Il cònsolo

Il cònsolo - Carmelo ModicaIl cònsolo

di Carmelo Modica

 

L’orologio a pendolo faceva sgocciolare il tempo in un immoto silenzio. Solo i lenti respiri della stanza riuscivano a scuoterlo. Ogni tanto rompeva l’aria una vibrante soffiata come il tocco di un marranzano ma era solo un  sospiro che si perdeva lontano lungo un pensiero fantasma. Solenne e maestosa la morte aveva sequestrato anche la memoria.
Girolama Incardone si era spenta una mattina di ottobre. Le visite si avvicendavano una dietro l’altra e ognuna annunciata dal sibilo della porta che solo in queste occasioni rimane socchiusa. Trisina, più giovane di un anno rispetto alla sorella defunta, si chiedeva che senso avesse ancora il cònsolo: questo andare e venire di gente che  lasciava una busta con il cibo originariamente destinato a quanti presenziassero alla veglia che sarebbe dovuta durare tre giorni secondo la tradizione. In città non lo faceva più nessuno; possibile che a Palmisano dovesse sopravvivere proprio tutto? Non si poteva certo negare che ne aveva fatti passi da gigante quella briciola di paese: per quanto si portasse da mangiare al consolo, la gente non si tratteneva più a lungo come una volta. 
Su un tavolo coperto di un drappo di seta nera di fronte al catafalco si assiepavano pasta, pane, frutta, zucchero. Lidduzza Incardone, la minore di tutte, preferiva pensare che tutto quel ben di Dio componesse una specie di presepe che celebrava un’altra vita.
Le persiane erano chiuse, invisibili dietro le gramaglie del lutto fissate sulla cornice della finestra, e tuttavia l’abbaiare di un cane oltrepassò i muri e ferì come una scossa. Le sorelle Incardone si guardarono entrambe  come a cercarsi negli occhi un senso o una ragione, qualcosa comunque che lo potesse giustificare. Era stato un verso che non avrebbe dovuto destare nessuna preoccupazione e non lo si poteva certo dire colpevole di impertinenza nei confronti del dolore. Era stato, anzi, un abbaio giocoso che avrebbe dovuto generare tenerezza. Qualcuno ne approfittò per riprendere padronanza del proprio sguardo e stirare le labbra in un moto di rassegnazione.
Le sorelle Incardone si erano di nuovo cercate con gli occhi, la bocca serrata in una smorfia che impediva loro di  parlare, come incollata da un segreto piuttosto che dal liquido senso di smarrimento imposto dalla perdita. Con  occhi di gufo si misero a osservare gli altri, come a indagare chi  fosse stato disturbato dal verso dell’animale. Durò qualche minuto quello spiare, poi finalmente ne furono distratte.
“Come fu? Come fu?” Era arrivata prima la voce in una eco lontana poi Santina Prestigiacomo era fiondata dentro, tutta trafelata, come mossa da una folata di vento. Abbandonò sul tavolo un cellofan che conteneva dei biscotti. L’equilibrio precario rischiava di far cadere anche gli altri pacchi. Si aggiustò lo scialle fatto a uncinetto e ripeté a Trisina più soffusamente: “Come fu?” 
Trisina la guardò di storto, alla stregua di una madre che lancia uno sguardo severo al figlio che ha appena compiuto una marachella in casa altrui. Fu un lungo istante che si riempì delle improvvise lacrime di Lidduzza Incardone.
“Una caduta fu”  – il verbo alla fine della frase suonò come un avvertimento piuttosto che il risultato di un tipico uso del dialetto; un candore sorprendente l’accompagnò.
“E come cadde?” –  insisté  ancora Donna Santina tutta avvolta allo scialle e continuava a stringerselo addosso per trovarne un conforto.
Lidduzza sciorinò un’altra sequela di lamentele agitandosi tutta, il sangue le era montato in testa, gli occhi due fessure dalle quali scorreva una nutrita scia di lacrime.
“Basta , Lidduzza. Calmati!” – Donna Santina fece per abbracciarla ma Lidduzza si sciolse sul suo petto prima ancora che l’amica allargasse le braccia per accoglierla. E così anche Donna Santina si abbandonò al pianto, singhiozzando insieme alla più giovane delle Incardone e dandosi bracciate intorno alle spalle dell’una e dell’altra.
Trisina sbirciò entrambe e fece una smorfia. Spiò la marescialla, come tutti chiamavano Rosalia Cicero, col timore che in lei si accendesse anche stavolta il fuoco della curiosità. Trisina sapeva che prima o poi si sarebbe data da fare. La marescialla ricambiò lo sguardo della padrona di casa  che per un attimo sembrò leggere il suo pensiero:
Troppo contegnosa è
Trisina cercò, quindi, di ammorbidirsi un po’ anche se era più che agitata. La notte non aveva dormito per inventarsi qualcosa e riuscire a  nascondere la ragione della morte di Mimma.
Morire in quel modo…; Gesù, che vergogna!
Donna Santina continuava a fare no con la testa e stringeva al petto Lidduzza , tremolante come un biancomangiare appena servito e, abbarbicata  com’era al collo dell’amica, per riflesso anche questa finì per seguire il ritmo dei singhiozzi di Lidduzza. Rosalia sfidò l’occhiata di Trisina perché Santina Prestigiacomo non aveva ancora avuto risposta.
“Caduta? E come?”
Fuori il cane abbaiò di nuovo. 

