La casa di Giobbe

La casa di Giobbe - Davide MorresiLa casa di Giobbe

di Davide Morresi

 

Il lunedì era giorno di riposo. Ne aveva bisogno per pulizie e manutenzioni. Le oltre duecento teche non si sgrassavano mica da sole e la limpidezza del vetro, rovinata dalle tante visite settimanali, nonostante le indicazioni diffusamente appese di non toccarle, era necessaria per mantenere il loro fascino. Non soddisfatto dell’opera dell’addetta alle pulizie, ogni lunedì Giobbe le ripassava una ad una con il suo panno speciale imbevuto di liquido magico che lui stesso produceva nel laboratorio privato. Si trattava di un misto di acqua, alcool, bicarbonato e plasma umano, in dosi che solo lui sapeva.
L’insegna indicava “Giobbe’s Museum”, ma tutti conoscevano quel luogo come La casa di Giobbe. Segnalato in nessun itinerario – Giobbe si era adoperato personalmente per eliminare ogni traccia da qualsiasi opuscolo, blog, sito – era comunque conosciuto da ogni persona della riviera romagnola, anche la più isolata, per i suoi percorsi esperienziali, consigliati costantemente ai forestieri: una volta nella vita vanno provati, rimarrete senza parole. Soprattutto in estate, in particolare nelle giornate nuvolose o di pioggia, quando i turisti erano soliti chiedere cosa fare al posto di starsene a palle all’aria sui lettini in spiaggia. Nessuno però immaginava che, oltre ai percorsi esperienziali, che molti confondevano con l’oramai superata realtà virtuale, esisteva dell’altro. 

Il vento era lieve ma pungente. Il freddo entrava dalle maniche per diffondersi su tutto il corpo. Le strade deserte, nascoste e incerte. 
Arrivò senza bisogno di seguire le indicazioni ricevute dal Messaggero. Il tragitto da Rimini a lì, luogo sperduto in mezzo agli appennini, era perlopiù fatto di percorsi di campagna dall’asfalto disfatto, stretti e senza segnaletica, vie scoscese che si abbarbicavano in salita, stradine di ghiaia e terra battuta, sentieri visibili solo per merito delle rotaie tracciate sull’erba dai visitatori del fine settimana, che già il lunedì si chiudevano vinti dalla crescita della vegetazione, quasi visibile a occhio nudo. 
Anche senza indicazioni, senza navigatore, senza cartelli stradali, senza frecce a indicare la via, sapeva ben prima di ogni incrocio, anche prima di superare la curva che lo nascondeva, dove avrebbe dovuto girare. Le bastò seguire il suo istinto. Era come se avesse percorso quel tragitto milioni di volte.
Avvolto da una densa nebbia, un parallelepipedo di cemento tinteggiato di rosso mattone, con un’unica sporgenza con tettoia che percorreva perfettamente il semicerchio di tre gradini in marmo bianco che sancivano l’ingresso al museo, senza alcuna finestra, si ergeva di fronte a lei. 

Aveva il panno in una mano e il flacone di detergente nell’altra, quando sentì: «È permesso? C’è nessuno?». Una voce di donna, giovane, quasi adolescenziale, proveniva dall’ingresso. Doveva aver lasciato il portone aperto.
Giobbe oltrepassò la tenda di velluto rosso borgogna che decretava l’inizio del viaggio per i visitatori. Nell’atrio ovale dell’ingresso, precisamente al centro, come una partecipante a un talent show in attesa di iniziare la sua performance, c’era una ragazza, di vent’anni al massimo, capelli corti viola e occhi neri come un pipistrello, piccola e minuta da sembrare una bambolina. 
«È chiuso», sbottò Giobbe.
«Lo so», ribatté la ragazza. «Io sono qui per l’Esperienza.»
«I percorsi esperienziali sono praticabili solo durante l’apertura e su prenotazione.»
«Non sono qui per i percorsi esperienziali, sono qui per l’Esperienza.» Il tono era fermo e perentorio. I suoi occhi fissi su di lui che solo ora sollevò lo sguardo e la fissò dritto nelle pupille. Anche se l’atrio era in penombra, con le luci spente tranne un unico faretto in un angolo, le sue pupille erano piccolissime e lucenti.
Giobbe tentennò. Quel brillio aveva qualcosa di familiare. Gli sembrava impossibile che una ragazza così giovane fosse a conoscenza dell’Esperienza e volesse praticarla. Decise di non fidarsi.
«Signorina, è un po’ troppo giovane per prendersi gioco di me. Ripeto: oggi il Museo è chiuso. Torni un altro giorno. Telefoni domani per prenotare il suo percorso. Ora, se non le dispiace, ho da fare», sancì, aprendo la porta di uscita, indicando così alla ragazza cosa avrebbe dovuto fare.
«Mi chiamo Sarah. Mi manda Storm.»

