 km – si trova “POCABAMBA di CAMPIMALE”. 
«Se riesco a trovare un po’ di coca in quel posto, divento LEGGENDA!» Dice il mio avvocato, sghignazzando. 
Apro la bocca, in procinto di ordinargli di girarsi immediatamente, e continuare sulla superstrada. Però poi ci ripenso. Certo, non è una buona idea girovagare per questi paesini del cazzo, data la nostra situazione attuale. Però… questo potrebbe intralciare gli sbirri. Ci stiamo lasciando dietro una scia di follia, era arrivato il momento di depistarli un po’. 
E quindi, si va a “Pocabamba”. 
Mentre guidiamo verso quel posto, una puzza di merda di vacca stupra le nostre narici. Serriamo in fretta i finestrini, ma senza alcun vantaggio. Il fetore rimane, unendosi a quello di vomito, di martini, di piscio, di sporco, e di feci del Lonzo. 
Se avessi qualcosa nello stomaco, probabilmente sboccherei di nuovo. 
Passato il pericolo, abbassiamo i finestrini e respiriamo a polmoni aperti la fresca aria di campagna. Muoio di fame, la prima cosa da fare arrivati in quel paesino del cazzo è mangiare. Si fotta la cocaina. 
«Dobbiamo fermarci da qualche parte a mangiare». Borbotto, premendomi sul ventre.
«E magari andare a caccia». Risponde tutto serio il primo ministro inglese.
«Che hai intenzioni di fare lì? Ti pare questo il momento? Sono sulle nostre tracce!». Mugugno, in preda alla paranoia.
«Sono sulle TUE tracce… IO NON ESISTO!» Sbraita il califfo “Mohamed Allonzo”. Poi molla una scoreggia, sollevandosi leggermente. 
Forse ha ragione. Magari lui davvero non esiste, è soltanto una mia allucinazione. Magari ci sono rimasto sotto con le droghe come l’autostoppista, e immagino di avere un compagno di merende per non sentirmi tanto solo nella mia vita costernata di violenza e perversione. C’ero io e nessun altro, insieme a Roxanne quella notte. Ho fatto tutto da solo. Sono l’unico mostro di questa lugubre fiaba. 
Il Lonzo ne molla un’altra. Puzza d’uovo marcio e zenzero. Esiste, eccome se esiste questo schizzato. 
Ci avviciniamo al paesino. Intravedo le luminarie e sento quella poetica fragranza che soltanto un panino con la porchetta preparato da un grasso e sudicio uomo può donarti. “Pocabamba” è in festa, e stanno arrivando gli ospiti d’onore. 
Parcheggiamo la macchina appena entrati in paese.
«Perché la fermi qua? Andiamo più avanti!» Gli dico, ma ormai son già sceso dall’auto.
«Perché il mio culo reclama ARIA». Mi risponde. Io rimango interdetto e lo guardo con disprezzo. Poi mi ficco una gomma alla menta in bocca, e mastico rumorosamente, come un fottuto ruminante. 
Il 12 ° presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattalonzo, va verso il bagagliaio e lo apre. Recupera la sua giacca e la sua cravatta: ecco dov’erano finite!
Le indossa sopra la pettorina di jeans. Poi fruga nelle tasche del vestito, e tira fuori tre buste e due francobolli.
«Prima, o dopo mangiato?» Mi chiede sghignazzando.
«Dopo». Rispondo io. E che cazzo, voglio godermi un pasto a mente lucida. 
L’uomo più pazzo del mondo si rimette in tasca la roba, sfila una sigaretta dal suo pacchetto, e se la infila in bocca al contrario. Accende il filtro con lo zippo, e fa un lungo tiro. 
Io me la rido mentre lui impreca e sputacchia a terra. Poi stacca via il filtro bruciato a morsi, e fuma la sigarette senza. È decisamente un uomo folle. 
Ci incamminiamo verso il paese, osservando dei rumeni col culo di fuori che montano le luci per la festa. Chissà di che cazzo si tratta: feste patronali, santi, sagre… o forse è tutto organizzato dagli sbirri, per celebrare adeguatamente la nostra cattura? 
Mi guardo intorno, il posto pare essere antico: le case sono quasi tutte fatiscenti, e fatte di pietra. Mi vengono in mente in Flintstones. Sento puzza di bassa cultura e ignoranza. Dei cani abbaiano, mi sa che sono pure grossi. 
Strabuzzo gli occhi quando vedo – davanti a me – uno di quei furgoni che preparano panini. Sopra di esso si erge una scritta gialla sopra uno sfondo rosso, che recita: “Fellonzo”.
Mi volto verso il mio socio, e scoppio a ridere. Lo sgamo che si stava passando un po’ di coca sui denti. Sento “White Rabbit”, dei Jefferson Airplane, provenire dal camion dei panini. Mio Dio no, questa musica di merda mi perseguita. 
«Non consumarla tutta per ste cazzate… se vuoi andare a caccia, ci servirà!» Alzo un po’ la voce, sgridando il Lonzo per l’uso improprio che fa della droga. 
La cocaina è essenziale per il nostro lavoro, anche più degli acidi, e ci rimane all’incirca un grammo e mezzo. Perché, sapete, è un vero e proprio attira fighe quella roba, come miele per le api. Soprattutto per quelle ragazzacce che vogliono fare le vissute, ma non lo sono affatto. Per le tipe ossessionate dall’essere alternative, eppure costantemente alla moda. Sventoliamo contro i loro occhietti socchiusi, appesantiti dall’alcol e dall’erba, la nostra polvere magica… e loro ci seguono senza batter ciglio. Sono nostre ora, trasportate dalla voglia di voler trasgredire ad ogni costo, maledette troie. Quando son già belle che pippate – e solo a quel punto – noi spalanchiamo la porta degli acidi, e le facciamo entrare di forza. Quello che accade dopo, non è altro che l’apice della loro corsa all’eccesso, all’adrenalina, al brivido. Chissà cosa vedono quando ci riversiamo di forza sopra i loro corpicini, e le ficchiamo con arroganza, e le picchiamo con prepotenza. Vedono i loro padri? I loro zii? I loro nonni, o i loro fratelli più grandi? 
Perché, siamo obiettivi per un momento… ognuna di queste ragazzacce condivide un passato fatto di molestie subite da parte di un parente prossimo. È matematico, lo dice la scienza, lo scrivono i giornali, ce lo fanno intuire i loro profili social.
Siamo di fronte al tizio dei panini, e la canzone dei Jefferson Airplane mi rimbomba nelle orecchie, mettendo a tacere i miei pensieri. Mi rendo conto della perversione che pervade la mia mente, e  arrivo alla conclusione che il Lonzo non sia l’unico ad averci qualche disturbo comportamentale.
