A bocca chiusa

A bocca chiusa - Stefano BonazziA bocca chiusa

di Stefano Bonazzi

 

Ingoiare il dolore

«Dal mio punto di vista, le cose erano più semplici. Primo: mi faceva schifo tutto quello che usciva dalla mia nuova bocca. Secondo: non avevo più niente da dire.» 

Ci troviamo nel 2014: per Newton Compton si concretizza un esordio spiazzante. 

Stefano Bonazzi, in A bocca chiusa, inventa una storia, una di quelle storie che per un qualche motivo poi su carta non finiscono mai, specie in una di quelle nazioni a lettore medio camomillato da placare e tranquillizzare ad ogni pagina. Un bambino, del caldo, un’estate. Una macchina, sempre la stessa, con una madre – e vorremmo dire la sua, ma non ci riusciamo – che lo affida temporaneamente ai nonni. Tutto nella perfetta regolarità, fin qui. I problemi iniziano a soglia varcata, ad affido acquisito, a rabbia implosa prima esplosa poi da un nonno patriarcale, tradimento estremo del padron ‘Ntoni verghiano, capace di decostruire la vita del nipote una mattonella alla volta tra luci spente, ombre e un costante e metodico esercizio della violenza promessa, espletata, subita in una rimodulazione estrema e fanatica di un condominio peninsulare. Da qui, per delle vicissitudini che affideremo al lettore, il crearsi di una bolla che costringe il protagonista a rivedersi negli ultimi, scacciati e spediti al confino balconiano, come Paolo, compagno di terrazza e di vergogne, isolato reietto, suo simile, entro una prospettiva che vede la crescita fisica come ricerca dell’altrove in una comunicabilità non più possibile, fatta di luoghi tutti uguali, di isolamenti preventivi e di medicine, tante, da mescolarsi e ricomporsi per creare un’alternativa ad un tempo ormai compromesso. 

Bonazzi si inserisce in una linea italiana che si richiama ai doveri del sangue, alle famiglie distorte, a quelle Lettere al padre che attanagliavano oltreconfine Kafka e i suoi simili. Quest’opera è fondante e purificatoria allo stesso tempo, utile a tutti quei lettori e a tutti quegli uomini che si portano quotidianamente in borsa o nella giacca un non detto ancora bruciante, un passato che avviluppa e chiude le fauci impedendo di parlare, ragionare, perfino pensare in serenità. La trattatistica del dolore, se mal adoperata, può sconfinare nel pietismo o nel caricaturale: non in questo testo, capace di portare a segno con dignità e senza remore ogni accadimento guardandolo freddamente negli occhi al fine di comprenderlo, spiegarlo, renderlo visibile a chi tentava invano di volgere lo sguardo altrove. A bocca chiusa contiene in sé quella maturità della parola pensata, adoperata lucidamente, analizzata in un processo di ricostruzione della catastrofe e dei suoi sviluppi che può soltanto tenere il lettore adiacente alla pagina in un abbraccio che va ben oltre l’inchiostro. 

Riportiamo qui uno dei passi che più ci hanno colpito:

Sai in quei momenti qual è il mio gioco preferito, mamma? Un nome non gliel’ho ancora dato, ma funziona pressappoco così: prendo gli ometti gialli e li raggruppo tutti in cerchio intorno a me. Li metto seduti, con le braccia lungo i fianchi. Le facce sorridenti rivolte verso di me. Tutti con la stessa espressione ebete. Due punti neri e una parentesi rovesciata. Lascio che mi fissino in silenzio. Poi ne prendo uno a caso, lo porto vicino alle mie labbra e gli sussurro nell’orecchio che non ha: «Perché?»

Uno, due, tre, dieci, cento volte. Perché? Perché! Cristo, perché?!
Lui sorride sempre.
Lo ripongo in terra.
Ne prendo un altro e ripeto il gioco.
A volte per tutto il pomeriggio.
Il tempo passa più in fretta così.
Ti piace questo gioco, mamma?
Tu che nome gli daresti?
Sto impazzendo, mamma?

Edito da: Newton Compton Editori

 

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