Giobbe la condusse attraverso una sala molto grande. Le pareti erano dipinte di rosso, il soffitto di nero e il pavimento ricoperto di linoleum, anche questo nero. Nella stanza erano posizionati a reticolo numerosi piedistalli, sui quali grandi barattoli di vetro come quelli delle conserve si mostravano orgogliosi. Nelle pareti erano incastonate grosse vetrine, come tanti acquari a muro. A terra, frecce adesive rosse indicavano il percorso consigliato. 
I barattoli della conserva contenevano feti di neonati. Tutti menomati. Uno aveva due teste, un altro era senza gambe e con un braccio piccolissimo che sembrava un uncino, un altro aveva un bubbone grosso quanto tutto il viso al posto del suo occhio destro. 
Le vetrine accoglievano parti di corpi adulti, deformati anche questi. Una mano con tre dita, un piede che sembrava una pinna, un polpaccio pieno di buchi e bolle, una mandibola storta e senza denti, un pene che sembrava una melanzana, nero e gonfio. Tutti i contenitori erano riempiti con un liquido denso e azzurrognolo, dentro il quale le parti umane e i feti e i neonati sembravano essere ancora in vita. 
Mentre attraversavano la stanza, Sarah guardò Giobbe, impaurita e nauseata. «Mah… cosa…?» La voce le morì in gola.
«Si tratta di feti mai nati e di neonati morti appena nati. Niente di violento e niente di illegale. Provengono da Cernobyl. Quasi tutti. Pochissimi da parti sperdute dell’Asia: Cina, Filippine, India. Ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni, nascono centinaia di creature così. Un vecchio amico li recupera, li mantiene integri e me li invia dopo aver sistemato le giuste pratiche amministrative.» Il tono della sua voce si abbassò leggermente, le labbra si strinsero e i suoi occhi rimasero chiusi per un attimo. Il tutto sarebbe stato impercettibile per chiunque, ma non lo fu per Sarah. «Gli inietta una miscela di plastica e alcool», riprese, «una specie di imbalsamazione umana, e organizza la consegna. A volte me li porta lui personalmente. Questa sala è di insegnamento per il futuro, affinché non dimentichiamo. E mi porta un sacco di gente che paga il biglietto.» 
La seconda sala era simile alla prima, delle stesse dimensioni e degli stessi colori, ma non esibiva nessuna teca. Niente barattoli o vetrine per la sala numero due. I piedistalli e le mensole sorreggevano parti umane e corpi interi, svuotati in alcuni punti, lavorati a dovere, spellati dell’epidermide, con i tessuti o organi interni ben visibili. 
«Sono statue?», chiese Sarah.
«Sì. In un certo senso. Sono corpi umani, o parti di essi. Si tratta di persone indigenti che hanno donato i loro corpi alla scienza, allo studio, al progresso.»
Sarah pensò di chiedere se quei corpi fossero stati donati da persone morte. O vive. Decise da sola che si trattava sicuramente di persone già morte che avevano firmato qualche scartoffia in vita, come fanno i donatori di organi. In fondo è come donare gli organi per i trapianti. 
«Mi occupo io stesso di reperirli nell’Università di Medicina. Uso una miscela simile a quella per i feti. Bisogna fare molta attenzione, perché se le dosi non sono precise al millesimo di millilitro, si rischia che la pelle resti attaccata o venga via solo a strappi. I tessuti non sarebbero ben visibili, tutto il processo si invaliderebbe e quel pezzo di corpo diventerebbe inutile.» Giobbe si passò una mano sulla fronte ad asciugarsi una goccia di sudore, in un gesto che sottolineava l’importanza di quella fase della lavorazione, prima di continuare: «Vedi quell’uomo?» L’uomo, totalmente privo di pelle, era nella posizione di un lanciatore di giavellotto nel preciso momento del lancio. «È impresso nell’attimo di uno sforzo. Per tendere i muscoli uso una macchina di mia invenzione: procura uno stimolo elettrico in punti specifici dei muscoli per tenderli come se fossero all’opera.» 
In un piedistallo c’erano due polmoni, uno rosso vivo e l’altro grigio scuro. Le targa esplicava gli effetti del fumo. 