«Offerta! Solo per oggi! Panino e bibita 5 euro!» Urla il “paninaro” agitando le braccia. Ha una voce disturbante, la definirei acuta e assordante. È grasso, sudicio, con la barba incolta e dei ridicoli occhiali da vista. «E tu, neretto, che cosa vuoi?» Domanda, guardando con sospetto il mio avvocato.
«Una birra e un panino con la salsiccia». Dice l’erede al trono del regno di Danimarca. 
«Che birra?» Chiede l’uomo-panino. 
«A tua scelta».
«Che ci metto nel panino?»
«TUTTO!» Torna a sbraitare il Lonzo, dopo un breve momento di normalità.
Il paninaro si appresta a preparare l’ordine del mio socio, poi chiede anche a me cosa voglio:
«Ue biondo, e per te invece?»
«Una panino con la porchetta. Dentro mettici melanzane, funghi e salsa piccante». Rispondo, domandandomi perché m’avesse chiamato “biondo”, quando in realtà i miei capelli sono castano scuro.
«Ok… va bene, e la bibita?»
«Niente bibita». Dico, con tono deciso.
Lui mi guarda spalancando gli occhi e indietreggiando col capo. Ho la sensazione che si sia offeso, ma non ne capisco il motivo. 
«Allora non hai sentito che cosa ho detto prima?! PANINO E BIBITA 5 EURO!» Il tizio alza la voce e sbatte i pugni sopra al bancone. 
«Ma non ne ho voglia». Controbatto io. 
Lui si rattrista, gli occhi si inumidiscono, abbassa il capo. Sentendomi in colpa per lo stato in cui è riversato il paninaro, borbotto:
«Mi dia anche a me una cazzo di birra… la stessa del mio amico». 
L’uomo-panino mi sorride: evviva, siamo di nuovo amici.
Prendiamo i nostri fottuti panini e le birracce, paghiamo il tizio, e ci sediamo sopra una panchina verniciata di verde, non molto distante dal furgone. 
Mangiamo in maniera vorace, dimenticandoci delle birre, che berremo soltanto dopo aver consumato i panini. Ancora affamati, decidiamo di prendere un altro panino a testa, e siamo costretti a prendere anche un’altra birra.
Una volta sazi, girovaghiamo per il paese in cerca di qualche bar aperto. Ne troviamo uno, sta in cima a una ripida salita, proprio prima della Chiesa, si chiama: “da Gino”. 
Beviamo due campari e martini a testa, poi ci fiondiamo in bagno e stendiamo una busta sopra lo schermo del mio telefono. Poi ne stendiamo un’altra, e già che ci siamo facciamo lo stesso con la terza. Usciamo uno alla volta, sforzandoci di fare i seri. Io prendo un’altra birra, mentre il Lonzo sembra stare apposto così. Usciamo dal bar, e il Lonzo – sovrappensiero – mi chiede:
«E ora dove troviamo altra cocaina?»
Io non gli rispondo, mando giù l’amara birra e guardo avanti a me: vecchi, e ragazzotti ignoranti mal vestiti; una ringhiera, e di sotto casucole, alberi, campagna, luminarie e disperazione. Mi chiedo se non sia il caso di aggiungere anche un pizzico di LSD al nostro abbondante pranzo. Tanto ormai è finita, ci troveranno. È stata una pessima idea sostare in questo paesino del cazzo, dovevamo continuare sulla strada, e non fermarci mai. Non è il caso di mettersi a cacciare. Non è proprio il caso. Li sento vicini… il grassone dell’autogrill li ha chiamati, poi loro hanno trovato l’autostoppista, e ora sono sempre più vicini. Nel vecchio juke-box che sta nel bar alle mie spalle, qualcuno ha fatto partire “California Dreamin”, dei The Mamas e The Papas. Sta canzone mi ha sempre messo una tristezza assurda. Faccio segno al Lonzo di passarmi una sigaretta, poi gli faccio segno di no.
«Meglio un sigaro». Gli dico, mentre quasi piango. 
Il mio socio mi infila il sigaro in bocca, e addirittura me lo accende col suo zippo. Io aspiro il fumo del Cohiba, e lascio che si scontri contro i miei denti intorpiditi e freddi. 
Getto la birra – mezza piena – di sotto, oltre la ringhiera, sperando di colpire qualche vecchiardo proprio al centro della testaccia, e spaccargliela. Che muoiano tutti i vecchi del mondo. Nessuno merita di vivere troppo lungo in questo mondo. 
1.6 Can You Travel in the Dark Alone
Ho perso il Lonzo. Era andato in paranoia perché stava finendosi la polvere, ripeteva in continuazione che doveva trovare della cocaina, in questo paesino chiamato “Pocabamba”, così da divenire una leggenda. Abbiamo girovagato un po’ per il posto, sotto lo sguardo attento e lievemente spaventato della gente, poi io sono entrato in una tabaccheria per comprarmi un pacco di sigarette, e quando sono uscito non vi era più traccia di lui. Sono solo, adesso sono solo. 
E se lo fossi sempre stato?
Torna di moda l’idea che la figura del Lonzo non esista, e che non sia altro che un invenzione della mia mente, e delle droghe. D’altronde quando si è un mostro, se si è in compagnia, ci si sente un po’ meno cattivi. 
Mi sento spaesato, ho paura e tremo. Sono così lontano da casa. Ma ormai son più di dieci anni che lo sono, esattamente da quando picchiai a morte quel mendicante prima di recarmi a lavoro. 
Passa una Polo verde scuro, un modello di almeno dieci anni fa. Tiene in finestrini abbassati, così riconosco la canzone che sta ascoltando il conducente al suo interno: “Can You Travel in the Dark Alone”, dei Gandalf. 
Nonostante sia uno schizzato – e puzzi costantemente di piscio – spero vivamente che Lonzo esista. Perché… perché altrimenti sarei solo al mondo, consapevole di doverlo essere per sempre. E la colpa è sempre la loro, dei miei occhi… dei miei occhi mostruosi, disumani, abominevoli. Queste lenti mi fanno un male… non le tolgo da giorni, e non posso, non potrò mai… inutile ripetervi il perché. 
Sono seduto sopra gli scalini di un palazzo, poggiato di schiena sul portone di legno. Si apre all’improvviso, e io scappo via. Come fossi un ratto, un animale selvaggio che si sposta nei centri abitati per trovare cibo, ma ha paura degli esseri umani. Per me è pressoché lo stesso. Mi ricordano troppo ciò che anch’io sarei potuto essere, se solo le cose fossero andate diversamente. 
Per esempio, se quel giorno non mi fossi recato a lavoro, o se non lo avessi mai accettato. Oppure se in quella triste sera di un anno e mezzo fa, non fossi andato in quel dannato strip club… se non avessi mai rivisto il mio avvocato, e non avessi mai conosciuto Roxanne. 
