I colori di Petra

I colori di Petra - Elisa MantovaniI colori di Petra

di Elisa Mantovani

«Perché certe farfalle sono tutte bianche e altre invece sono colorate?» chiese Petra, seduta tra le pianticelle di piselli.
Suo nonno fece una piccola smorfia, sollevandosi quel tanto da permettergli di guardare la nipotina: rimase estasiato per alcuni istanti nel vederla immersa nel raggio di sole che si rifletteva sui capelli dorati e gli occhi, di un verde che nemmeno la natura poteva eguagliare. 
«I colori di certe farfalle hanno un significato ben preciso» le rispose appoggiando a terra la zappa e stirandosi la schiena. «Sono un avvertimento» e le sorrise.
«Cosa vuol dire avvertimento?» lo spronò, scacciando una mosca che continuava a ronzarle intorno.
«Sai quando la mamma ti dice di non mangiare troppe caramelle, altrimenti poi ti viene mal di pancia? Ecco: è un avvertimento, cioè ti mette in guardia su cosa ti succederà se non le darai retta.» 
La bambina rimase a guardarlo, stringendo i begli occhi. 
«I colori di certe farfalle significano che sono velenose, sono appunto un avvertimento per gli uccelli, i ragni: se mi mangiate poi avrete un bel mal di pancia o peggio. Capito? Sono pericolose ecco» continuò lui tergendosi il sudore dalla fronte.
Petra fece una smorfia pensando ai ragni: ne era terrorizzata, soprattutto da quelli nel capanno dietro la casa, in cui andava spesso col nonno.
Rimase in silenzio, staccando un baccello e aprendolo; con un dito sfilò la piccola colonna di sfere e se le mise in bocca, assaporandone la dolcezza.
«Se continui così il mio raccolto di piselli sarà magro anche quest’anno» le disse e rise.
«Perché anche le persone non lo sono?» sbottò lei improvvisamente, col capo chino a fissare una fila di formiche che transitava intorno ai suoi piedi.
Il nonno, che aveva ripreso a zappare, si fermò.
«Non sono cosa tesoro?» le chiese, voltandosi di nuovo a guardarla.
«Colorate. Quelle velenose dico, quelle cattive» e con uno dei piedi, avvolto da un grazioso sandalo rosa, Petra prese a schiacciare le formiche.
L’uomo mollò la zappa e le si avvicinò.
«Le persone velenose? E chi sarebbero?» domandò, accucciandosi di fronte alla bambina, una posizione che gli procurò una fitta poco rassicurante lungo tutto il corpo.
Petra sollevò il viso e piantò i suoi grandi, bellissimi occhi in quelli acquosi dell’uomo.
«Lo sai, tu lo sai nonno» gli rispose.
Fu in quel momento che l’uomo vide la farfalla, seminascosta dalla gonna della piccola: una cavolaia, una delle tante che se ne svolazzavano intorno all’orto quella mattina. Le ali le erano state strappate: rimaneva solo il piccolo corpicino, schiacciato per metà da un sasso.
«Perché lo hai fatto Petra? Ti piacciono tanto le farfalle, perché l’hai uccisa?» le chiese, e qualcosa prese ad agitarsi dentro di lui, qualcosa con artigli che parevano graffiargli l’animo.
«Tanto sarebbe morta comunque…» gli rispose e fece un sorriso più simile a un ghigno malefico.
«Non va bene Petra, bisogna rispettare la natura. Non devi fare del male agli animali; cosa ti aveva fatto quella bestiola?» la sgridò, e ricordò tutte le volte che l’aveva già sorpresa nel torturare piccoli animaletti, un pensiero che gli strinse il cuore nel petto.
Lei fece un lungo sospiro e si alzò, sovrastandolo per alcuni istanti.
«Anche io non ti faccio niente nonno… Perché non sei colorato?» gli disse.
L’uomo cercò di rialzarsi ma la bambina gli diede una spinta, facendolo cadere a terra.
«Tutti pensano che sei buono: la mamma, il papà, le zie… tutti. Sei uguale a loro, hai gli stessi colori, per questo non vedono l’avvertimento, come quello che mi dici tutte le volte che mi fai quelle brutte cose: non dirlo a nessuno, altrimenti ti manderanno in collegio. Mi dici sempre così e io non ci voglio andare in collegio, non voglio più che tu mi faccia entrare nel capanno, non voglio più che tu mi faccia quelle brutte cose!» e gli sferrò un calcio all’altezza dello stomaco che gli tolse il fiato.
Petra aveva undici anni ma ne dimostrava di più: era alta, piena di energia, una donnina in miniatura, una cosa che le diceva sempre per giustificare le sue morbose, orribili attenzioni.
«Tu sei velenoso!» gli urlò contro e corse verso la zappa.
«No, Petra: io ti voglio bene, tanto bene non capisci?» le disse cercando di rialzarsi anche se, ad ogni più piccolo movimento, sentiva un dolore terribile tra le scapole, come se avesse piantato lì un coltello.
La bambina gli fu di nuovo accanto, con la zappa stretta fra le mani: ansimava, il viso paonazzo dal furore.
«Io li vedo i tuoi colori nonno: rosso, nero, viola, ROSSO!» urlò alzando senza fatica il bastone sopra la testolina.
Non ebbe bisogno di colpirlo: il cuore dell’uomo si fermò nell’attimo in cui la fissò negli occhi, quando capì che la farfalla era uscita dal suo bozzolo, spiegando ali maestose su cui erano dipinti due occhi di un verde che mai aveva visto in natura: una farfalla che avrebbe avvelenato chiunque avrebbe osato sfiorarla.

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