* * *

La marescialla, ovvero Rosalia Cicero, moglie del dottor Passalacqua, noto in tutto il paese per le sue reticenze a prescrivere medicine preferendo le alternative di antichi rimedi che si perdevano nella storia, trasalì all’abbaiare del cane. Le urla divertite di un bambino la tranquillizzarono. Attraversò la stanza e sbirciò fuori scostando appena il drappo a mo’ di tenda: in cortile il figlio della ’ngrasciata si era messo di nuovo a giocare col randagio che bazzicava nel cortile . 
Anche  lei, la marescialla, era venuta come tutti gli altri ad esprimere solidarietà alle sorelle Incardone, a fare loro le condoglianze e a presenziare al consolo. Chi la conosceva –anche solo per sentito dire – sapeva che in realtà era la sua petulanza che la portava a farsi coinvolgere negli eventi più importanti del paese. Una volta in chiesa durante la funzione del matrimonio di sua cugina Letizia si era alzata quando il sacerdote era arrivato alla formula “parli adesso o taccia per sempre”. Tutti l’avevano guardata. Lei aveva fatto ‘nz’, e accompagnò il risucchio della lingua dai denti con un cenno del capo e gli occhi chiusi. Non aveva detto niente ma aveva rovinato un matrimonio perché da allora tutti cominciarono a chiedersi  cosa sapeva la marescialla; era forse  qualcosa di troppo grave per arrivare al punto di non averlo detto? E se la marescialla non rivelava niente voleva dire che cosa grossa era… Gli sposi, in seguito, avevano contribuito per la maggiore alla rovina del proprio matrimonio perché un qualche sospetto aveva preso a roderli entrambi in una lenta epidemia della testa.  
La marescialla non intratteneva nessuna relazione con le Incardone, né tanto meno con la morta. Ma sapeva che meritavano attenzione, non fosse altro perché tutte e tre erano ancora zitelle e Rosalia si chiedeva  come mai considerando che non erano brutte. Forse un po’ sbiadite, ma non brutte. 
Tornò a sedersi proprio di fronte alla finestra. Al centro la bara faceva bella mostra dei suoi decori barocchi, delle volute vertiginose che ne delimitavano gli angoli, lucidi come se trasudassero una condensa misteriosa  e tristi come un inverno grigio in cui ululasse un vento proveniente  dall’altra parte del mondo. Mimma Incardone giaceva ieratica con un rosario di onice ravvoltolato tra le mani giunte, marmoree. Il suo vestito era di fattura semplice ma non povero, nero e opaco. La faccia tumefatta, chiazzata dalle ecchimosi. Un’acconciatura apparentemente fatta senza cura, quasi approntata di fretta. Solo Trisina  sapeva quanto c’era voluto a farla a bella posta per nascondere le zone senza capelli dove la pelle si era tutta stracciata.
Rosalia guardò Trisina.
Trisina guardò Rosalia. L’una con la faccia livida, da film western ; l’altra perfettamente a suo agio in trono sul proprio fiero piedistallo.
Il cane abbaiò di nuovo; stavolta si era allontanato. Lidduzza raddoppiò i singhiozzi e Donna Santina si fece ancora più piccola attorno alle spalle della Incardone.