Ma forse, mi troverei lo stesso in questa situazione… da solo, mentre corro tra i vicoli di un paesino stazionato in culo al mondo – con un nome alquanto ridicolo –  fuggendo dalla consapevolezza di ciò che sono diventato. 
Mi ritrovo davanti “Fellonzo”. Quel furgoncino che vendeva panini. È tutto chiuso, perfino le luci incastonate intorno la scritta. Però dentro sento dei rumori, e perfino della musica. Mi pare siano i Rolling Stones, il pezzo dovrebbe essere “Citadel”.
Decido di avvicinarmi e bussare, un po’ perché ho intenzione di chiedere all’uomo-panino se ha visto il Lonzo, e un po’ perché mi sento dannatamente solo, e ho bisogno di vedere un volto “familiare” – per quanto un paninaro fuori di testa possa esserlo. 
Busso per tre volte e d’un tratto nel furgone cala il silenzio. 
«CHI È?!» Mi urla contro una voce rotta, profonda e grottesca. La riconosco. 
«Bastardo di un Lonzo! Sono io!» Gli dico con prepotenza a quel rotto in culo. 
Li sento sghignazzare, poi finalmente mi aprono. Entro nel furgone. 
Vedo – stesa sopra al bancone – un ingente quantità di cocaina, saranno almeno cinque grammi. 
«HO TROVATO LA BAMBA… A “POCABAMBA”!» Sbraita il mio avvocato, tutto eccitato, mentre mi abbraccia amorevolmente. Con lui c’è il tizio dei panini, tutto sorridente e sporco di neve sul viso. 
Con mio stupore, noto che hanno adoperato anche i francobolli. Sta esagerando un tantino il mio socio qui… ho paura che ben presto gli serva dell’ero. 
Mi invitano a unirmi a loro, io non me lo faccio ripetere due volte e prendo il cinquantone arrotolato che mi tende il paninaro, e tiro su la striscia più lunga che vedo. 
«Che cazzo hai nella testa? Perché sei sparito all’improvviso?» Chiedo al Lonzo, mentre alzo la testa e massaggio le narici. 
«Eh, te l’ho detto… DOVEVO ENTRARE NELLA LEGGENDA». 
L’uomo-panino non dice una parola, si limita a ridere come un ebete. Lui di sicuro ci rimane. Dubito avesse mai provato l’accoppiata LSD – COCAINA. Sarà meglio andarcene da qui, lo propongo al mio socio. 
«Ci siamo fermati per troppo tempo… andiamo via». 
«Nooo! Il ragazzaccio qui mi ha detto che in città c’è una festa a casa di un suo amico… CI SARÀ DA DIVERTIRSI».
«Dubito che ci arriverà vivo… e anche tu!» Faccio l’uomo maturo, o almeno mi sforzo di farlo. 
«Mi dai ordini… mi dai ordini… ma tu senza di me vali zero! ANDREMO A QUELLA FESTA!» Noto che al Lonzo gli sono cresciute le palle. «E poi adesso abbiamo la coca… possiamo cacciare». Aggiunge, mostrandomi le buste che tiene in tasca. 
«Si, ma non abbiamo gli allucinogeni». Gli ricordo, indicandogli i cartoncini già usati. 
«Non ci serve quella roba, su… facciamole pippare sopra i nostri cazzi dritti, e poi le mozziamo la LINGUA!» Il commendatore strabuzza gli occhi, per poi mantenerseli aperti con le dita. 
Nel frattempo il paninaro ci guarda curioso, pur mantenendo il suo sorriso ebete. Dubito stia capendo qualcosa. Però non si sa mai…
«Lui sa?» Chiedo al mio avvocato. 
«Lui? No…» La sua risposta mi ricorda vagamente quella dell’autostoppista. 
Non posso rischiare che – una volta tornato lucido – il tizio si ricordi di noi.
Sfilo via la lama nascosta dentro i miei stivali, e mi avvicino a lui. Il Lonzo mi guarda spaventato.
Mi tolgo gli occhiali (per la prima volta dopo giorni) e li infilo nel colletto della mia camicia verde a strisce gialle. 
Nella mia mente, risuona il theme di “Funeral of Queen Mary”, direttamente da “Clockwork Orange”.
Oh, vada a fottersi quel rock psichedelico di merda. Ultimamente mi capita di ascoltare soltanto quello. Menomale che grazie all’immaginazione, possiamo creare la colonna sonora della nostra vita. 
Il paninaro mi guarda con gli occhi spalancati. È seduto sopra una sediolina rossa che a stento lo regge. Si accorge delle mie iridi infuocati, del vuoto cosmico che pervade nelle mie pupille. Ora sa, sa che i miei non sono occhi umani. 
Gli punto il coltello alla gola, e infilo una mano tra i capelli grassi e oleosi. 
«Se lo ammazzi poi come vado ALLA FESTA?» Il Lonzo fa i capricci, peggio di un bambino.
A questo punto dovrei essere pervaso da un’incontrollabile rabbia. Dovrei urlare come un dannato, senza rendermene conto, e soprattutto la lama dovrebbe essere già dentro il cicciuto collo del paninaro. 
Gli tolgo il coltello dalla gola, e lo colpisco con un pugno alle tempie, mettendoci tutta la forza che ho. Lui cade dalla minuta sedia e crolla a terra. Ma è vivo. Sono stato incapace di ucciderlo. Sento i miei occhi tornare umani, mi metto di nuovo le lenti. 
«Andiamocene da qui». Ordino al Lonzo, infilandomi la lama negli stivali. 
Lui acconsente, così usciamo di fretta dal furgone. E ci dirigiamo verso la macchina, mentre nel frattempo cala la sera. 
1.7 No Song
Arriviamo alla schifosissima porsche. Osservo per un momento il mio amico: smascella come un dannato, fa smorfie col naso, e ha gli occhi fissi nel vuoto. Ora anche gli allucinogeni iniziano a fare effetto. Mi sa che toccherà a me guidare… che scocciatura. 
