A mille ce n’è…

A mille ce n'è - Angelo Antonio IzzoA mille ce n’è…

di Angelo Antonio Izzo

 

“A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar… da narrar 
venite con me nel mio mondo fatato per sognar… per sognar 
non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella per venire con me 
basta un po’ di fantasia e di bontà… e di bontà”.

Pollicino

“C’era una volta un bambino piccolo piccolo, si chiamava Pollicino, e aveva sette fratelli. Il suo babbo era boscaiolo e la mamma contadina. Un giorno i due genitori decisero di abbandonare nel bosco Pollicino e i suoi fratelli perché non potevano più mantenerli. Pollicino però scoprì le loro intenzioni si riempi le tasche di sassolini bianchi lasciandoli lungo la strada così quando vennero abbandonati riuscirono a ritrovare la strada e a fare ritornare a casa. Il giorno dopo i genitori li riportarono nel bosco e questa volta Pollicino riuscì a prendere solo un po’ di briciole di pane per segnare il sentiero, ma ahimè… gli uccellini le mangiarono tutte… e così i sette fratellini e Pollicino si persero nel bosco e cammina cammina, arrivarono ad una radura in cui vi era una grande e bella casa, ma ahimè… era la casa di un orco cattivo…”

Gli occhi mi si chiudono. La strana voce nelle cuffie continua a raccontate la storia, ma mi sono perso. E gli occhi mi si chiudono. Domani sarà dura a scuola, la maestra Beatrice si aspetta così tanto da me… forse anche troppo. Dice che “pendo dalle sue labbra”. Ma è pazza, completamente pazza. Alle 7:30 passa lo scuolabus, devo farmi trovare pronto… ho sempre lo stesso incubo, scendo da casa e corro verso il pullman, e tutti ridono di me perché sono in mutande e ho dimenticato i pantaloni. Una volta mi è successo con lo zaino. È stato molto imbarazzante. 
Vorrei abitare più vicino alla mia scuola, svegliarmi alle 8 del mattino. Ma sono lontano, troppo lontano. Nel posto dove abito nevica spesso, fa freddo, ma si sta tranquilli. Sono circondato da verdi colline ed enormi montagne. C’è molta tranquillità: i guaiti dei cani, e le pecore, le vacche, il nitrito dei cavalli… sono rumori che mi fanno star bene, che mi accompagnano durante la notte. 
Ma poi iniziano le urla. 

Però stasera sono così stanco… e mi si chiudono gli occhi. Nemmeno loro potranno farmi star sveglio. Sfilo via le cuffie, e la voce si interrompe. Addio, Pollicino. 

Il Pifferaio magico

“… in una piccola città della Germania di nome Amelin ci fu un’ improvvisa invasione di topi. Tutti gli abitanti erano disperati, e si rivolsero al Sindaco che indisse immediata riunione per evitare una rivolta popolare… la folla era inferocita. Un giorno bussò alla porta del sindaco un buffo omino vestito di giallo e di rosso con una piuma in testa, e in mano aveva uno strano piffero…”

Stasera le urla sono incessanti. Sovrastano la voce dello strano uomo nelle mie cuffie. Sento lei correre in una stanza, per poi chiudersi a chiave. Si sente che la mano le trema. 
Lui batte contro la porta con forza, imprecando. Vorrei correre lì, proteggerla, ma non mi sento più le gambe… sono imprigionato in questo letto, avvolto in un caldo piumone tappezzato di puffi. Alzo il volume della mia audiocassetta, e mi sforzo di chiudere gli occhi: sonno, ti prego salvami.

“… il sindaco tutto contento diede al popolo la bella notizia, tutti osannavano come salvatore… ma il sindaco era in realtà un uomo cattivo e disonesto, e quando il Pifferaio tornò da lui per avere la giusta ricompensa il Sindaco lo sbeffeggiò in malomodo…”

Sfilo via le cuffie esasperato. Piango. Odio piangere, mi fa sentire debole, mi fa regredire, mi fa sembrare più piccolo di quanto non sono! Io non la sopporto questa voce registrata, no, non voglio sia questo sconosciuto a raccontarmi la favola della buonanotte! Io vorrei… vorrei fosse la calda voce di mia madre a farlo, o quella cavernosa di mio padre… invece, le loro voci sono impegnate. Si urlano contro, l’una contro l’altra… e a me tocca sentirli. 
I pesanti stivali da lavoro di lui si scontrano contro la porta. Sento lei piangere disperata, e io piango – di conseguenza – ancora più forte. Sento la chiave girare nella serratura… sta aprendo la porta! 
No! Non farlo! Vorrei liberarmi da questo dannato letto… ma niente, le mie gambe non si muovono! Lei apre, e lui si fionda dentro la stanza. I suoi calci, e i suoi pugni, non hanno più nel mirino una bianca porta dal pomello colorato di rosso. 

