Norma Octavia Lorimer

 Norma Octavia Lorimer - Milena PriviteraNorma Octavia Lorimer

di Milena Privitera

 

Al nostro arrivo, dopo averci presentato sua moglie, una povera creatura devastata dalla febbre, il nostro ospite ci accompagnò sulla terrazza che sovrastava la pianura. Senza pronunciare una sola parola, attraversammo una successione di passaggi oscuri e sale piastrellate con colori sfavillanti sino a una porta che, una volta aperta, ci permise di entrare su una terrazza assolata. Osservai il suo volto soddisfatto mentre ci mostrava il panorama e, riparandosi con la mano gli occhi dal sole, diceva con orgoglio:
«Ecco i templi. Guardate lì in fondo, nella pianura.»
Il panorama che mi apparve mostrava una fertile pianura che scendeva fino al mare, ricca di ulivi e vigneti eredi di una tradizione millenaria. A metà strada tra il mare e la linea della collina dove si ergeva la città e l’albergo, si trovavano i famosi templi di Girgenti. Mi rivolsi a Douglas estasiata.
«Tutto quello che puoi fare è piegare la testa con umiltà quando vedi per la prima volta questi templi, non c’è nient’altro da fare».
«Da soli sono sopravvissuti alla storia del loro tempo. Rappresentano una religione di cui non sappiamo nulla e possiamo solo fare delle supposizioni semplici. Le innumerevoli immagini, le offerte votive trovate, non ci aiutano. I templi dominano la pianura con la loro maestosità, dimenticati dal Tempo, come anime solitarie trapassate nel giorno del giudizio.  Non si può fare a meno di essere grati a chi li ha costruiti.»
Il proprietario dell’albergo ancora una volta non parlò, ma con l’indice ci indicò la loro posizione, poi sollevò i gomiti e le sue mani caddero sui fianchi.
«La signorina è colpita», mi disse con un sorriso di approvazione. «È molto sensibile, gli inglesi non lo sono spesso».
Annuii con la testa.
«Mi chiedo spesso perché gli inglesi viaggiano così lontano dal loro paese che, a quanto so, è il migliore del mondo.»
Sorrisi al suo implicito sarcasmo.
Douglas irritato rispose.
«Siamo alla ricerca di storie da raccontare. Siamo entrambi scrittori.»
L’albergatore allora continuò ad indicarci i diversi templi nominandoli uno a uno.
«Quello è il Tempio di Giunone Lacinia, quello il Tempio della Concordia, lì in fondo c’è il Tempio di Ercole, accanto il Tempio di Giove e il Tempio di Castore e Polluce. Questi sono i più importanti e anche i meglio custoditi.»
Nella lunga strada battuta che portava ai templi, dei muretti bassi di mattoni arancioni delimitavano la via invasa in quel momento da un gregge di capre. Magnifici animali dal lungo pelo bianco e folto, con delle immense corna che si stagliavano fuori dalle loro teste. Sotto l’ombra di un antico fico d’India, diventato così forte che il suo tronco era grosso e dritto come un albero, seduto con le spalle appoggiate, un vecchio bruciato dal sole stava dando da mangiare a una mezza dozzina di quelle belle capre. Le loro teste impertinenti sembravano quasi umane nella loro intelligenza, mentre aspettavano che tagliasse una fetta di una succulenta foglia di fico. Prima che la fetta avesse lasciato il coltellino a serramanico o fosse stata tagliata abbastanza lontano dalla foglia, una bocca acuminata la afferrava veloce, poi un’altra bocca e un’altra bocca ancora.
Mi sedetti e contemplai per alcuni minuti quelle meravigliose opere dell’umanità. Mentre le guardavo pensai a quanta fatica, a quanto lavoro fosse stato necessario per issare gli enormi blocchi di pietra e travertino, un tempo era coperto da un impasto bianco che oggi appariva solo in alcune parti.
Chiesi a Douglas di andare a vedere i templi da vicino. C’era ancora molto caldo e presi dalla valigia un cappello a falde larghe bianco per riparami dal sole. Ci fece da guida un ragazzino svelto di circa dieci anni. Non un solo indumento che indossava era stato comprato o cucito per adattarsi a lui. Ai piedi aveva degli enormi stivali da donna che portava senza calze, così tante taglie più grandi del suo minuscolo piede che rischiò più volte di perderli. I pantaloni erano stati tagliati e lasciavano le gambe magre e scure scoperte ed erano tenuti su da una lunga corda passata più volte intorno alla vita.  Una maglia multicolore che gli arrivava sino alle ginocchia e un gilet dai bottoni dorati completavano il suo bizzarro vestiario. 
