Quella

Quella - Elisa MantovaniQuella

di Elisa Mantovani

 

Quasi quasi la chiamo… magari quella ha cambiato idea: Quella. Sarà Quella finché non avrò la certezza assoluta che possa diventare qualcosa di più. Finora questa sorta di scudo mentale mi ha sempre permesso di entrare ed uscire (e non solo in senso metaforico) dalle vite di ragazze che sarebbero state solo un’accozzaglia di problemi.
L’appuntamento è per le quindici e trenta, davanti al caffè Rambaldi; adoro quel bar: lì preparano bomboloni paradisiaci, li gettano nell’olio bollente in una stanzetta che occhieggia sulla grande sala principale e vieni avvolto dal loro odore celestiale, un odore simile solo a quello dei pop corn al burro del cinema.
Adesso sono le due. Immagino si starà preparando, sarà agitata, magari incollata al telefonino con l’amica rompipalle che la mette in guardia propinandole scenari apocalittici… potrebbe farla tentennare, ne conosco diverse di tipe così: invidiose frustrate che non vedono l’ora di appioppare su altre le loro ataviche paure, le stesse che le costringono alla perenne ricerca di un Santo che le sopporti.
L’ultima mi ha dato buca. Dovevamo andare al cinema, a vedere uno di quei film per cui necessiteresti di un controllo immediato della glicemia subito dopo i titoli di coda. Io odio i film d’amore, mi fanno venire bruciore di stomaco. Quella non si è presentata; io ho aspettato davanti alla porta d’ingresso, standomene a guardare la fauna pittoresca che mi sfilava accanto, poi alla fine sono entrato e ho scelto un filmaccio di paura, dove ogni due minuti una tettona urlava senza motivo e l’assassino era più prevedibile della mia corsa mattutina in bagno.
Sparita nel nulla la tipa, ma meglio così: era logorroica, una di quelle fissate con diete e palestra, due cose che per me hanno lo stesso interesse del film sopracitato, ovvero il nulla assoluto.
La chiamo. Il numero l’ho memorizzato e solo adesso mi viene un dubbio: e se non fosse giusto? Avrei dovuto farle subito uno squillo e invece me ne sono rimasto lì, avvolto dalla nebbia a mo’ di Humprey Bogart in Casablanca, con lei che saliva sull’autobus e spariva in quella specie di scatola gigante per sardine.
Suona: bene. Al terzo squillo inizio ad innervosirmi: dovrebbe rispondermi subito, dovrebbe essere lì col cellulare sempre a portata di mano e invece ancora niente.
Finalmente risponde e…
“Pronto” una voce che mi lascia spiazzato: non è la sua, questa è più stridula, sembra la voce di una bambina. Sta’ a vedere che mi ha dato un numero falso quella str…
“Pronto?” ancora e allora rispondo.
“Salve.” Salve: che cavolo sto dicendo? Manco stessi telefonando ad un call center. Sono nervoso e la cosa non mi piace.
“… cercavo Federica” dico sforzandomi di pronunciare quel nome, sperando soprattutto che sia quello giusto.
Dall’altra parte silenzio. Percepisco un rumore in sottofondo, forse il brusio di una televisione accesa.
“Mamma!” urla la voce sgradevole e mi perfora il timpano. Mamma? Rimango pietrificato. Non è possibile, mi dico, no, ci deve essere un errore: Federica ha ventidue anni, vive con i genitori, studia filosofia e ha un gatto con uno di quei nomi insulsi tipici da gatti pucciosi. L’unica volta che mi ha accennato al discorso figli mi ha detto che per adesso non ne vuole sapere, troppo giovane per sfornarne uno: non può essere lei, a meno che mi abbia mentito.
Sento una serie di strani suoni, come se il cellulare venisse sbattuto più volte su di un tavolo e poi passato sotto lo scroscio di un rubinetto aperto.
“Pronto” una voce diversa, simile a quella di Quella, molto simile ma più roca.
Non so che dire, vorrei riagganciare ma invece me ne esco con un:
“Ciao, sono io… sono Gianluca” e già mi aspetto la risposta: guardi che ha sbagliato numero mi sa.
Niente: nessuna riposta per alcuni secondi. Sento la bambina che ha risposto prima dire qualcosa in lontananza, sembrano parolacce, ma forse mi sbaglio.
“Come ti permetti? Come osi!” urla Quella alias Federica. Dalla sorpresa mi cade quasi il cellulare di mano e quella continua:
“Schifoso che non sei altro! Lo sai vero che la pagherai cara, molto anche! Pensavi di fare il furbo eh? Scappare di casa lasciandomi nella merda… schifoso maledetto. Sei sempre stato un incapace, un perdente, maledetto il giorno che sono venuta all’appuntamento!” è scatenata, non riesco a dire nulla e non riesco nemmeno a riagganciare: questa situazione a dir poco grottesca inizia quasi a divertirmi.