Il Gatto con gli stivali

“C’era una volta un mugnaio con tre figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco di un quattrino !
Vecchiaia e fatiche avevano logorato il corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi giorni, divise i suoi averi tra i figlioli.
Al primo, Arduino, lasciò il mulino.
Al secondo, Alvaro, il somaro.
“E per te, Germano, non ho che il gatto.”
Arduino ed Alvaro erano felici. “Io, con il mio mulino, e tu, con il tuo somaro, faremo società, con il servizio di consegna del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni ! “
Rimasto solo, Germano diede un’occhiata al gatto e si grattò la testa.
“Io”, gli disse, “lo so che sei un buon gatto. E ti voglio bene, ma se davvero sei furbo come dicono, taglia subito la corda e lasciami solo con la mia miseria. Con quel che so fare io, posso garantirti soltanto tre cose: freddo d’inverno, caldo d’estate e fame tutto l’anno ! “
Il gatto, che fino a quel momento non aveva mai detto una parola a nessuno, gli strizzò l’occhio e cominciò a parlare: “Tu, caro mio, devi solo fare due cose: procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno. Altro che fame, tra tre mesi saremo a corte !“

Dormo insieme a loro. E quando dormo insieme a loro non succede mai niente di brutto. Hanno provato a raccontarmi una storia, ma si sentiva che lo facevano con sforzo… tanto per accontentarmi. Mai avrei pensato di dirlo, ma… preferisco di gran lunga la voce registrata di questo strano uomo nelle mie cuffie. Comunque, non ho sonno e le sfilo, spegnendo l’audiocassetta. 
Loro dormono, e io riesco a sgusciare via dal lettone senza svegliarli, passo sopra mamma e guardo quei brutti lividi che ha sul viso. 
Voglio andarmene. 
Esco dalla stanza dei miei, e faccio dei lunghi sospiri. Sento della musica provenire dal piano di sotto. Sono curioso, e decido di scendere a scoprire di che si tratta. Rovisto nella ciotola delle chiavi, per poi accorgermi che erano inserite nella serratura della porta. Vado verso di essa e l’apro. C’è una grande finestra davanti a me, mi avvicino e la spalanco, lasciando che il fresco venticello mi asciughi il sudore che mi cola dalla fronte. Mi guardo intorno: delle macchine sono parcheggiate davanti casa, macchine che non conosco. Al centro dello spiazzale, c’è un grosso albero, e su uno dei rami più in alto, vedo il “gatto con gli stivali”. 
«Perché sei così in alto?» Gli chiedo. 
«Semplice: perché son capace ad arrivare fin qui». Mi risponde, arricciandosi i baffi.
«Non hai paura?»
«La paura non mi appartiene, altrimenti sarei come te: un ragazzino grasso e insicuro che non riesce a scendere dal suo letto per proteggere le persone che ama». 
L’arguto felino balza sul tetto, scomparendo dalla mia vista. 
Chiudo la finestra e discendo le scale, attirato dall’assordante musica. 
Mi trovo davanti una porta di legno massiccio, e busso più e più volte. 
Sbucano fuori le mie tre sorelle, inalo una spropositata quantità di fumo passivo e tossisco. 
«Che state facendo qui?» Gli domando, premendomi con forza sulla bocca e tappandomi il naso.
«Stiamo “civettando”!» Mi dicono loro, all’unisono.
«Non riesco a dormire… posso venire anch’io?»
«No! Va’ a nanna bamboccio! Sei troppo piccolo!»
Ridono di me. Quasi si contorcono dal ridere. Mi sbattono la porta in faccia. Poi la musica si alza, e io scappo via.
Sul pianerottolo di casa, trovo il gatto con gli stivali. Provo a trattenere le lacrime, mentre lui si lecca elegantemente il ventre con la sua piccola e ruvida linguetta.
«So a cosa pensi. Vuoi diventare grande tutto in una volta. Ma un giorno te ne pentirai». Miagola l’arguto felino. 
«Voglio solo essere forte! Voglio essere io al comando, e voglio che tutti siano ai miei piedi!» La diga si rompe, e le lacrime iniziarono a inondare le mie paffute guance. 
«Non è così semplice, crescere non vuol dire accrescere la propria forza, o almeno non è automatico. Devi costruirti solide fondamenta, e devi fregartene della gente… prendiamo quelli che abitano questa catapecchia, sono la tua famiglia, che pensi di loro?»
«Li odio! Li odio con tutto me stesso! Un giorno… un giorno vorrei punirli! Vendicarmi di loro!»
«Risposta sbagliata “cucciolotto”. Se serbi rancore… diventerai ancora più grasso, e più brutto! Ma non devi nemmeno perdonarli… no, né io e né te siamo Gesù Cristo».
«Il figlio di Dio?»
«Oh, per la miseria… si! Comunque, devi imparare ad essere indifferente, a fare le cose che fai non in nome di chissà quale ossessione vendicativa, ma nemmeno in nome dell’amore incondizionato! Ogni cosa, falla per te stesso… e non è essere egoisti, ma significa avere buon senso!»
Gli occhi mi si chiudono. Che pace… niente urla, soltanto la lingua ruvida d’un gatto che mi lecca la fronte. 

