Libro dei dispersi e dei ritornati

Libro dei dispersi e dei ritornati - Lea BarlettiLibro dei dispersi e dei ritornati

di Lea Barletti

 

Immaginate che le vostre foto – quelle che avete deciso di consacrare in qualche modo alla memoria su uno strato di pellicola – finiscano nelle mani di terzi, di quarti, di quinti, per ripiombare poi impotenti in un gigantesco baule di legno nell’officina di un rigattiere. Immaginate un passato che non c’è, che si annulla, che si consuma all’altezza dei lembi per perdersi un’impronta alla volta, figlio di figli mancati, di traslochi infelici, di amori distrutti. Immaginate l’oblio, la negazione, il non esistere. Immaginate che una mano, per quanto esile, risollevi dal baule quello che è rimasto di voi per ripristinare, raddrizzare, ripopolare il cimitero nel quale eravate vostro malgrado scivolati. È questo che fa Lea Barletti nel Libro dei dispersi e dei ritornati (ma ritrovati, vorremmo dire, modificando di poco l’iscrizione): dodici foto salvate da naufragi per undici storie immaginate ad hoc in un’operazione che si svincola dalla ricostruzione dell’inchiesta giornalistica per abbracciare quella riabilitazione umana affidabile al solo processo scrittorio. 

Scatti umani, quelli scelti, pose quotidiane, abitate da una prospettiva, per stessa ammissione dell’autrice, straniera, e dunque capace di scorgere per inclinazione tutto quello che si muove oltre l’usuale campo visivo. Da qui le figure barlettiane, fatte di personaggi interni in perenne stato d’attesa o di razionalizzazione del passato, studenti regolari che aspirano all’esercizio della pazienza dinanzi all’altrui dimenticanza e rimozione, nel sottofondo di un’aspirapolvere che ingurgita inutilmente granelli di sabbia dalla spiaggia di fronte casa, nella ricerca di un Godot che non è chiamato, in fondo, a presenziare, giacché tutto quello che doveva succedere si è già innescato nei polmoni, nelle ossa, negli stomaci di chi aspetta e sospira, calzando scarpe violate da zii dimentichi, incrociando piani temporali sempre altri e sempre diversi entro vite che inevitabilmente si innescano a vicenda. 

È una malinconia morbida, quella della Barletti, che consente alla parola di essere precisa, non frenetica, spolverata, in una necessità di comunicare al lettore – e con il lettore condividere – quegli stati che caratterizzano, a fasi alterne, le stagioni umane, entro una produzione artistica che narra ripopolando, conserva mutando, rivive un ricordo (che pure non c’è stato) salvando, laicamente, tutte quelle ossa mandate al macero, non lapidate e illuminate, lasciate senza identità.

Attori senza nome e a vite altre, eppure attori: se fossi una di quelle foto, ad oggi, sarei grato alle mani che mi hanno pescato dal baule.

 

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