* * *

Ora, tutto stava a salvare le apparenze.
Rosalia era troppo curiosa, lo sapevano tutti e la sua guardata non piaceva a Trisina. Lidduzza non era in grado di reggere e se Rosalia solo le rivolgeva la parola probabilmente Lidduzza avrebbe ceduto sebbene fosse stata istruita. Ora che Mimma è morta Trisina doveva prendere le redini della situazione. Si alzò, le spalle come un mobile antico, la testa in mille pezzi sparsi tra il rimpianto e l’ansia, la faccia di gesso. Cercò di staccare Lidduzza dal petto di Santina che era tutto bagnato di lacrime, anche lo scialle ne era intriso.
“Gio’ , tu stai male. Vai in camera tua.”
“Era sua sorella, è normale che faccia così” osservò Rosalia.
“Ha capito, ha capito!” urlò Lidduzza agitandosi e sbracciandosi in direzione di Rosalia.
“Non c’è niente da capire. Stai calma, sei fuori di te.”
C’è da dire che qualunque cosa dicesse Rosalia era caricata di sfumature che possibilmente non  era sua  intenzione dare ; gli altri, però, vi sottintendevano un fine più subdolo. Spesso in verità era così. Non sempre. Non questa volta.
Rosalia se lo sentì addosso il ghigno di sfida lanciatole da Trisina. Ora bisognava essere cauti, e non dire nulla; lo sguardo della Incardone le dava conferma che c’era qualcosa da sapere. Era certa che sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe saputo.
“Santina, io accompagno Lidduzza in camera sua. Tu gentilmente fai gli onori di casa fino a quando non arrivo”.
Scomparvero lungo il corridoio, come due ombre della notte, nell’oscurità che non apparteneva solo al lutto, nel silenzio di echi già sepolti nella casa.

* * *

La storia doveva essere questa: la mattina prima Girolama Incardone si era alzata prestissimo per andare  a lavorare a servizio. Come ogni giorno aveva preparato la colazione alle sorelle ingobbita dentro il plaid di lana che usava anche come vestaglia. Poi, reclusa di nuovo nella sua stanza, recitò le sue preghiere. Raggiunse le sorelle in cucina. Bevve come al solito un solo caffè, amaro perché – diceva – la svegliava di più. Poi si chiuse in bagno a prepararsi. Anche stavolta non impiegò più di venti minuti.
Prese la corriera in Piazza Municipio. Viaggiò i suoi soliti 40 minuti fino in città leggendo le riviste che le dava la signora, sempre con un sorriso beato e  avida del silenzio di villa Moncada dove echeggiava anche solo il respiro.
Poi aveva fatto la spesa al mercato di via Cavour. Si era intrattenuta come di consueto con il fruttivendolo. Pochi minuti in verità; anche questa volta si era posta lo scrupolo che non poteva esagerare, che la signora Moncada le stava col fiato addosso e controllava se mancava più del dovuto, perché lei, Mimma, avrebbe voluto soffermarsi ancora con Lucino e mentre sceglieva la frutta per il marito della signora lo guardava di sottecchi e indugiava sui baffi imbruniti dalla nicotina, e intuiva come lui la scrutava sulle mani, sul collo, sul seno come a cercare un qualche segreto o semplicemente per accarezzarla con gli occhi con l’impeto trattenuto da un doveroso e signorile pudore.
Era tornata a Villa Moncada con il cuore in sussulto, un moto dell’animo che la illanguidiva e che la faceva sospirare e che si portava a casa quando raccontava alle sorelle che oggi Lucino l’aveva guardata di più e che era troppo timido. Però, era contenta e questo le bastava. E Lidduzza che le diceva che non poteva farselo bastare, che aveva una certa età e che doveva maritarsi e che di questo passo sarebbe arrivata ai quarant’anni senza averla mai ‘assaggiata’. Allora Trisina mostrava alla sorella minore il giallino dei suoi canini: non si era mai detto che una Incardone usasse quel linguaggio.
Sì, le cose erano andate proprio in questa maniera… Trisina se ne faceva  sempre più convinta. 
Di pomeriggio si era avviata giù in fondo al viale a prendere la corriera di ritorno. Per fortuna che il tratto di strada era breve: il pavé le rendeva la camminata difficile e quelle buche ogni tanto le facevano perdere l’equilibrio. A volte poi era carica di sacchi (o la spesa che portava in paese per sé e le sorelle o i giornali che le dava la signora Moncada). Spesso a casa si lamentava che le dolevano i piedi ma non per la stanchezza (Mimma non era mai stanca) ma per la scomodità del pavé stradale, un mosaico di dossi e dunette sul quale si inciampava anche senza tacchi.
Sì, era andata proprio così…
Forse se la strada fosse stata asfaltata poteva riuscire a scappare, magari infilandosi da qualche parte o chiedendo aiuto. No, invece quello col motorino… anzi, erano in due, sì due è meglio, proprio così… quei tipi le avevano strappato la borsa e lei che vi si teneva aggrappata fino all’ultimo e loro che l’avevano trascinata per 100, 200 no 300 metri. Forse di più. Sì, era andata proprio così. Sì, ma com’è che i due ladri non erano caduti nel tafferuglio? Ci avrebbe pensato dopo… 
L’avevano trovata in un lenzuolo di sangue e di polvere, le calze ravvoltolate alle caviglie, il cappotto strappato, le mani che premevano sulla loro stessa pelle lacerata, avvolta in sé come la linguina di metallo di un cibo in scatola,  la faccia una maschera ammaccata. Qualcuno si era fermato ma non era riuscito a chiedere aiuto e poi era scappato… Disgraziati!
Sì, così poteva essere. Doveva essere così. Era andata proprio così. Nessuno doveva sapere la reale versione dei fatti. E Lidduzza doveva tenere la bocca chiusa.