“Credo ci sia un errore” dico e inizio quasi a sogghignare ma lei subito riprende.
“Certo: TU! Tu sei un errore vivente, capace solo di fare danni agli altri e a te stesso. Ma se credi di venire a piangere qui, adesso che non hai più niente ti sbagli! Lo so che fai la vita da barbone, me lo hanno detto: ti hanno visto in stazione come un topo di fogna a chiedere soldi. Mi fai schifo, sei una vergogna per me e per Carlotta!” urla talmente tanto forte che sento vibrare il timpano.
“Mi spiace ma… “ cerco di dirle, anche perché improvvisamente ne ho abbastanza di questa telefonata assurda. 
“Lo so che ti dispiace, ma ti dispiace perché adesso sei solo e lo sarai per sempre. Non c’è giorno che Dio mandi in terra che non ti maledica, tu e i tuoi bomboloni!” bomboloni? Quella parola mi cristallizza.
“I bomboloni, quelli del caffè Rambaldi?” le chiedo senza nemmeno sapere il perché.
“Soffri di amnesie? Mi ci hai portato per quasi un anno, ci venivo solo perché speravo mi portassi poi per negozi… povera cretina che ero! Solo a vederne uno adesso mi viene la nausea sai?! Tutto quello che mi ricorda la tua faccia mi fa schifo. Per fortuna Carlotta non ti assomiglia minimamente e sai perché? Lo vuoi sapere?” fa una pausa ad effetto e sgancia la mina “Perché non è tua figlia! Mi sono scopata il tuo amico, il tuo caro, inseparabile amico, quello con cui andavi sempre fuori al venerdì sera e che mettevi sempre prima di tutto il resto. Non te ne sei nemmeno accorto e questa è l’unica, grandissima soddisfazione che ho avuto nei tuoi confronti!”
“Il mio amico?” sussurro e mi viene subito in mente Andrea. Ci conosciamo dal liceo e lavoriamo insieme da tre anni nella stessa ditta.
“Esatto: il tuo carissimo Andrea!” dice e a quel nome il mio cuore prende a galoppare furiosamente.
Non ha senso, penso, che cavolo sta succedendo?
“Dovevo chiamarti e darti buca allora” continua lei “Magari il destino avrebbe fatto il suo corso e non mi avresti rovinati la vita!” è rabbiosa, non ho mai sentito tanta rabbia in tutta la mia vita.
“Non capisco” balbetto, riferendomi a quella strana telefonata. Invece lei riprende.
“Lo sai benissimo a cosa mi stia riferendo. Alla menata che mi hai fatto per anni, dicendomi che se non fosse stato per me saresti morto… dicevi che ti avevo salvato la vita, che eri indeciso se venire da me o andartene a casa del tuo amichetto ricordi? Ci sei venuto purtroppo… dicevi che la tua vita sarebbe stata per sempre mia. Eri così bravo a raccontare palle e io così stupida da crederti!”
Sto sudando, solo adesso me ne rendo conto, come a scuola quando l’insegnante faceva il mio nome per l’interrogazione e io non sapevo un fico secco.
“Senta signora, lei si sta sbagliando e…” dico; voglio chiudere, sono quasi le tre e me ne sto al telefono con una pazza mentre dovrei pensare solo a Quella, che sembra la donna con cui sto parlando adesso: la cosa inizia a spaventarmi.
“Mi sono sbagliata eccome! Ricordati solo una cosa: col destino non si scherza. Tu hai giocato col mio e adesso ne paghi le conseguenze. Saresti dovuto crepare dieci anni fa… ma sei già morto, sì, sei morto ma non vuoi rendertene ancora conto. Non azzardarti mai più a chiamare, altrimenti ti spedisco a marcire in galera!” clic.
Rimango col cellulare attaccato all’orecchio, rintronato dalle urla di Quella donna, che sembra provenire da un futuro in cui io ero suo marito, scappato di casa, cornuto e mazziato, costretto a fare l’elemosina in stazione… ho i brividi. Mi sembra di essere in un episodio di “Ai confini della realtà” eppure è tutto vero, ho sentito la voce di Quella perché era lei, ne sono certo e la cosa mi atterrisce. No, è una coincidenza, una mera, assurda coincidenza mi ripeto mentre cerco di calmarmi. Quanti frequentavano e frequentano il Caffè Rambaldi? Ma sì, la maggior parte dei ragazzi si dava e si da appuntamento in quel posto:  mi sto facendo troppi viaggi mentali e soprattutto ho visto troppi telefilm.
Sono le tre e dieci: me ne sono stato chiuso in bagno fino ad ora, seduto sul water a pensare ripensare alle parole di quella donna. Più ci penso e più mi viene l’ansia. 