Una faccia era completamente priva della pelle e aveva i tessuti integri: si potevano nettamente distinguere i muscoli facciali, le fibre, i denti e, tramite un’apposita cavità dell’occhio destro, il nervo ottico.
«Un elettrostimolatore.» azzardò Sarah.
Giobbe abbozzò un sorriso. «Più o meno. Ma per morti.» 
Giobbe rise sommessamente. La sua soddisfazione era palpabile. Sarah vacillava tra l’essere positivamente stupita e schifosamente irritata.
Attraversarono la sala fino all’angolo in fondo, dove Giobbe digitò la data di nascita di Sarah su un touch screen incastonato sul muro. La parete si aprì scorrendo e offrì loro un lungo corridoio metallico, illuminato da luci al neon, sulle cui pareti c’erano varie porte prive di maniglia, ognuna con una targa. 
«Andiamo», le disse Giobbe entrando. Sarah tentennò sull’orlo. Giobbe si fermò due passi avanti, nel corridoio, e si voltò a guardarla cercando le parole per tranquillizzarla. 
Sarah lo anticipò: «Arrivo». Superò il limite tra la sala e il corridoio con un piccolo salto, come una bambina che scende da un marciapiede. Si riempì i polmoni di aria e la espirò lentamente. «Ok, ci sono. Andiamo», sussurrò.
Il mondo degli abissi, il futuro dei serpenti, sex in the water, swimming blood, kill ‘em all… erano le scritte su alcune delle targhe.
Mentre percorrevano a passi decisi il corridoio, lui le spiegò: «Queste sono i percorsi esperienziali. Apri la porta, entri e ti immergi in un mondo che puoi trovare solo qui. Ci sono vari temi ed è l’attrazione principale per cui molti spendono un sacco di soldi. Puoi uccidere qualcuno, nuotare di fianco ad una balena, trovarti nel futuro tra gli alieni, scopare chi vuoi tu, e tutto sembra vero. Anzi, è vero. Si tratta di un’altra dimensione nella quale entri ed esci. La gente pensa si trattai di realtà virtuale evoluta. A me va bene così. Ma questa tecnologia ci servirà molto per il nostro progetto.»
Sarah conosceva bene i percorsi esperienziali. Il Messaggero era stato molto preciso nelle sue istruzioni e più di una volta l’aveva introdotta nel simulatore che aveva in dotazione. Il suo interesse era per altro. «E l’Esperienza?», sollecitò.
Giobbe indicò il corridoio. «Da questa parte.» Poi continuò: «Tuo padre era certo che un giorno avresti capito. Non sono andato io solo perché non ho figli e nessuno avrebbe potuto usare la mia Esperienza a fondo. Con le cavie non ha funzionato. Solo con lo stesso sangue l’Esperienza è piena. Io avrei voluto qualcun altro al suo posto, ma non c’è stata maniera di convincerlo.»
«Lo so.»
«È quello che ci manca. Portare l’Esperienza a tutti. Senza limitazioni di discendenza consanguinea.»
Sarah sospirò. Si sentiva piccola di fronte a una tale impresa. Le mani presero a tremargli e sentiva un bolo di saliva che non riusciva a deglutire. 
Giobbe tentò di motivarla: «Ne uscirai viva, di certo. E anche sana di mente. Non come le cavie. Come lo hai saputo?» Non era per nulla soddisfatto del suo tentativo. Poteva far di meglio. 
Sarah deglutì e disse: «Ho letto la sua lettera. Il Messaggero me l’ha consegnata quando ho compiuto sei anni. L’ho riletta ogni anno, il giorno del mio compleanno. Ne avrei fatto a meno, ma il Messaggero mi obbligava a farlo. Ogni anno capivo qualcosa in più. È una storia assurda e ho sempre nutrito dubbi sulla sua verità. Ho pensato spesso che Storm fosse un pazzo. Magari lo era davvero. Poi però ieri, al compimento dei miei diciotto anni, mi sono decisa.»
«Sei convinta?» la interrogò Giobbe. Era chiaro che sperava con tutto se stesso in una risposta affermativa.
Sarah allargò gli occhi, strinse i pugni e prese fiato. «No, per quanto ne so potrei essere io la pazza. Ma sono qui. Proseguiamo», rispose.
«Tutto come Storm aveva previsto. Lui non volle divulgare la sua scoperta. Era convinto che sua figlia avrebbe saputo cosa fare dell’Esperienza. Ora che sei qui, non so cosa pensare. Ma sono certo che sai già tutto.»