Scopro che aveva lasciato la macchina aperta, e addirittura le chiavi vicino al quadro. Gli lancio un’occhiataccia, ma lui ormai non è più insieme a me. Gli acidi lo hanno portato via. E dunque, sono di nuovo solo. Se ne sta fisso davanti l’auto, e la guarda con ammirazione. Gli dico di salire, ma niente. Apro lo sportello, e lo spingo dentro di forza. Però lui scavalca il sedile, e si mette dietro. Io sospiro, impreco, poi mi seggo dal lato guidatori. Il sedile è sporco, e vicino al mio pacco ci sta un buco con dentro cenere, sigari e sigarette. Giro la chiave nel quadro e parto. Esco da sto cazzo di paesino, e vado verso la città. Non so nemmeno io perché. Dubito che alla fine andremo per davvero alla festa di cui parlava il Lonzo, anche perché ho quasi ucciso il tizio che ci aveva invitati. Certo che sarebbe stato un buon terreno di caccia, ma non siamo in forma. La verità è che siamo spaventati, su di giri, nervosi. Non faremmo un buon lavoro. Mentre guido tengo lo stereo chiuso: la musica mi ha stancato. L’unico rumore che sento, è quello delle auto che mi sorpassano, del motore della porsche che arranca, e dei miagolii del mio socio. Lo intravedo dallo specchio che sta sopra al mio capo: se ne sta sdraiato sopra i sedili posteriori, e fa versi animaleschi. Graffia l’aria con le mani, e ogni tanto da calci allo sportello. Ha esagerato, e ne paga le conseguenze. 
Sono di nuovo solo. Immagino come sarebbe conversare con lui, se soltanto fosse lucido. 
«E poi sarei io quello schizzato… HAI QUASI UCCISO QUEL TIZIO!» Avrebbe borbottato, finendo per urlare. 
«Ma non l’ho fatto. Tu invece non ci hai pensato due volte a spaccare lo stereo anni 90’ di quell’autostoppista, sopra la sua testa». Gli avrei risposto. 
«Perché sono coerente, e ho il buon senso di portare a termine quello che inizio… mentre tu… TU SEI IMPOTENTE!»
Ci sarebbe stato un po’ di silenzio, interrotto magari da qualche fottuta canzone rock di trent’anni fa. Poi lui avrebbe attaccato di nuovo col fatto della festa. 
«Andremo a quella festa, o no?»
«Non mi sembra il caso, e poi hai almeno l’indirizzo?»
«Ah già…» A quel punto avrebbe dato qualche capocciata sopra lo sterzo, facendo suonare il clacson. Io avrei riso. «Lo chiederemo in giro una volta arrivati in città!» 
Basta. La testa mi scoppia. Non ho nemmeno la forza di immaginare. La verità è che sono stanco… vorrei che la mia vita non fosse altro che un’allucinazione. Ho paura di tornare in prigione, la prima volta sono stato fortunato… per dieci anni sono stato un fantasma, un sorcio. Mai avuto problemi con nessuno, anzi… dubito che qualcuno sapesse che esistevo, aldilà del mio compagno di stanza. Aveva un passato da regista, e ora faceva il fotografo. Uccise – nel suo studio – un uomo che era andato da lui per farsi fare delle fototessere per un rinnovo della patente. Gli fracassò la testa con la sua macchina fotografica. Quindi, fece delle foto al cadavere con suo cellulare, e le pubblicò sopra i suoi profili Facebook e Instagram. Era un tipo interessante, e la nostra era una storia alquanto simile. Due persone normali, che d’un tratto diventano dei mostri. E i loro occhi cambiano. 
Quanto vorrei ci fosse una morale in questo. Del tipo: “lo abbiamo fatto per la libertà…. Il nostro è un atto di ribellione verso la società”. 
Tutte cazzate. 
Non sappiamo perché lo abbiamo fatto, tantomeno perché continuiamo a farlo. Tutti abbiamo dei “giorni no”. Poi, quando si arriva a quel punto, è un tracollo mentale e fisico, non c’è modo di riabilitarsi, la prigione serve a poco o niente. Un essere umano che ne uccide un altro, qualsiasi sia il motivo, deve essere soppresso all’istante, perché cambia… in maniera radicale, e non potrà mai diventare ciò che era prima. Quello che mi è accaduto, può succedere a qualsiasi altro povero cristo che si sveglia al mattino per andare a lavoro, e si trova davanti un mendicante che gli chiede qualche spicciolo. 
Il Lonzo inizia a urlare, e si contorce. Dovrei iniettargli dell’eroina direttamente dall’iride, ma ad avercela… 
Quel matto apre lo sportello, e prova a buttarsi per strada. Io freno di colpo, sterzo, e lui torna dentro, sbattendo con la testa sopra il finestrino dello sportello opposto. 
Accosto, e scendo imbufalito. Tiro per i piedi il Lonzo, e lo butto fuori. Poi inizio a pestarlo, lo prendo a pugni, in pieno volto. Spero di farlo perlomeno svenire. Mi fermo quando lo vedo sanguinare. Inizio ad essere stanco di lui, mi da sui nervi. Pare essersi calmato. Lo butto dentro l’auto, mi guardo in giro – sperando che nessuno mi abbia visto – poi mi rimetto in viaggio. Questa è la seconda volta che mi tocca picchiare quel bastardo. 
La prima volta è stata qualche mese fa. Eravamo già pienamente attivi in ambito “lavorativo”, e ogni tanto ci piaceva proporre delle “varianti”. Per esempio, a me piacevano le vecchie, mentre il Lonzo iniziò ad intestardirsi… con le minori. Diventai una bestia quando me lo disse, con quel suo solito ghigno beffardo, che contraeva quei gran baffoni che tiene. La cosa sembrò finire lì. Poi un giorno lo vidi appostato davanti a una scuola elementare… scesi dal bus che mi stava portando a casa (io e il Lonzo vivevamo insieme, nella vecchia proprietà dei suoi), mi avvicinai a lui, e lo tirai fuori dalla sua dannata macchina per froci. Lo gonfiai di botte, proprio lì davanti. C’erano un sacco di genitori che aspettavano di riabbracciare i figli all’uscita da scuola, e avvertirono in fretta le forze dell’ordine. Ci rimasero di sasso quando ci videro fuggire insieme. Gli feci saltare due denti – che tra l’altro non ha ancora provveduto a farsi ricostruire – dislocazione della mascella, e un bel trauma cranico.
Col tempo, il mio socio comprese il mio gesto, e finì per ringraziarmi. 
Questo non fa certo di me una persona buona, lo so. Però, ripensare a ciò mi fa sentire bene. Quel ricordo, e l’idea – magari – di aver salvato una tenera bambina dai riccioli biondi e gli occhioni verdi, sono l’ultimo barlume di umanità che vi è in me. 
Ma poi penso al fatto che quella tenera creatura, tra dieci, o quindici anni… poi potrebbe incontrare me. E anche la poca umanità che mi rimane, diventa cenere.
L’insegna luminescente di un Hotel, mi distoglie dai mie cupi pensieri. Forse è il caso di riposarsi un po’.