Nessuna fiaba

Stasera niente storia della buonanotte. Non ho nuove cassette, e sono stanco di ascoltare a ripetizione “Pollicino, il Pifferaio magico, e il Gatto con gli stivali”. Un giorno, mi piacerebbe inventare una storia tutta mia, sarebbe divertente. A scuola, i miei compagni di classe si divertono sempre ad ascoltare i miei racconti… anche perché inserisco loro come personaggi! E quindi Gigi diventa l’arcinemico da sconfiggere, e Mariano l’eroe che lo combatte. Io preferisco mettermi in disparte, di solito sono da supporto al protagonista, e certe volte neppure esisto, sono soltanto una voce narrante, come quella dello strano uomo nelle mie cuffie. Oggi, nell’ora di spacco, mi sono messo a leggere quello che avevo scritto ai miei amici… senza accorgermi che la maestra era dietro di me! Aveva ascoltato tutto, mannaggia! Tuttavia, invece di rimproverarmi, mi ha fatto sedere alla cattedra, e mi ha detto di finire la mia storia. 
E alla fine Mariano colpì Gigi con il suo bastone magico, proprio lì sotto, dove non batte il Sole!
Hanno riso tutti, perfino la maestra. Non mi sono sentito mai tanto felice, ero importante per loro, ero al centro dell’attenzione! Poi però la campanella suona, e mi tocca tornare a casa. 
Sullo scuolabus non sale nessuno dei miei amici, no, loro abitano vicino alla scuola, tornano a casa a piedi, stringendo la mano delle loro madri sorridenti. Io invece salgo sopra al pullman, il baccano che fanno le bocche degli sconosciuti mi intimidisce, solitamente mi siedo al primo posto, e poggio lo zaino sopra al sedile alla mia destra, cosicché nessuno si segga accanto a me. Poggio la testa sul finestrino, l’autista accende il mezzo e partiamo. Il mondo mi scorre davanti agli occhi, e io immagino uno spaventoso lupo mannaro che sbuca fuori dalla boscaglia e inizia a inseguirmi. Quando la cosa si fa troppo spaventosa, chiudo gli occhi con forza, e aspetto che se ne vada. 
Ad ogni fermata, il baccano diminuisce, e io mi rassereno. Sono il penultimo a scendere, almeno di solito. Non so perché, ma quest’oggi l’autista ha accompagnato prima a casa la bambina grassa e sudicia che di solito scende per ultima. Poi ha fatto un’altra strada, diversa dal solito. Io ho iniziato a sudare freddo, non avevo idea di dove stessimo andando. Ci stavamo avventurando sopra una ripida salita, che lo scuolabus riusciva a stento a percorrere. 
Avrei dovuto dirgli qualcosa? Magari aveva soltanto sbagliato strada, o… non sapevo che fare. 
Il lupo mannaro torna ad inseguirmi… corre così veloce… mentre noi andiamo così piano…
L’autista ha alzato lo sguardo e ha notato il mio riflesso sullo specchio. Non si aspettava che fossi lì, la sorpresa gli ha giocato un brutto scherzo, e per poco non perde il controllo del pullman e finiamo di sotto. 
«Oddio! Tu sei ancora qui! Non mi ero accorto proprio di te… stavo tornandomene a casa! Non potevi dirmelo?! Non ti sei accorto che stavamo facendo una strada diversa?» Sembra quasi che mi stesse sgridando. 
«No, io… non volevo disturbare…» Mi scuso, con voce tremante. 
L’autista sale fino allo spiazzale davanti casa sua, gira il mezzo, e iniziamo a discendere il percorso. Lui non se ne accorge, ma investe il grosso lupo cattivo, che finisce sotto le ruote. Sento il suo cranio che esplode sotto ai miei piedi. 
Tornati sulla strada giusta – quella di sempre – mi sono rassicurato. Poi però… mi rendo conto che sto tornando a casa, e inizio a piangere, facendo attenzione a non farlo notare all’autista. 
Ho fatto già troppe brutte figure con lui. 
L’uomo ha fermato il pullman davanti casa, si è voltato verso di me e mi ha guardato con tristezza. 
«Forse, era meglio se ti portavo a casa con me…» Ha abbassato il capo, e ha aperto lo sportello. 
Io scendo, e finalmente capisco. Vedo mia madre sopra il balcone di casa: le lacrime che le inondano il viso, la faccia rossa, ancora percossa dai lividi… cerca di buttarsi di sotto. 
Non so cosa fare, e la prima reazione che ho non è quella di soccorrerla, o di urlare di rientrare in casa e allontanarsi dalle ringhiere verniciate di nero. No, io voglio tornare sull’autobus e scappare, magari andare per davvero a casa dell’autista. 
Mi volto, ma il pullman è già su strada, e va per accelerare. 
E mi tornano in mente le parole del gatto con gli stivali. Nessuno vuol mettersi sulle spalle i problemi degli altri, se si vuol sopravvivere bisogna essere indifferenti a tutto. Dobbiamo farci gli affari nostri e pensare a noi stessi, alle nostre cose. Dobbiamo imparare a cavarcela da soli. Anche se si è un grasso e timido bambino che rientra a casa da scuola, e assiste al tentato suicidio della propria madre. 
Si, è stata proprio una giornata pesante. Niente favola della buonanotte stasera, voglio solo che questo giorno finisca in fretta. Almeno non ci sono urla a tenermi sveglio… no, niente urla. Menomale che alla fine lei non l’ha fatto, non c’è riuscita. Sono felice. 
“No, non è vero, non lo sono affatto. Avrei preferito che andasse fino in fondo. Che la sua testa esplodesse come quella del lupo… lei fa sempre così, lo fa in continuazione. Lo fa sempre davanti a me. So che è sbagliato pensare certe cose, mi sento un mostro, sto così male… ma sono così stanco, così stanco di soffrire per colpa degli altri. Sono solo un bambino, solo un bambino…”