«Sì, credo. So tutto ciò che era nella lettera e che mi ha raccontato il Messaggero. Che posso rivivere totalmente le sensazioni, fisiche e emotive, vissute da Storm. Almeno quelle che ha deciso di inserire nell’Esperienza. E che solo una persona con il suo stesso sangue può entrare davvero e uscirne senza conseguenze.»
«Bene. Ti dico solamente che io sarò sempre qui. Ti sembrerà di vivere una vita intera. L’Esperienza comprende quasi tutti i più importanti momenti della vita di Storm da quando l’ebbe inventata. Vivrai una vita intera come se fosse la tua e sarà esattamente la vita di tuo padre. Ma qui saranno trascorse appena qualche decina di secondi. Una volta avviata non potrai tornare indietro fino alla sua – e tua – morte. Fai molta attenzione: il tuo corpo non subirà danni fisici, ma la tua mente vivrà esattamente quello che ha vissuto tuo padre e sentirai le stesse identiche sensazioni. Devi essere molto forte.
«Le cavie non ce l’hanno fatta, quando sono tornate erano fuori di senno e parlavano in modo incomprensibile. Sbavavano, tremavano, gli occhi spalancati sul nulla e le labbra serrate. Ma erano cavie e il loro sangue non era quello di Storm.
«Tuo padre era convinto che tu ci saresti riuscita. Devi scoprire chi è stato ad ucciderlo. Da quando è stato assassinato, la ricerca sull’Esperienza si è bloccata. Quando tornerai decideremo insieme cosa fare e sarai tu a prendere in mano il destino dell’Esperienza. Hai domande?»
«No.»
«Sei pronta?»
«No. Ma andiamo.»
Arrivarono alla fine del corridoio, di fronte ad una grande porta scorrevole. Un piccolo schermo ad altezza viso emetteva un leggero sibilo. Giobbe le prese il viso tra le mani. Con il suo naso a pochi centimetri da quello di Sarah, le sussurrò: «Storm ha dato la sua vita per l’Esperienza. Senza di lui non sarebbe esistita e tu ora non saresti qui. Solo continuando il suo operato potremo salvare il mondo. Apriremo l’Esperienza a tutti, la condivisione reciproca delle emozioni dovrà essere di uso comune e non solo tra consanguinei. L’integrazione tra l’Esperienza e i Percorsi Esperienziali ci permetterà di diffondere questa tecnologia rivoluzionaria in tutto il mondo. Era quello che tuo padre voleva: che il ladro viva l’esperienza del derubato, che l’assassino viva il dolore della vittima, che il povero viva le emozioni del ricco. E viceversa. Quando chiunque vivrà le vere e piene emozioni di chi ha di fronte, non ci saranno più lotte e guerre di nessun tipo. Quando tutti potranno provare le emozioni legate a ciò che non possono fare, nessuno commetterà più reati per avere ciò che non ha. Non ci saranno più furti, omicidi, truffe, odi e rancori. Potremo amare chi vogliamo e vivere qualsiasi esperienza senza dover per forza agire.»
La ragazza annuì col capo. 
«Ce la farai», la incitò.
«Lo spero», disse Sarah. «Ho paura.»
«Lo so. Ma solo tu puoi proseguire il lavoro di Storm. Abbiamo bisogno di te. Il mondo ha bisogno di te.» 
Sara annuì ancora. I suoi occhi erano lucidi.
«Io sarò qui ad attenderti al tuo ritorno. Insieme riusciremo a portare l’Esperienza all’Universo intero. Niente più guerre, niente più massacri, niente più ingiustizie. Nessuno vorrà vivere la sofferenza, il dolore, la depressione. Nessuno agirà per provocarli ad altri. Tutti potremo stare bene quando vorremo.»
Sarah continuava ad annuire. «Andiamo.»
Giobbe le prese la mano, la tirò per il pollice e appoggiò il suo polpastrello sul touch screen nella parete. La luce nel corridoio si intensificò e la porta si aprì lentamente lasciando uscire una luce soffusa verdastra. I due entrarono fianco a fianco. Il bagliore verde li inglobò e la porta si richiuse allo loro spalle.
Finalmente, pensò Giobbe. Il mondo ha bisogno di Sarah. Finalmente l’opera verrà completata. Realizzeremo il mondo perfetto. Realizzeremo il Nuovo Mondo.

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