1.8 Me and the Devil Blues
Svolto verso l’Hotel che sta alla mia sinistra. Si chiama: “Roxanne Hotel”. Mentre entro nel parcheggio del posto, rabbrividisco. Non è buon segno. Forse tutto iniziò con Roxanne, e tutto finirà al Roxanne. Ci troveranno qui. Ci arresteranno qui. Un uomo baffuto, con gli occhiali e i riccioli – che sta alla reception – dirà loro il numero della nostra stanza. Verranno da noi, e sfonderanno la porta della nostra camera con un calcio, poi faranno irruzione. Mi immagino il Lonzo – mezzo nudo – sdraiato supino sopra il letto. Io probabilmente starò nel cesso a fare una cacata, dato che ne sento profondamente il bisogno. Non uscirò dal cesso, li aspetterò seduto sopra al water, col culo sporco di diarrea. Mi porteranno via che ancora sto cagando. 
Mi chiedo se non sia davvero il caso di fare marcia indietro e tornarmene per strada. Ma sono stanco, e anche il mio socio qui ha bisogno di un po’ di tranquillità. Parcheggio l’auto di fronte a una palma gigante. Voglio proprio vedere dove si appollaiano ora quei gufacci che mi perseguitano! Non ci sono più alberi giganteschi, non siamo nel giurassico. Siamo tornati nel nostro tempo.
Scendo dalla porsche e recupero l’erede al trono d’Inghilterra. Sembra essersi calmato, poi uno dice che con la violenza non si risolve niente. Però, mi tocca portarlo in spalla come fosse un cieco o uno mezzo zoppo. Tiene gli occhi aperti e si gira a destra e sinistra in continuazione. Trascina il piede sinistro come se si fosse rotto la caviglia. 
Entrando nell’hotel mi rendo conto che il posto conta ben tre stelle. Pensavo peggio. 
All’entrata, risuona “I Talk to the Wind” dei King Crimson
Il posto è estremamente vuoto. Mattonelle e pareti sono entrambe colorate di giallo. Alla reception, scopro che non vi è affatto il ragazzo occhialuto che avevo immaginato, anzi… ci sta una tenera ragazza dai lunghi capelli castani raccolti in una coda. Ha la faccia rotonda e un viso angelico. Non è bella, ma ha il sapore della dolcezza, dell’innocenza… proprio come piacciono a me. 
Ci guarda stranita, quasi spaventata. Poverina. Faccio sedere il Lonzo sopra una poltroncina blu, e mi avvicino alla donna. 
«Buonasera… ci sarebbe una stanza per due? Soltanto per stanotte». Le dico, tirandomi su gli occhiali.
La tizia non parla, e digita sopra la sua tastiera fissando lo schermo del computer. Starà forse contattando via mail le autorità?
«Allora?» Chiedo, spazientito. 
Lei mi getta addosso i suoi occhietti da cerbiatto, e – finalmente – mi parla: 
«Si, ce ne sono diverse. Avete qualche preferenza?» Vorrei morderle le labbra fino a fargliele sanguinare. Mi piace proprio questa tizia. 
«No. Mi sta bene anche una che abbia un letto matrimoniale». Si, tanto il Lonzo – come sta combinato – lo faccio dormire a terra. Cazzo, a questa però gli può venire il dubbio che sono un finocchio mo… devo correre ai ripari… ma questo potrebbe farla dubitare ancora di più! 
«Insomma, basta che ho la possibilità di riposare stanotte». Aggiungo, nascondendo il mio imbarazzo. 
«Ok… allora le do una matrimoniale che sta al secondo piano. Stanza “36”. Un attimo che prendo le chiavi». 
La donna si china e fruga tra i cassetti. Vorrei sbatterle il cazzo sopra la fronte. 
«Eccole!» Mi dice tutta sorridente, s’alza e mi tende le chiavi. 
«Grazie… per il pagamento? Adesso, oppure domani?»
«Sarebbe preferibile adesso». 
«Un attimo soltanto». Le dico. Poi mi volto e vado verso il Lonzo. Cerco nelle tasche della giacca ma ha soltanto della coca. In quelle della pettorina ha sigari e sigarette. Mi tocca infilare la mano dentro lo sporco vestito di jeans, fino a raggiungere le tasche del pantalone di seta. Sfilo via il portafogli e torno dalla mia nuova musa. Sbircio dentro, ma quel bastardo si è fregato tutti i contanti. Così, porgo alla donna la carta di credito, sperando che – almeno lì – sia rimasto qualcosa. 
Mi volto verso il mio socio: grugnisce come un maiale in calore, e ogni tanto ha come delle “scosse”. 
«Il codice?» Chiede la tizia. 
Menomale che – tempo prima – ero riuscito a scoprire quale fosse. Insomma, sgamare il codice della carte di credito dei propri amici non è una cosa molto etica… ma bisogna pur sopravvivere, e poi tutti sanno che il Lonzo è una persona poco affidabile!
 Digito il codice, e nel frattempo la donna ride. La guardo interdetto, lei lo nota e mi chiede:
«Ma il suo amico cos’ha?»
Mi volto a guardarlo: sta scivolando giù dalla poltroncina blu mentre ci manda dei baci. 
Scoppio a ridere anch’io. 
«Ha sbattuto la testa… ma niente di grave. È un po’ matto di suo». 
Lei mi fa cenno di aver capito. Io prendo le chiavi, poi vado a recuperare il Lonzo prima che cada per terra. 
«Per qualsiasi cosa, sono qui!». Mi dice la mia musa, sorridendomi.
«Lo terrò a mente». Le rispondo, provando a trattenere l’eccitazione. 
Io e il commendatore chiamiamo l’ascensore: di solito preferisco le scale, ma poi mi toccherebbe prendere in braccio il Lonzo, o trascinarlo per un piede. 
In fondo, intravedo un bar e delle slot machine. Credo che più tardi verrò a farmi un giro. 
È tutto così strano, tutto così inquietante… non ho visto nessun altro a parte la donna alla reception. Questo posto non esiste. Arriva l’ascensore, entro dentro e digito sul “2”. 
Vi immaginate se rimaniamo bloccati qui dentro? Prigionieri di un luogo che non esiste. Credo che quest’ultima frase descriva appieno la mia intera vita. Chissà… se rimanessi davvero chiuso qui, poi alla fine dovrei cibarmi del mio socio per sopravvivere. 
Arriviamo al secondo piano, l’ascensore si apre. Usciamo da lì, e mi guardo intorno mentre percorro il corridoio: anche qui il giallo la fa da padrona. 
34… 35… 36! Ecco la nostra stanza. Appoggio la carcassa del generale sul muro, e apro la porta. Lo recupero, ed entro nella stanza. 
È piccola, ma non possiamo lamentarci. C’è un letto, e c’è un cesso. Addirittura un balconcino. Sempre meglio che dormire in quella merdosa macchina del cazzo. 