Ancora Pollicino

Nessuno mi ha ancora comprato una nuova cassetta. E stasera ci sono le urla, e sono così forti… riascolterò la favola di “Pollicino”. Potrei anche leggermele da solo, le favole della buonanotte, ma non mi sarebbe poi tanto d’aiuto… ascolterei lo stesso le grida. 
«Con chi parlavi a telefono, troia!» Dice lui, battendo con forza sopra la porta.
«Con nessuno! La sera bevi e ti immagini tutto… con nessuno!» Risponde lei piangendo, barricata nella stanza di sua figlia, dato che non è in casa. 
Voglio diventare grande, voglio scappare via da questo. Non aspetterò i 18 anni, no… io andrò via a 14, o 16. Devo resistere, resistere, resistere. 

“C’era una volta un bambino piccolo piccolo, si chiamava Pollicino, e aveva sette fratelli. Il suo babbo era boscaiolo e la mamma contadina…”

Giacomino e i fagioli magici

Anche stasera ci sono le urla, ma fortunatamente ho una nuova cassetta. Mi metto in fretta le cuffiette, premendoci sopra con le mani, così da sentire ancor meno i rumori esterni. La strana voce inizia a raccontare la storia…

“C’era una volta un bambino di nome Giacomino che viveva con la mamma Caterina in una fattoria. I due possedevano solo una mucca che, ahimè, un giorno smise di fare latte. Erano tanto poveri e per cercare di guadagnare qualche soldino, la mamma disse a Giacomino di portare la mucca al mercato e venderla. Giacomino ubbidì. Strada facendo, incontrò un omino che gli disse: “Che bella mucca! Dalla a me ed in cambio prendi questi cinque fagioli magici!”. Giacomino non fece in tempo a rispondere che si ritrovò in mano i fagioli e la mucca non c’era più! Così, tornò a casa senza soldi e con soli cinque fagioli magici! Caterina, arrabbiata, lo mandò a letto senza cena buttando fuori dalla finestra i fagioli.”

