La favola delle stelle

La favola delle stelle - Elisa MantovaniLa favola delle stelle

di Elisa Mantovani

 

“Raccontami la favola delle stelle” disse Elias, fissando la madre dal lettino. 
“È una storia triste, ce ne sono tante altre più belle e…
“Te la raccontava la nonna e le nonne non raccontano storie tristi” mise su il broncio, sollevando il piccolo labbro inferiore sull’altro e incrociando le esili braccia sul petto simile a quello di un polletto spennato.
“La nonna me la raccontava quando facevo i capricci, proprio come stai facendo tu adesso.” e Anna fece un lungo sospiro ripensando alla giornata appena trascorsa, la fotocopia di mille altre, passata a spaccarsi la schiena in fabbrica.
“Ti prego mamma!” insistette il bambino e le mise la manina sulla sua, abbandonata sul materasso.
Anna rimase con gli occhi socchiusi, con il calore di quella piccola mano che le andò dritto al cuore.
“Va bene” disse sedendosi sul piccolo materasso. Prese ad accarezzargli i folti capelli neri, gli stessi di suo padre come gli occhi: scuri, profondi, pieni di vita. Dovette ricacciare le lacrime nel solito angolo, quello dove le rinchiudeva tutte le volte che Elias era nei paraggi. 
“C’era una volta un villaggio molto lontano…
“In Brasile!” la interruppe subito.
“Sì, in Brasile. Era un villaggio povero, che viveva grazie a ciò che coltivavano…
“Il tuo paese mamma, tuo e dei nonni! Abitavate anche voi in quel villaggio?
“No tesoro. La nonna e il nonno sono venuti in Italia quando io ancora non ero nata. Adesso però cerca di dormire” gli disse. Gli avevano dato il nome del padre di Anna: Elias, un uomo tanto forte e coraggioso quanto testardo, che sarebbe stato fiero del nipotino così simile a lui.
“Le donne andavano a raccogliere il granoturco per fare le pamonhas, le torte e tante altre cose che poi tutti mangiavano… 
“E i pappagalli? C’erano i pappagalli colorati e quegli uccellini piccoli piccoli che sembrano mosche?
“Certo c’erano pappagalli grandi così e tutti colorati e gli uccellini piccoli piccoli e tanti altri animali, come quelli che sono sul tuo libro di scuola.”
“La maestra ha detto che sono allo zoo, dentro le gabbie. Non è giusto. Io non ci starei mai in una gabbia, mi verrebbe male al sedere a forza di starci seduto dentro” e sbuffò. Anna sorrise amaramente continuando ad accarezzargli il capo.
“Credo sia nella natura dell’uomo cercare di chiudere in gabbia tutto ciò che possa sfuggire al suo dominio. Lo fa anche con i suoi simili sai?” gli disse ma Elias rimase a fissarla, senza capire e riprese a raccontare.
“Un giorno le donne partirono verso il campo di granoturco e insieme a loro volle andarci anche un bambino del villaggio. Si diede un gran da fare nel raccogliere le pannocchie solo che di nascosto prendeva dei chicchi e li metteva dentro una canna di bambù”
“Ladro” disse Elias in un sibilo. 
“Eh sì. Lui voleva farne una torta da mangiare insieme agli altri bambini, senza condividerla con gli adulti. Così, quando ne raccolse abbastanza, corse verso il villaggio senza farsi vedere. Andò dalla nonna, che gli voleva tanto bene, e le chiese di preparare una torta con i chicchi che aveva portato. La nonna la preparò e lui la mangiò insieme ai suoi amichetti. Quando le donne tornarono dal campo di granoturco e gli uomini da quelli del tabacco, i bambini ebbero paura. Gli adulti li avrebbero puniti per il loro egoismo. Allora presero ad arrampicarsi su di una fune, che uno di quegli uccellini piccoli piccoli aveva legato al cielo. Le donne iniziarono a cercare i propri figli e una di loro si accorse di quello che stava succedendo, vedendoli aggrappati lungo la corda appesa al cielo. Terrorizzate presero a seguirli, arrampicandosi a loro volta, chiamandoli, scongiurandoli di scendere. Ma i bambini, che avevano la coscienza sporca, sapevano che una volta scesi sarebbero stati puniti e così continuarono a salire e salire. L’ultimo della fila era il bambino che aveva rubato i chicchi e, preso dal panico, con un piccolo coltellino che teneva nei pantaloncini tagliò la corda e le mamme rimasero a terra, mentre loro raggiungevano il cielo. 
Per punizione quei bambini vennero trasformati in stelle, costretti per l’eternità a guardare la sofferenza che avevano procurato alle loro mamme.” Anna guardò Elias: aveva gli occhi chiusi, il respiro lieve, si era addormentato.