Il Lonzo da segni di ripresa. Ha un lieve gonfiore alla testa, e la parte destra del viso un po’ gonfia: i miei pugni hanno lasciato il segno. Ma sta bene, lo sento… non gli serve il ghiaccio. Lo getto sul letto, e  me ne vado a cagare in santa pace. Il bagno pare essere accogliente e pulito, mi calo i calzoni, mi siedo sul water, e do inizio alle danze. A questo punto, dovrebbero fare irruzione gli sbirri… però non accade nulla. 
Non so da dove proviene, ma sento “Solitude” dei Black Sabbath. Un buon accompagnamento per la mia cacata. Poggio i gomiti sopra le cosce, e mi diventano rosse. 
Ho finito da tempo di cacare ma non esco dal bagno, anzi… rimango seduto sul cesso col culo ancora sporco di merda. Forse, sto ancora aspettando che mi vengano a prendere, che mi portino via di forza. Ma come fanno a trovarmi, se sono in un posto che non esiste? 
Mi viene voglia di uccidere la tizia che sta di sotto. Però prima voglio scoparmela per ore. Ma non voglio abusare di lei, voglio che il sesso sia “normale”, sincero. E durante il coito, voglio metterle le mani al collo e farle mancare il fiato. Proprio come è successo con Roxanne. 
Sento dei rumori, qualcuno che bussa… poi delle voci. Eccoli, alla fine sono arrivati. Ci hanno trovato. Sono entrati anche loro nel posto che non esiste, ma ora saranno prigionieri come me. 
Riconosco la voce del Lonzo… sta bene il bastardo. Ma quanto cazzo di tempo sono rimasto chiuso in bagno?!
C’è anche un’altra voce… ma è più aggraziata e amorevole. Certamente di una donna, ma è così stridula e infantile… una bambina? 
Mi pulisco il culo di fretta, scarico, e mi sciacquo le mani al volo. Esco dal cesso, e prendo per il collo il Lonzo, che stava proprio davanti la porta. 
«Quante volte te l’ho ripetuto? Mai con le minorenni!»
Lo sbatto contro  il muro, e lo stringo forte.
Mi sferra un bel calcione proprio in mezzo alle palle. Lascio la presa e crollo a terra. Eh si, lo stronzo si è ripreso. 
«Sei… argh… tu il PAZZO!» Sbraita il Lonzo, mentre si massaggia il collo. «Non c’è nessuno qui… argh… stavo bussandoti alla porta del cesso, perché… argh… DOVEVO PISCIARE!»
Mentre mi palpo i coglioni, guardo la porta della stanza: è chiusa. Sto impazzendo. Sono impazzito. Lo sono da sempre. Sono io il problema. Non avrei mai dovuto avvicinarmi alle droghe. 
Il Lonzo mi sputa addosso, poi va verso il balconcino, tira su le tapparelle ed esce fuori a fumare. 
Io mi rialzo, seppur a fatica. 
«E comunque… io stasera vado a quella festa! Con o senza te!» Mi urla contro. 
Io non gli rispondo. Ho paura. Tremo. Mi sforzo per non piangere. 
Mi seggo sopra al letto, e nascondo il viso con le mani. Menomale che ho ancora i miei occhiali a proteggermi. 
Il mio socio rientra dentro, si toglie la giacca e la pettorina. Poi recupera la coca acquistata dal paninaro, apre due buste e  le stende sopra al tavolino della stanza. Gli porgo il suo portafogli, lui tira fuori la sua carta di credito e la tessera sanitaria, poi si prepara due strisce e le tira su senza avvalersi del soldo arrotolato, ma poggiando il naso sul legno. 
«Vuoi favorire?» Mi chiede. 
Gli dico di no, e mi faccio dare una busta. La metto nelle tasche dei miei jeans. 
«E vedi di non finirla tutta… che stasera forse ci divertiamo». Aggiungo, mentre esco dalla stanza. Stavolta, scendo al piano terra usando le scale. Controllo il mio di portafogli, scoprendo che mi rimane ancora una quarantina di euro. I soldi… ora ci si mettono anche quelli. Quanti problemi può cercare di risolvere un uomo contemporaneamente? 
L’ascensore mi porta di sotto. Guardo il bar e le slot machine, ho intenzione di bere e giocare alle macchinette, ma prima decido di scambiare quattro chiacchiere con la tizia alla reception.  
È lì, proprio dove l’avevo lasciata. Mi serve una scusa però… perché sono sceso, e sono di nuovo da lei?
«Ehm, scusa… non voglio disturbare, ma non è che potresti dirmi dove posso trovare del ghiaccio?Come ti ho detto prima, il mio amico ha battuto la testa e gli sta crescendo un gran bernoccolo…» Gli dico amichevolmente. Per quanto un mostro come me possa essere amichevole. 
«Puoi chiedere a Sandro, sta al bar». 
La ringrazio, poi le chiedo – sorridendo –  come si chiama.
«Mmh… Lucy».
«Allora, mia cara “Lucy”, posso affermare con certezza, che in 32 anni della mia vita, non ho mai avuto la fortuna di vedere un viso tenero come il tuo». Poggio i gomiti sopra al bancone, e la guardo fisso negli occhi.
Lei ride, e mi ringrazia. Continuo con i complimenti. 
«No, dico sul serio. Sei talmente bella che non posso non intestardirmi sul pensare a quanto tu sia sprecata qui. Saresti sprecata anche di fianco a Dio nell’alto dei cieli». Esagero un po’, ma si vede che è ingenua. Spero apprezzi. 
Ringrazia ancora, leggermente imbarazzata. Poi mi fai dei complimenti che nemmeno ascolto. Le mostro la coca, e le chiedo:
«Più tardi ti va di divertirti con me ed il mio amico?»
Lei – in un primo momento – mi guardo strano, con paura. 
«Io… io non dovrei». Sussurra, ma so che posso convincerla.
«Perché?»
«Non sono quel tipo di ragazza, per me già era troppo fare qualche tiro di spinello alle superiori».
Quante volte l’ho sentito dire… amo l’ingenuità.
«Se mi avessi detto di no in maniera convinta, giuro che ti avrei lasciata in pace. Cos’è che con vuoi dirmi?»
Non glielo avessi mai chiesto. Attacca col raccontarmi la sua merdosa vita: unica figlia di una coppia di protestanti, si iscrive a medicina ma poi lascia gli studi per perseguire il sogno di farsi una famiglia col suo ragazzo, hanno intenzione di sposarsi ma esce fuori che lui si fotte la madre cinquantenne. Nozze annullate, il suo sogno che le esplode in faccia, le possibilità di una carriera vanificate. È destabilizzata, dice che non le interessa più di niente, che non vuole più avere freni… ci sta a passare da noi più tardi, d’altronde il suo turno dovrebbe finire tra qualche ora. Inizia a parlare del suo lavoro, dice che la sfruttano, che sta lavorando da stamattina e che avrebbe dovuto staccare verso le 19, ma il tizio che deve darle il cambio pare aver avuto un incidente mentre stava recandosi a lavoro. 