* * *

Mentre Trisina accompagnava Lidduzza nella sua stanza, Santina ebbe la pensata di fare ordine al tavolo, di risistemare le gramaglie della stanza, di spostare i fiori, di staccare e riattaccare i cordini sperando di sfuggire agli occhi di Rosalia. Tornava al tavolo, si abbassava  a riprendere una busta e si piegavano insieme a lei gli occhi di Rosalia. E mentre si sentiva ribollire  tutta si spostò oltre il catafalco, dove c’era la persiana coperta dal drappo nero , fece per aprire uno spiraglio ma si sentiva sempre più nuda. Poi fulminea si girò. Zac! Uno scatto. La puntò dritta negli occhi – per un attimo ebbe l’impressione che un bagliore elettrico si fosse condensato quando aveva incrociato lo sguardo di Rosalia – e le urlò in faccia quasi sputandoglielo:
“Da me non saprai niente perché niente so”.
L’aria aspra di quell’agone divenne più frizzante come se stesse fermentando e perdesse vapori che erano di tensione, imbarazzo, rabbia. 
Rosalia alzò un sopracciglio come un’antennina che la faceva sempre più convinta che quella situazione era prodiga di certe notizuole. Era sempre stata del parere che c’era qualcosa da sapere. 
“Lo so” – rispose lapidaria Rosalia. Santina rabbrividì: il fatto che Rosalia fosse consapevole che Santina non sapeva nulla la inquietò più di quanto sarebbe accaduto se al contrario fosse a conoscenza di qualcosa. Cadde ancora il silenzio come un lenzuolo bagnato. Entrambe guardarono la morta. Santina si soffermò sulle volute di seta candida che sembrava ammorbidire il rigore del corpo di Mimma; Rosalia invece era sempre più persuasa che la morta avesse portato con sé un segreto terribile, forse qualcosa di cui vergognarsi, forse qualcosa che non le aveva dato tempo di vergognarsi. Per questo la guardava sul volto, nella testa per scoprire se quelle linee, quelle zone di chiaroscuro potessero rivelare qualcosa.
Il cane abbaiò di nuovo e Santina ne fu grata. 