Lo seguimmo con passo veloce lungo un sentiero tagliato nella roccia che portava in fondo alla pianura dei templi. Lungo la via incontrammo un gruppo di turisti tedeschi frettolosi che si stavano avviando verso la sala più arieggiata dell’Hotel des Temples per fare colazione. Raggiunsi i templi sotto braccio di Douglas accaldata e stanca. Un venditore d’acqua annunciò gridando il suo commercio con semplicità.
«Acqua, acqua fresca.»
L’acqua era portata in enormi brocche di terracotta porosa, di modo che il trasudare costante mantenesse il contenuto meravigliosamente fresco. Douglas comprò due bicchieri di acqua fresca in cui il venditore aggiunse una o due gocce di limone per soli due soldi. Il ragazzino si sbracciava da lontano: aveva fretta di giungere alla meta e accompagnare altri turisti.
Giungemmo davanti a due piccoli promontori dove sorgevano due templi. Erano incastonati nella roccia e le loro maestose colonne si slanciavano verso un cielo di un azzurro incredibile.
«Ecco il Tempio della Concordia», disse con orgoglio quella birba di ragazzino.
Una bellezza unica. Un trionfo della grandezza greca. Le colonne esatte, rigide, appoggiate su enormi gradini di tufo giallo, convergevano verso dei capitelli semplici. E su essi si appoggiavano lastre fregiate e lastre non scolpite. Esclamai esaltata.
«Come ha potuto l’uomo realizzare questo!».
C’è qualcosa di tragico nello scenario della valle dei templi di Girgenti, qualcosa di misterioso.
«Rimarrei ferma ad ammirarlo per sempre», continuai rivolta a Douglas che mi baciò.
«Alcuni luoghi, come alcune persone, comandano il rispetto, mentre altri generano amore.»
«Da quel lato invece c’è il Tempio di Giunone», ci disse sfrontatamente la nostra piccola guida.
Sull’altra roccia si ergeva il Tempio di Giunone, più rovinato di quello della Concordia ma altrettanto bello. Le colonne erano mutilate e la sua forma spezzata in più parti. Forse i due templi erano stati edificati in maniera simile, come due gemelli, viste le dimensioni e lo stile.
«Che meraviglia!», esclamai lasciando il braccio di Douglas e sfiorando le colonne. Mi sedetti su uno degli alti scalini e mi accorsi di essere a circa quattrocento piedi sopra del mare. Sotto di me si apriva un profondo precipizio con frammenti sparsi del tempio e delle antiche cinta murarie.
«Quelle colonne in fondo invece sono i resti del Tempio di Castore e Polluce»,  concluse svelto il birbantello porgendo la mano per richiedere il dovuto.
Douglas gli porse i tre soldi e insieme ci avviammo a vedere il tempio del quale non restavano che quattro belle colonne e un pezzo della cornice del tempio di Giove. Il tempio doveva essere stato un tempo un colosso: adesso era ridotto a pochissime informi rovine.
Per raggiungere il tempio di Ercole e di Giove ci servimmo di un piccolo calesse preso a noleggio. Fu un’impresa arrivare sani e salvi alla meta. L’antica via scoscesa e impervia faceva balzare la carrozzella a ogni passo. Attraversammo una parte della valle in un paesaggio lunare, desolato.  La terra arida, senza un filo d’erba né un arbusto, si allungava verso la costa pietrosa, verso il mare e il porto della città. I due templi si stagliavano superbi nell’aria intorno la singolare contrada delle miniere di zolfo.
Il tempio di Ercole, il più antico, rimaneva su una collina distanziato dagli altri di circa un chilometro.  Ci apparve d’un rosso fuoco. Era la luce intensa del sole che lo illuminava da dietro. Anche se meno intatto del tempio della Concordia, mi diede l’impressione di rivivere l’Olimpo degli dei conosciuti poeticamente nelle mie letture. Sebbene nessuna colonna fosse rimasta ritta, le mezze colonne rovesciate e il Telamone ricomposto e steso a terra davano l’idea della grandezza originaria del Tempio di Giove.
Seduti su una grossa pietra io e Douglas, sorpresi davanti a tale bellezza, ci abbandonammo agli istinti dei nostri sensi e alle tenerezze delle nostre anime.

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