Cristo santo, la testa mi scoppia. Che noia mortale. Mi congedo con garbo, e mi fiondo al bar. 
Il barista è un vecchiardo con un occhio di vetro. Nemmeno qui c’è nessuno, a parte noi. 
«Come mai questo posto è così vuoto? Eppure c’erano diverse auto parcheggiate fuori quando sono arrivato». Gli chiedo, mentre butto giù un paio di amari. 
«Sono tutti molto stanchi. Dormono nelle loro stanze. E tu, tu sei stanco?» Farfuglia, mentre mi versa un altro amaro. 
«Non immagini quanto». Borbotto io. 
Pago il conto, e mi faccio dare il resto in monete. Mi piazzo davanti a una slot machine un po’ sporcacciona: ci sono tutte zoccolacce su schermo, se escono tre vulve pelose scarico tutto. 
Mi accendo una sigaretta e infilo le monete nella macchinetta. Alla mia destra, noto che c’è un negro ben vestito: ha una chitarra. Strano… prima non avevo fatto caso a lui. È seduto su un sgabello, beve il suo whisky, poi inizia a cantare e a suonare lo strumento. Ha una voce calda e profonda, proprio come il più classico dei negri suonatori di blues. 
Riconosco la canzone, è la leggendaria canzone di Robert Johnson, “Me and the Devil Blues”.
Vinco i dieci euro che avevo speso per giocare, e decido di reinvestirli in altro alcol, invece di continuare col gioco d’azzardo. 
Prendo anch’io un whisky, e faccio segno al suonatore di blues di apprezzare la sua musica. Lui mi fa un segno col capo, e sorride. Bevo il distillato, poi ne prendo altri due. Saluto il barista e il negro, e decido di tornare in stanza: sono un po’ brillo, e ho bisogno di stendere. 
Uso di nuovo le scale, barcollo leggermente. Mi pento di aver proposto a Lucy di salire da noi. Non sono in forma, né io, né il mio socio. Siamo dei predatori allo sbando, in “hangover”. E poi è rischioso fare i nostri giochetti qui, in questo posto che non esiste. Magari la facciamo salire, stendiamo un po’, parliamo, la ficchiamo… e poi basta. O al limite, vediamo come si mettono le cose. 
Sono al secondo piano, percorro il corridoio, arrivo alla stanza “36”. 
Ma che cazzo… qualcuno ha voluto fare il simpatico. Hanno scritto “666”, storpiando il numero 3. 
La canzone del negro non mi si leva dalla testa. La porta è socchiusa, la spingo lentamente ed entro. 
1.9 C’era una volta il West
Non vedo il Lonzo qui dentro, ma la sua coca è sul tavolo. Forse è stato proprio lui a scrivere quel numero sulla porta della nostra stanza… che esibizionista. E se mi avesse venduto? Ora è con i sbirri a ridere di me, mentre fanno irruzione qui dentro. 
Mi siedo intorno al tavolino, e mi preparo una striscia. 
Me li immagino quei figli di puttana, mi spareranno con le mitragliatrici attaccate sul loro elicottero da questo fottuto balcone. Farò la fine di quel povero cristo di Sonny.
Tiro su la coca con prepotenza: mi ci voleva proprio. 
Perché mi sento come se questo fosse la fine di tutto? Come un cowboy che ripensa al mito della frontiera e della corsa all’oro con malinconia. 
Ho costantemente immaginato il momento in cui gli sbirri ci avessero trovato… eppure, di loro non c’è mai stata traccia. Non l’hanno mai trovata. E non la troveranno mai. I cani randagi hanno rosicchiato le sue ossa, e poi le hanno portate via. 
E le altre? Loro verranno mai trovate? Ma ne esistono di altre? 
Noto che la porta del cesso è mezza aperta, intravedo i mocassini bianchi del Lonzo, giace a terra. 
Ecco quali scarpe portava ai piedi!
Vado a controllare, spingo la porta con violenza… il mio socio è a terra, ha sbattuto la testa sulle piastrelle della doccia, sanguina dalla nuca. Piccole quantità di sangue gli escono anche dalle narici,  e dalla sua bocca fuoriesce della schiuma. Ogni tanto ha degli spasmi,gli occhi sono girati all’indietro come quelli dell’autostoppista. 
Per prima cosa penso a quale canzone si addica meglio a questo momento. Nella mia mente risuona “The End”, dei Doors
Stavolta la mia immaginazione è stata alquanto banale. 
Cosa dovrei fare adesso? Chiamare un’ambulanza? O magari chiedere aiuto a Lucy? 
No, io rimango immobile. E mi sforzo di trovare una colonna sonora adatta a questo momento. Troppo scontato tirare in ballo Jim Morrison. Vorrei piangere, ma non ci riesco. Mi accendo una sigaretta, poi chiudo gli occhi per concentrarmi meglio. 
Eccola! Ce l’ho!
C’era una Volta il West”, del maestro Ennio Morricone
Non avrei potuto scegliere canzone migliore. Ora che abbiamo l’accompagnamento musicale, non mi rimane che decidere cosa farne del Lonzo. 
Per prima cosa gli controllo i polsi: è ancora vivo. Mi inginocchio accanto a lui, e gli stringo una mano. 
La sensazione che avevo prima non era sbagliata: questa è davvero “la fine della frontiera”, per due cowboy come noi. Insorge l’era moderna, gli sceriffi locali cedono il potere alle enti create dal governo, li galoppanti stalloni vengono oscurati dalle prime automobili: non c’è più alcuna libertà, è la legge a prevalere. 
Insomma… “c’era una volta il West”. 
Io e il Lonzo siamo stati dei grandi fuorilegge, non c’è che dire. Spietati e fuori di testa. Anomalie della società, due bug del sistema. 
Ma due come noi non sono fatti per durare nel tempo, no… siamo scintille, fuochi d’artificio, cadiamo con la stessa velocità in cui raggiungiamo le stelle. 
Ho passato gli ultimi due anni della mia vita sempre insieme a questo schizzato. E insieme abbiamo ridefinito il concetto di immoralità. 
È doloroso rendersi conto che l’unica persona che ti era rimasta al mondo, sta svanendo davanti a te. Eppure… eppure non mi affatico più di tanto per salvarlo. 
Magari, ho sempre desiderato che il commendatore facesse questa fine. Lo incolpavo per avermi fatto diventare il mostro che sono adesso… ma quando non ci sarà più, non avrò più nessuno da incolpare. 