Stasera è peggio delle altre sere. C’è qualcosa che non va. Sfilo via le cuffie, e getto a terra l’audiocassetta. Lui vuol sfondare la porta, non è mai stato tanto iracondo. 
«Ora vado a prendere il fucile puttana, vediamo se con quello puntato alla faccia hai ancora il coraggio di negare». Dice, poi lo sento andare nell’altra stanza, e rovistare nell’armadio. 
Lo sta facendo davvero, tiene il fucile da caccia nella sua parte di armadio, nascosto dalle giacche e i cappotti. Ha tre colpi, lo so perché ogni tanto vado lì, e ci gioco… con quel fucile. 
Lo sento caricarli. 
Devo scendere dal letto, liberarmi da queste dannate coperte dei puffi, devo essere forte. Non sento le gambe… ma devo concentrarmi, non voglio ascoltare le parole del gatto con gli stivali! Io non voglio essere indifferente, non voglio farmi gli affari miei! Io voglio aiutare le persone, non mi stanno bene le ingiustizie, non mi sta bene la violenza… io non… io…
Lo sento sparare. Forse contro la serratura. 
Mi alzo di colpo, balzo dal letto e cado. Ma mi rialzo. Giro la chiave nella toppa, ma la mano mi trema. 
Lui entra nella stanza, lei grida, grida come un’ossessa. 
Apro la porta e sguscio fuori. Corro verso di loro. Nessuno si accorge di me. 
Lui colpisce lei in fronte, col manico del fucile, facendola crollare a terra. Getta via l’arma, poi la calcia via con gli scarponi da lavoro, allontanandola. 
Arriva quasi ai miei piedi. 
Lui si toglie la cinghia, e dice a lei:
«Sei fortunata che non ti ammazzo». Poi inizia a colpirla con forza, in maniera brutale. Al ventre, dietro la schiena, sopra le gambe. 
Non so esattamente come succede, ma mi ritrovo col fucile in mano… è così pesante, le mie braccia a stento lo sorreggono. 
Mi ricordo di quando – mesi prima – aiutai mio padre a scacciare dei ladri che si aggiravano nelle terre adiacenti alla nostra. Gli sparò due colpi contro, con lo stesso fucile, pur non ferendoli. Io guardavo, studiavo i suoi movimenti, guardavo e imparavo…
Carico il colpo. 
Mio padre se ne accorge, la cinghia – insanguinata – gli cade sopra il pavimento. Si volta verso di me, mi guarda e ride. D’un tratto inizia a corrermi contro. 
Vado nel panico, non so che fare, non so mai cosa fare!
Ma scelgo di non essere indifferente. Sparo. 
Il rinculo è così forte, che mi fa a pezzi la spalla destra, e mi spinge all’indietro. Batto la testa contro lo spigolo dei gradini di marmo che portano al bagno di casa nostra. Sento la puzza di sangue, e ho un conato di vomito. Le orecchie mi fischiano, mi torna in mente la mia maestra. Non si stacca mai dal suo fischietto in classe, e se facciamo troppo baccano, si porta l’oggetto alla bocca e fischia, e fischia, e fischia, finché non diventa tutta rossa in volto. È lo stesso, identico rumore quello che sento, solo che è più forte, mi stona, mi disorienta, e aumenta la mia nausea.  
Non so se lui è stato colpito, se è morto… è stato tutto così veloce, come il battito d’ali d’una farfalla. 
Nessuno viene verso di me, né per aiutarmi, né per finirmi. Il ronzio nelle orecchie diminuisce, sento qualcuno mugugnare, poi un familiare miagolio…
Vedo il gatto con gli stivali, si arriccia i baffi e mi fa segno di “no” con il dito. 
«Te l’avevo detto io, “cucciolotto”». Mi dice, e poi va via scuotendo la testa. 
Piango timidamente. Non riesco a muovermi, sono di nuovo prigioniero, come nel mio letto. 
Gli occhi mi si chiudono, mi sforzo di tenerli aperti… ma sono così stanco. 
«A mille ce n’è… nel mio cuore di fiabe da narrar…  
venite con me…. nel mio mondo fatato per sognar…» Col poco fiato che mi rimane, canticchio la sigla che precedeva le fiabe sonore che la strana voce nelle mie cuffie mi leggeva. 
Quanto vorrei che qualcuno ora mi infilasse le cuffiette nelle orecchie e facesse ripartire la storia da dove l’avevo lasciata… chissà cosa succede a Giacomino, e se riesce a farsi perdonare da sua madre, oh, dannati fagioli…
Ho gli occhi chiusi, e non riesco più ad aprirli. Il sangue mi bagna la nuca e discende lungo la mia schiena, facendomi rabbrividire.
Niente più urla almeno, anzi… non c’è mai stato tanto silenzio, tanta pace. 
Non sono mai stato così felice, forse, forse quell’arguto Gatto si sbaglia per davvero. 

“Finisce così, questa favola breve se ne va… se ne va…
Ma aspettate e un’altra ne avrete 
C’era una volta il cantafiabe dirà, 
e un’altra favola comincerà”.

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