* * *

Il corridoio di casa Incardone non era lungo e quindi i pensieri di Trisina non potevano essere contenuti lungo il suo passaggio tanto erano gravi e intensi.
Quel modo aveva sottratto alla morte la sua dignità! Si figurava ora come sarebbe stata la loro vita a inventare una nuova morte per Mimma. Non si poteva dire che Girolama Incardone era scivolata. Sì, scivolata sulla cacca di un cane . Quale pungente fastidio provava al solo pensiero che gli altri potessero dire “e meno male che pestare la merda porta fortuna!”
Mimma aveva sbattuto violentemente la testa trascinandosi lungo il pavé. L’avevano portata al reparto di neurochirurgia ma non c’era stato nulla da fare. Quando Trisina e Lidduzza erano corse all’ospedale era già sera. Un’emozione sospesa sulla corriera che le aveva portate in città. 
I vestiti di Mimma erano stati ammucchiati su una sedia di metallo vicino a un letto. Erano entrate nella stanza che una smorfia di disgusto le aveva accolte. Una vecchia sdentata aveva chiesto loro se potevano portare da un’altra parte quegli abiti zuppi  del cattivo odore. E là era cominciata la vergogna.
Morire per una merda di cane non raccolta!
Aveva organizzato tutto in città. Aveva chiesto poi al titolare delle pompe funebri se si poteva portare il corpo a casa. Almeno il cònsolo doveva essere rispettato. Quantomeno per non destare sospetti. Poi aveva parlato con le donne che avrebbero dovuto piangere e lamentarsi durante il funerale; era riuscita a mercanteggiare sul compenso e alla fine si era presa le mani a morsi perché se avesse insistito forse poteva pagare anche meno.
Erano quasi arrivati nella stanza di Lidduzza.
“Tu ora ti dai una calmata. Ti distendi. Appena ti senti meglio scendi, ti sistemi vicino al tavolo che da lì ti si vede appena  e tieni la lingua in mezzo ai denti e quando senti che stai per cedere , tiri un morso. Capito?”
“A te non ti dispiace che Mimma sia morta.” disse  Lidduzza.
“Ma che dici?”
“Ti infastidisce come è morta.”
Uno schiaffo risuonò nel corridoio ma non lo aveva udito nessuno. Lidduzza si girò : la porta della stanza era stata già chiusa dietro di lei.

* * *

Santina ringraziò il Signore lanciando gli occhi al cielo e stringendosi le mani in grembo quando sentì che qualcuno scostò la porta di ingresso.
“C’è permesso?”
 Era la ‘ngrasciata,  com’era intesa donna Sebastiana Marchese e il perché non è necessario spiegarlo.  
“Dov’è Trisina? E Lidduzza?” chiese preoccupata nel non vederle.
“Arrivano” rispose Rosalia con l’aria di chi aspetta notizie e non le padrone di casa.
La ‘ngrasciata posò anche lei il suo sacco del consolo:  conteneva latte e formaggio. 
A Santina echeggiarono in testa le ultime parole di  Rosalia : lo so… lo so. Suonavano come una minaccia; il che le incuteva timore perché intuiva che la marescialla si sarebbe messa  a indagare come un segugio. Dio ne scansi e liberi! Ne era certa perché lei stessa si chiedeva cosa volesse dire Lidduzza quando aveva urlato che Rosalia aveva capito tutto. 
Santina spiegò a Sebastiana che Lidduzza aveva avuto un mancamento ed era stato necessario accompagnarla nella sua stanza.     
Ora erano tutte e tre attorno al catafalco. Qualcuno se ne era già andato. Per un attimo forse anche Rosalia aveva pensato che c’è rimedio a tutto tranne che alla morte, forse anche lei si era lasciata condurre attraverso il silenzio verso riflessioni esistenziali. Intanto la ‘ngrasciata non faceva altro che ripetere sempre “che disgrazia!” in una litania soffusa e bisbigliata che  però tranquillizzava Santina dalla presenza inquietante di Rosalia Passalacqua.
L’aria era diventata pesante; arrivò Trisina che per un attimo si fermò sul ciglio della porta, un odore terribile l’allarmò e le procurò una paura che la fece sudare come se fosse bastato quello a far scoprire agli abitanti di Palmisano che Mimma Incardone era morta per una cacca di cane. Si rincuorò quando una parte della sua coscienza, sfuggita allo scampolo di panico, realizzò che  era solo l’esalazione della ‘ngrasciata; poi il suo orecchio teso ai rumori dell’esterno non avvertirono più il cane e questo le permise di riprendere il suo contegno di sempre. A Rosalia non sfuggì quell’attimo di trasecolamento di Trisina. E, dal canto suo, Rosalia intuiva che quella agitazione addomesticata non poteva imputarsi alla puzza della ‘ngrasciata ché quella ormai non stupiva più nessuno. 
Sebastiana Marchese corse incontro a Trisina urlandole piangente Chedisgrazia. Trisina dovette sforzarsi a ricevere il suo abbraccio e a farsi comprendere dalla sua aureola di stalla.
Adesso erano tutte sedute attorno al cadavere di Girolama Incardone, come pronte a celebrare un rito. Rosalia alzò lo sguardo che incontrò subito quello di Trisina. Bene, entrambe sapevano che era giunto il momento; Trisina lo aveva temuto fin dall’inizio. 