Si stirò la schiena e, in quel preciso istante, le lacrime intrappolate riuscirono a sfuggirle, rigandole il volto. Pensava a suo marito Giacomo, morto durante una rapina. Gli avevano sparato senza alcuna pietà, lasciandolo sul pavimento della banca non appena era arrivato con la sua pattuglia, mentre i ladri se ne fuggivano via col malloppo: diecimila euro, tanto valeva la vita di suo marito.
Era passato un anno e ancora non se ne capacitava, non avrebbe mai potuto capacitarsene: poteva solo andare avanti, come un mulo legato ad una macina, andare avanti per Elias.
Andò in cucina, aprì l’acqua del lavello e prese a bagnarsi il viso.
Intravide un movimento con la coda dell’occhio: c’era qualcuno vicino alla casa.
Si avvicinò alla finestra spalancata col cuore in gola: una figura indistinta stava appoggiando una scala al grosso tiglio che si trovava proprio nel centro del cortile, una figura piccola, minuta. Anna sforzò gli occhi nella penombra e capì: era Elias. Aveva finto di dormire ed era uscito dalla finestra della sua cameretta.
“Cosa stai facendo?” disse correndogli incontro. Il bambino si girò di scatto, gli occhi sgranati per la sorpresa e la paura.
“Non arrabbiarti” le rispose e, in quel preciso istante, la scala cadde a terra in uno schiocco che ad Anna parve arrivarle fino alle ossa.
“L’ho messa per papà. Stasera ci sono le stelle cadenti e forse riuscirà a venire giù dal cielo, tornerà da noi!” e si chinò, cercando a fatica di risollevare la lunga scala. “La metto qui, così non si farà male: è una scala lunga questa, scenderà da qui” e la scala ricadde a terra.
Anna si chinò a sua volta e aiutò il figlio a sollevarla.
“Non doveva correre dietro a quei ladri. Se fosse rimasto a terra invece di seguirli sulla fune adesso sarebbe qui.” disse Elias trattenendo a fatica due grosse lacrime.
“Il tuo papà ha dovuto farlo tesoro.” riuscì a dirgli, la gola stretta in un nodo.
“Ma doveva sapere che poi avrebbero tagliato la corda con lui in mezzo. Lui si è arrampicato per prenderli ma dietro di lui è salito quello più cattivo di tutti che ha tagliato la fune per impedire agli amici di papà di raggiungerli. Proprio come nella favola.” singhiozzava e spingeva la scala sull’albero.
Anna rimase senza parole davanti alla profonda, disarmante purezza di suo figlio.
Lo attirò a sé e lo strinse forte.
“Il tuo papà non può scendere. Lui deve rimanere lassù, per impedire che i cattivi riescano a scappare via.” disse e subito Elias si scostò.
“Ma lui deve tornare qui! Così tu non piangi più e non devi stare tutto il giorno a lavorare e poi… poi vedi? Certe stelle cadono, tornano a casa, possono farlo, perché lui no?” e prese a indicare il cielo carico di occhi luminosi.
“Perché loro non devono proteggere nessuno” gli disse ed Elias si ammutolì. Gli mise una mano sul piccolo petto, proprio sopra il cuoricino che sentiva battere forte attraverso la maglietta, poi mise l’altra sul suo di cuore, che batteva altrettanto forte.
“Il tuo papà è andato in cielo ma una parte di lui è rimasta qui, nei nostri cuori
“Ma non lo vedo, non posso parlargli. Io voglio che torni giù!” e sbatté un piede a terra.
“Tu puoi parlargli, lo puoi vedere ogni volta che lo ricorderai. Lui ti sente sai, e sente anche me. Ci proteggerà sempre anche se non lo possiamo vedere né sentire
“Allora non cadrà giù dal cielo come fanno le altre stelle?
“No tesoro. Lui dovrà rimanere lassù, da lassù potrà proteggerci meglio, potrà vedere tutto e impedire che ci facciano del male
“Allora mi proteggerà anche da Mario? A scuola mi ruba sempre la matita!
“Certo. Vedrai che lo farà” e sorrise, vedendo il faccino perplesso del figlio.
“Potrai chiedergli ciò che vuoi e lui da lassù esaudirà i tuoi desideri” continuò Anna col cuore gonfio d’amore per suo figlio come non mai.
“Hai ragione: lui deve stare lassù per impedire agli altri di scendere, meglio togliere la scala anzi” disse Elias e diede un calcio al legno che ricadde pesantemente sull’erba.
Fissò il cielo e chiuse gli occhi, mentre Anna iniziò a sorridere, poi a ridere per le parole del figlio. Era proprio come suo nonno: forte e coraggioso.
Quando Elias riaprì gli occhi si buttò sulla sua gonna.
Sollevò il capo, perdendosi nel profumo di sua madre, il profumo più buono che avesse mai sentito e la guardò mentre lei continuava a ridere, poi le disse:
“Il papà ha esaudito il mio primo desiderio! Stai ridendo mamma, desideravo vederti ridere più di ogni altra cosa!” e rimasero così, a ridere e abbracciarsi, mentre sopra di loro una stella prese a brillare più di tutte le altre.

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