Che sia un segno del destino? Sta’ a vedere che non devo andare all’appuntamento, che se ci andrò fra dieci anni mi ritroverò a fare il barbone ai margini della città, cornificato dal mio migliore amico e con una figlia (non mia) che dice parolacce peggio di uno scaricatore di porto.
Mia mamma diceva sempre che bisogna ascoltare i campanelli d’allarme, quei segnali che chissà chi manda e che nessuno di solito ascolta, ritrovandosi poi in braghe di tela quando è troppo tardi per tornare indietro.
Le tre e venticinque: sono ancora in bagno; dovrei lavarmi, cambiarmi e raggiungere il centro. Non ce la farò mai in cinque minuti. Non ce la voglio fare a dire il vero.
Credo che per qualche strana ragione mi sia stata data una possibilità: deve essere così. La possibilità di scegliere il mio destino: non posso ignorarla, sarei uno stupido.
Ne sono ormai convinto è troppo strana come coincidenza, sembra più un presagio.
Non andrò all’appuntamento, ho deciso. Ho scelto di ascoltare il campanello d’allarme che ha iniziato a strimpellare nella mia testa dalla fine della telefonata. Una parte di me non fa che darmi del coglione, mi sprona ad uscire e ignorare quello che ho sentito. “Suggestione, solo suggestione. Ti lasci scappare un bocconcino così solo perché credi a certe cretinate. Sii realista e vai all’appuntamento, dai, che aspetti?” continua a dirmi una vocina nella testa ma la metto a tacere tirando lo sciacquone.
Non ci vado, punto e basta. Non me la sento più. In fondo con Quella ci ho parlato sì e no otto, nove volte mentre aspettavo l’autobus. Mica le ho fatto una promessa di matrimonio.
Cancello il numero di Quella (le memorizzo così: Quella1, Quella2 e così via), spengo il cellulare e lo infilo sotto il cuscino. Me ne sto sul letto, a rimuginare ancora poi mi viene in mente Andrea: a quest’ora sarà in casa e una birretta con lui non potrà che farmi bene. Non fa mai storie quando gli piombo in casa senza avvertirlo, non lo farà nemmeno oggi.
Ritorno in bagno e mi lavo il viso: sembra che mi sia appena svegliato e, forse, è proprio così. A quel pensiero sorrido, sono convinto di essermi risparmiato una gran bella fregatura con Quella anzi, ho intenzione di appendere la mia maschera da seduttore al chiodo per un po’. 
Mi infilo i jeans e prendo il giubbotto, sorridendo tra me e me come un’idiota: me ne rendo conto, ma è più forte di me.
Sono le tre e quarantacinque. 
A piedi ci metterò circa mezz’ora ad arrivare da Andrea, ma ho voglia di camminare, l’aria fredda mi aiuta a non pensare. Il cellulare l’ho lasciato a casa: non voglio più sentirla Quella, voglio solo passare un pomeriggio a dire cretinate col mio amico e…
Un tonfo, un suono spaventoso, sopra la mia testa. Qualcosa mi schiaccia a terra, non vedo più nulla, non sento nulla. Piano piano un ronzio, poi una sorta di fischio e le mie orecchie percepiscono urla, tante urla.
Adesso riesco a vedere, anche se mi sembra di avere una patina davanti alla retina: vedo il marciapiedi, la mia mano destra e il sangue: il mio sangue. Non riesco a muovere un muscolo, c’è qualcuno che mi dice di non muovermi e vorrei tanto potergli dire che non potrei comunque farlo anche se volessi.
Cosa aveva detto Quella donna? La mia mente si arrampica nei bagliori frammentati che l’attraversano. Aveva detto che mi aveva salvato la vita, che io le avevo detto così: ero indeciso se andare da lei o dal mio amichetto, Andrea, e alla fine avevo scelto lei e mi aveva salvato la vita…
Riesco a girare leggermente la testa, quel tanto che mi basta per capire in parte quello che deve essere successo: un pezzo di un cornicione, ecco cosa mi ha colpito. Deve essersi staccato proprio mentre ci passavo sotto, alle quindici e quarantacinque, quando avrei dovuto essere dentro al Caffè Rambaldi con le fauci affondate in uno dei loro bomboloni e Quella seduta di fronte a me.
Sento una sirena lontana; intorno a me facce, bocche, occhi. Non sento dolore, solo stanchezza, una stanchezza incredibile.
Non si gioca col destino, eh no, penso prima di chiudere gli occhi.
Voglio solo riposare ; lasciatemi stare vorrei dire e lo dico: lasciatemi stare, lo sussurro finché il fiato mi si spegne in gola, mentre l’ambulanza arriva quando ormai il destino ha chiuso i giochi, per sempre.

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