* * *

“Ahi, Signore Dio . Che morte…” lamentò Rosalia.
“Ora è in grazia di Dio.”
“Che persona , tua sorella Mimma. Un pezzo di zucchero.”
“Già.”
“Quando uno meno se lo aspetta, tàcchete, e tocca a te”
“Siamo tutti nelle mani del Signore.”
“Ma come si fa… una caduta, morire per una caduta…”
“Non mi ci fare pensare, per carità, che mi verrebbe di mangiarmi tutta per la rabbia!”
“Certo però che è strano…”
“Cosa?”
“Che all’ospedale non hanno potuto fare niente. Che ti hanno detto i dottori?”
“Troppo forte fu il colpo”
“Mah!”
“E che c’è da fare, bisogna solo convincersi che l’ha voluto Dio”
“Certe volte però è troppo esigente. Voglio dire : una cosa è morire per un infarto, un male incurabile, un ictus. Ma per una caduta, fatemi il favore… fosse stata una caduta dalle scale, allora…”
“Volontà di Dio”
“E’ vero che quel pavé crea mille problemi; che ci aspetta il sindaco di Catalfano ad asfaltare quella strada come si deve. Voglio dire, una città grande come Catalfano…”
“Gli manderò una lettera, sai. E ti pare che è finita qua?”
“No, ma non si scherza con queste cose. Certo che non deve finire qua!”
“Mimma non si merita una morte così”
“Gran donna tua sorella”
“Infatti”
“Ancora manco si era maritata… morire in quel modo”
“Mmh”
“Ma come ci si può ridurre per una caduta! Non voglio immaginare come si era ridotta. Mamma mia!”
“Ci hanno aiutato gli infermieri”
“Cadere e ridursi in quel modo…”
“L’abbiamo pulita, vestita e sistemata…”
“Mi viene di non crederci…”
“Già…quelli che l’hanno rapinata, spero che non la passino liscia.”
“Cosa? Uno scippo fu?”

* * *

Sembrava che Lidduzza si fosse ripresa. Però  era tornata pallida, spenta come se la sua pelle si trattenesse a fatica sulle ossa. Si stringeva alle spalle le mani che rimuginavano attorno a un fazzoletto bagnato. Santina le sorrise e le fece cenno con la mano di sedersi al posto accanto al suo. Le prese la faccia con entrambe le mani e la baciò sulle guance. Altre lacrime sopravvissute al salasso delle emozioni le inumidirono gli occhi ma non arrivarono a scenderle lungo il viso che già aveva il fazzoletto sugli occhi. Un freddo strano la percorse in un brivido elettrico.
Trisina e Rosalia stavano parlando:
…quelli che l’hanno rapinata, spero che non la passino liscia…
…cosa? Uno scippo fu?…
…ah, non mi fare parlare…
“Rosalia, è tardi. Non credi che sarebbe ora che te ne andassi?”
Le parole risuonarono fredde come la lama di un coltello, precise come se avessero disegnato la sua volontà con un compasso.
Rosalia la guardò stupita e nello stesso tempo come se le avessero privato la ragione. Non si aspettava che proprio Lidduzza, la fragile Lidduzza, le si potesse rivolgere in quel modo.
Le si era messa davanti, le mani in fibrillazione sul fazzoletto ridotto a uno straccio. Era piccolina Lidduzza, lattea e spigolosa, ma messa così davanti a Rosalia, assumeva un aspetto di suprema imponenza, quasi una regalità degna di sussiego.
Rosalia non disse nulla; si alzò e con un sorriso che era solo una contrazione muscolare scomparve nel corridoio. Il cigolio della porta che ruota sulle cerniere arrugginite, la maniglia che sbatte lievemente sul muro. La voce di qualcuno sulle scale che la saluta.