Dopo la morte di Roxanne, mi convinsi che non potevo più tornare da mia madre… per colpa dei miei occhi. Non potevo permettere che li vedesse. 
Così andai a vivere dal Lonzo, in quella fatiscente proprietà dei suoi vecchi. Vivevamo in maniera indecente, come dei clochard, anche se lui aveva ancora un bel po’ di soldi. 
Ma la nostra era una scelta, d’altronde non avevamo più niente… ci avevano portato via tutto. Credo che – almeno inizialmente – il nostro fosse davvero un atto di ribellione. Portavamo via qualcosa agli altri, per ripicca, oserei dire per vendetta. 
Ma poi… poi la cosa è degenerata. Alcol, l’abuso di droghe pesanti, la depravazione… ci siamo autodistrutti. Ed io che vedevo nella legge il nostro peggior nemico… no, noi dovevamo difenderci da noi stessi. Sarebbe potuta finire diversamente, per entrambi. 
Mi alzo, e indietreggio. Il mio socio è ancora vivo, potrei salvarlo… ma per quale motivo? Non è più un essere umano, è una caricatura di se stesso. E… mi duole dirlo, ma un peso per me. 
Esco dal cesso, e chiudo a chiave la porta. Gli fotto le chiavi dell’auto, il portafogli, lo zippo e quanto rimane della coca. Mi dileguo dalla stanza d’hotel, ma prima sputo sopra la porta, in prossimità del numero,  e strofino via la scritta indecente. Ho le dita sporche di saliva e inchiostro, ma ora su quella cazzo di porta, si legge soltanto “36”. 
2.0 Lucy in the Sky with Diamonds
Scendo di corsa le scale, e raggiungo il piano terra. Mi aggiro furtivamente verso l’uscita, intento a non farmi vedere da nessuno: ora questo posto del cazzo è pieno di gente! Passo davanti la reception, e noto che non vi è Lucy… ma un uomo baffuto, con gli occhiali e i riccioli scuri. 
Mi sento gli occhi addosso, il cuore batte forte… mi metto a correre ed esco dall’hotel. 
«Ehi! Dove corri?!» Mi urla contro una voce di donna, facendomi sobbalzare. 
È Lucy… ma allora non sono pazzo! È vestita casual, e fuma una sigaretta. 
«Devo… ho alcuni importanti servizi da fare». Che idiota che sono! Questa chissà ora che cazzo si mette in testa…
«E il tuo amico?»
Devo calmarmi, devo riprendere il controllo…
«Dorme quel bastardo. Se lo si sveglia va su tutte le furie».
«Sei riuscito a procurarti un po’ di ghiaccio poi?» Mi chiede, facendomi gli occhi dolci. 
«Si, il bernoccolo sta già sgonfiandosi. Non lo conosci, ma è un osso duro il Lonzo!»
«”Lonzo”?» Mi scoppia a ridere in faccia. 
«Ehm… si, gli hanno dato un soprannome alquanto strambo!»
«E qual è il suo vero nome?»
«Sinceramente… non lo ricordo!»
Ridiamo entrambi, c’è sintonia tra noi. 
«Vorrei tanto conoscerlo! Sembra un tipo interessante!» Borbotta, mentre fruga nelle tasche del suo giubbotto di pelle rosso. 
Il suo telefono squilla, ha come suoneria “Lucy in the Sky with Diamonds”, dei Beatles. 
Risponde al cellulare, e si allontana. Io non so che fare, se andarmene o aspettarla. Poi mi ricordo che c’è il Lonzo mezzo morto nella mia stanza d’hotel, e vado per tornare alla macchina. 
«Aspetta!» Urla lei. Ma che cazzo vuole ancora…
Mi raggiunge, correndo come una maratoneta. Che vi avevo detto io? La cocaina attira la figa come il miele attira le api. Ma ora che ci penso, non sono sicuro che il miele attiri le api… cioè cazzo, sono loro a farlo!
«Che c’è?» Le chiedo infastidito. 
«Ma… quella “cosa”, non si fa più? No, perché il mio turno sarebbe finito, sono libera adesso…»
Senza nemmeno darmi il tempo di risponderle, mi si avvicina ulteriormente, e tende le mani verso le mie lenti. 
Io indietreggio spaventato. 
«È da quando sei arrivato che indossi questi occhiali da sole, ti stanno lasciando il segno sul volto! Toglili via!»
«Io non… non è una buona idea. I miei occhi…»
«Cosa? Sono deformi? Hai un occhio di vetro come il vecchio del bar? Su… fatti guardare negli occhi…»
Sfila via le mie lenti vintage dal tono steampunk, e io tremo come un ragazzino che si trova per la prima volta davanti a una pulsante vulva immacolata. 
Lucy mi fissa, si è resa conto del mostro che sono… come si dice… “gli occhi non mentono mai”. 
«Mmh… hai dei normalissimi occhi color nocciola. A dire il vero, non sono per niente particolari o memorabili… mi aspettavo chissà cosa…»
Apro e chiudo gli occhi, assaporando l’aria che me li rinfresca. Inizio a piangere, e a singhiozzare. 
«E ora che ti prende?» Mi dice stranita. 
«Lucy, promettimi che non ti farai mai più sedurre da un uomo come me… che ti si presenta davanti e ti offre della cocaina. Il mondo è pieno di spietati bastardi». Le dico, mentre mi premo con le dita sopra le palpebre. 
Vorrei abbracciarla, ma le do le spalle e vado via. Mi urla contro che ho dimenticato le mie lenti, io faccio finta di niente, e accelero il passo. 
Mi avvicino all’auto: quel catorcio non mi porterà lontano. Sfilo via una sigaretta dal mio pacchetto, e me la infilo in bocca, vado per accenderla con lo zippo del mio ex socio, e…  cazzo… c’è qualcuno in macchina! 
Non è possibile… 
Il Lonzo abbassa il finestrino della porsche, e sbraita: 
«Allora, ANDIAMO O NO A QUELLA FESTA?»
Ha i dreads, la stessa giacca di pelle che aveva Lucy poco prima, mi sorride mostrandomi dei mostruosi denti aguzzi… e i suoi occhi… i suoi occhi sono sferici, e gialli. Non sembra avere alcun segno sul volto, provocato dal mio pestaggio. 
Nello stereo dell’auto, risuona “Somebody to Love”, dei Jefferson Airplane. 
L’uomo alla guida inizia a cantare a squarciagola:
«Don’t tchu uon somebody ttu looooovve, don’t tchu niii somebody ttu loooooovve».
Spalanco la bocca, lasciando cadere la sigaretta a terra. Sono come impietrito, con l’accendino ancora acceso che mi brucia la mano. 
«Ladroooo! Ladro e impotenteeee! QUELLO È IL MIO ZIPPO!»

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