Imbecilli che intasano le strade… della vita

Intervista a Fabrizio JauchImbecilli che intasano le strade… della vita

Intervista a Fabrizio Jauch

 

Dopo aver letto e recensito l’opera di Fabrizio JauchIn un mondo di imbecilli” – Edizioni del Faro – qualcosa era rimasto ancora in sospeso…

Che cosa spinge un geologo di laboratorio ad improvvisarsi scrittore?

Sicuramente la passione per la lettura. Mi piace vedere la mia professione come un’attività di lettura costante del grande libro della Natura: quando osservo una formazione rocciosa vi leggo la sua storia, da dove viene, cosa ha passato, magari anche cosa l’aspetta. La geologia è la lingua con cui il nostro pianeta ci racconta la sua vita. Una lettura assolutamente affascinante!

Da cosa nasce In un mondo di imbecilli?

In principio da uno sfogo: tornato a casa una sera dopo il lavoro mi sono seduto al computer e ho cominciato a scrivere sulla marea di imbecilli che intasano le strade. Poi l’argomento mi ha preso e appassionato: ogni giorno annotavo sul telefonino appunti che avrei potuto sviluppare sul tema. Così poco per volta mi sono accorto che stavo scrivendo un libro, e la cosa mi è piaciuta. A quel punto lo sfogo iniziale si è trasformato in divertimento e sfida con me stesso. Quaranta giorni dopo avevo terminato.

Se dovessi fare una classifica, che tipo di imbecillità metteresti sul podio?

È una gara al fotofinish! Se da un lato è vero che l’imbecillità alla guida l’ha fatta da padrone per almeno mezzo secolo, altrettanto vero è che non accenna minimamente a diminuire, anzi, la tendenza è quella di un aumento costante ed inesorabile. D’altra parte anche quella espressa tramite i social network non scherza: è senz’altro ragionevole sostenere che sia solo al suo inizio, forse poco più di uno stato embrionale, e che non abbia ancora espresso il suo pieno potenziale. Metterei queste due a pari merito sul gradino più alto del podio. E non dimentichiamo che spesso si manifestano in contemporanea: quanti imbecilli capita di vedere alla guida e concentrati più sul telefonino che sulla strada, spesso proprio perché stanno postando un messaggio su Facebook!

Nonostante l’ironia che caratterizza la tua opera appare evidente che non si tratta di un libro solo per ridere. Quanto c’è di serio?

Moltissimo! Se mi è concesso un paragone quasi blasfemo, vista l’immensità del personaggio, anche i film di Chaplin non sono delle commedie ma delle tragedie: chi pensa il contrario non ha capito nulla! Come spiego nell’ultimo capitolo, l’imbecillità è una compagna fondamentale della nostra vita, non potremo e non potremmo mai farne a meno: l’importante è allora farcela amica, o perlomeno alleata; evitare di esserne succube, ma soprattutto evitare che siano altri ad imporcela secondo i loro criteri, guai! È nostra e ce la gestiamo noi! In questo senso il libro vuole essere anche uno spunto di riflessione, un invito a guardarsi nello specchio, senza filtri e senza paura dell’immagine che si vedrà riflessa.

Quanto conta per te la ricerca prima della scrittura di un libro?

La ricerca conta sia prima che durante la stesura del libro. La ricerca iniziale è importante sia per evitare di andare a scrivere quello che altri prima di te hanno già pensato di fare, sia per capire qual è lo stato dell’arte sul tema che si vuole trattare: le mie idee sono innovative o sono minestra riscaldata espressa in forma diversa? Già troppi autori copiano stile e spesso contenuti a destra e a manca, ormai non si contano più gli aspiranti emuli di Dan Brown!
La ricerca deve poi continuare anche durante la stesura, ed è fondamentalmente un altro tipo di ricerca indirizzata verso se stessi, una ricerca interiore: scrivere deve infatti essere una cosa personale, intima: dal risultato finale, dal libro, credo debba trasparire un po’ una foto dell’anima.

Nel tuo libro hai citato più volte gli avvenimenti del 11 settembre 2001. Non hai paura di essere additato come “complottista”?

Per niente! Come ho scritto nel mio libro, questo definizione è l’ultima ratio utilizzata da chi non ha più argomenti per denigrare coloro da cui si è stati messi inesorabilmente all’angolo. Il termine ha finito per assumere de facto una connotazione negativa che non gli si addice. Si arriva così a pronunciare delle demenzialità solenni, come quella udita in una trasmissione televisiva per cui si usa la parola complotto oppure complottismo a seconda di ciò a cui si crede o meno. Così, à la carte.
Nel caso dell’11 settembre, ragioniamo un po’: da qualsiasi parte lo si guardi si tratta comunque di un complotto, perché anche se volessimo credere alla favoletta di Natale dei 19 Arabi additati al ruolo di terroristi responsabili degli attacchi, mi si dica che cos’altro è se non un complotto! Già questo basta e avanza a capire quale grado di sublime imbecillità raggiungono coloro che, imperterriti difensori di quell’eccelso concentrato di supercazzole conosciuto come verità ufficiale, pensano di denigrare quali “complottisti” quelli che giustamente pretendono spiegazioni che non siano perlomeno in palese contraddizione con le più basilari leggi della fisica…
Posso dire pertanto che accetto volentieri questa definizione, perché per me significa “persona che preferisce pensare con la propria testa (anche a costo di avere torto)”. Anche perché l’alternativa è molto peggio dell’essere dei semplici imbecilli!

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