* * *

Girolama Incardone fu portata al cimitero e tumulata nella tomba di famiglia. Quel giorno stranamente il sole era caldo e l’amarognolo degli oleandri esauriva l’aria.
Il corteo era stato un fremito lungo le strade, dentro i vicoli, lento e più cadenzato man mano che scorreva lungo le siepi di bosso, scandito come una marcia col passo tipico di chi si trascina con fatica sulla strada percorsa dalla morte. 
Le sorelle Incardone non riuscirono a evitare  il bisbiglio che alimentava il corteo, soprattutto Trisina che aveva un orecchio per quello e uno per il vòcero, perché non perdesse il suo querulo andantino, perché si convincesse che dopotutto era valsa la pena pagare un tantino di più.
“giustamente Rosalia dice come si fa a morire per una caduta, qui cosa c’è…”
Ah, povira fimmina”.
“e poi Lidduzza, te lo immagini, le dice di andarsene. E con quale tono…! Quelle due nascondono qualcosa…”
aaah, chi fini ca fici
“Trisina parla di una rapina. Mmm, io ci credo poco…”
Signuri beddu, fatta ‘a vulunta’ to’”.
Un prete con la faccia di chi fosse stato disturbato il suo giorno libero proseguiva a capo del corteo col breviario sotto l’ascella.
Trisina non degnò di uno sguardo la bara, ma teneva d’occhio Rosalia Cicero e col braccio stringeva a sé Lidduzza come a tenerla a freno qualora scoppiasse in un pianto rivelatore. Pregava perché  non fosse quello il momento di sfogo che Lidduzza evidentemente cercava.

* * *

Trisina chiuse le imposte; la fiammella del lumino davanti alla fotografia di Mimma aveva ballato un poco e poi si era ricomposta  sul suo stoppino. Era una giornata meravigliosa ma il lutto imponeva un certo tipo di clausura che a Trisina non dispiaceva. Temeva tuttavia che non dovesse dispiacerle mai. Non avrebbe voluto ritrovarsi nella circostanza di dover parlare di Mimma e della sua morte. In una minuscola parte della sua testa, però, riecheggiava una domanda, una molla che rimbalzava su una tesa spirale che scriveva con inchiostro nero quanto tempo sarebbe riuscita a resistere a raccontare la storia dello scippo che di volta in volta si riempiva di particolari inediti come solo le menzogne richiedono. E sulla pergamena delle sue intenzioni tamponava l’inchiostro con la sabbia, come faceva sua madre o sua nonna quando scrivevano le lettere ai mariti lontani, con la forza di chi sarebbe stata forte e avrebbe resistito e non si sarebbe lasciata piegare dal dolore. Che importanza poteva avere il dolore…

* * *

Chiusa nella sua stanza, Lidduzza dal canto suo si faceva lisciare il viso dal vento; la finestra aperta. A lei non interessava la legge del lutto. La sua mente vagava nel ricordo di Mimma, dei suoi occhi che vibravano quando tornava da Villa Moncada e parlava solo di Lucino. Lucino di qua, Lucino di là… L’avevano visto Lucino, al funerale, con un fazzoletto di stoffa sempre incollato agli occhi che Lidduzza temeva di non poterlo riconoscere se le fosse capitato di incrociarlo per strada.
Il figlio della ‘ngrasciata era sceso di nuovo a giocare col randagio al quale tirava un ramo strappato e che poi esortava a portarlo indietro. Ma il cane tutte le volte lo guardava come a chiedergli che strano gioco era quello, e Lidduzza per un attimo entrò nella testa di quel cane senza nome e con un sorriso sottratto al ricordo di Mimma pensò: Che strana razza gli uomini!

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