La sintesi di Domka

La sintesi di Domka - Maria PerrellaLa sintesi di Domka

di Maria Perrella

 

Mio figlio Olen ora vive con me, chiuso in se stesso e senza amici, lui colpisce con parole dure: “Puttana! Sei una puttana!” mi ripete.
Sembra una mummia e ogni sera, prima di dormire, mette bacinella piena d’acqua sotto letto: “Viene quasi sempre di notte… ha sete” dice
Aveva diciotto anni, lui era ragazzo normale, quando io giunta in Italia, dieci anni fa. Lasciato con sorella più grande e suo padre, mio ex marito alcolizzato cronico, da lui divorziata. Non più possibile andare avanti con ex ufficiale del disciolto esercito sovietico, dopo guerra in Afghanistan, e due figli da mantenere e far studiare.
Mi chiedete quando iniziata crisi in Ucraina.
Si stava ancora bene fino 1995-96: quando faceva parte della Russia tutti avevano casa e lavoro.
Poi ci è stato cambiamento di moneta con svalutazione totale.
L’Ucraina caduta in crisi tremenda: ci ritrovammo senza soldi da sera alla mattina, e mariti, perso lavoro, si dato del tutto all’alcool. Stessa cosa sta a succedere qui da voi.
Ricordo in famiglia non ci è più nemmeno un soldo e gli uomini, disoccupati, iniziato a bere e le donne avere sulle spalle tutto peso di famiglia da mandare avanti.
C’è lavoro ma non pagano e quello che danno va via in pochi giorni.
Mia paga d’insegnante bastava due giorni con tutte tasse da pagare e allora, come migliaia d’altre donne nella stessa situazione, strappato uno brandello di speranza e andata via.
Qui da voi è facile trovare lavoro da badante o collaboratrici domestiche, perciò in tante ci trasferiamo nel Paese del sole: almeno una per famiglia parte per mandare soldi a chi resta. Sono dieci anni che sto qua, non ho permesso di soggiorno e se vado via poi per tornare ci vogliono quattromila euro. Per telefono i miei familiari, mi dicono – Tu non sai come viviamo qua. –  Vero, io non so com’è adesso mio Paese, ma mi manca neve. L’inverno è lungo e gelido, però si sta bene, metto cappotto e sto bene. Qua voi dite freddo, ma che freddo!
In tutti questi anni sono stata come mia Terra, divisa in due dal fiume Dnieper: per metà attaccata con caparbietà (si dice così?) alle vecchie radici, l’altra metà aperta al nuovo. L’Ucraina è così: una parte orientale legata a cultura e lingua russa, l’occidentale si sente, invece, tutta quanta europea, e Kiev punto d’incontro fra queste due facce opposte. Per quanto me riguarda, non ho mai trovato una sintesi per superare mie due contraddizioni, e non farmi travolgere ancora una volta dall’onda lunga della vita, con imprevedibili approdi in paesi stranieri e ostili.
Ostili sì, perché non posso far finta di niente, quando incontro occhi di donne italiane che in silenzio mi accusano di allacciare con facilità relazione con loro uomini. Usano uguale metro di giudizio nei confronti di tutte, anche di quelle che vivono solo di lavoro senza approfittare compagnia offerta dagli Italiani pronti a porgere aiuto, che significa regali e soldi, in cambio di sesso.
Vi chiedo scusa se sto parlando a voi quasi bisogno a tutti i costi soluzione alle mie domande, anche se so che non ci saranno risposte che cerco. Non potete cambiare lo stato d’illegalità di famiglie che, pur con tanti impedimenti e disagi, cercano di portare avanti il progetto migratorio, magari con figli che frequentano scuola anche loro da irregolari. Voi che a malapena siete in grado di risolvere qualche problema di salute con quattro farmaci che ci passate, figurarsi dare risposta per mettere al riparo l’ansia di quanti devono fare a pugni con vita ogni momento di giornata. A volte mi sembro parte di una rappresentazione di dramma male recitato dove c’è solo sofferenza per gente onesta, i disonesti invece subito ce l’hanno permesso di soggiorno.
Inizio anni novanta, erano poche a emigrare perché non vista bene nella società chi lasciava marito e figli; poi, però, situazione peggiorava sempre più, costo di vita aumentava e i risparmi finivano, mentre saliva il numero di quante trovato lavoro in 
Italia e riuscita a far fronte alle urgenti necessità delle proprie famiglie. In questo modo la voce che nel “Paese del sole” c’è molta possibilità di lavoro per donne, si  diffuse velocemente in Ucraina, soprattutto nella zona occidentale, dove l’industria è poco sviluppata. Solo pensiero di guadagnare 1.000 euro al mese per pulire case e cucinare dava enorme speranza e significare ultima chance per moltissime Ucraine, soprattutto ex dipendenti dello Stato (medici, insegnanti, ingegneri, ragionieri, ecc) e contadine.
Però salari erano più bassi di quanto promesso (circa 400-500 euro al mese) e i lavori più pesanti.
Ora lavoro tanto per dimostrare da paga che sono in grado di mantenere me stessa e i miei familiari, perciò non ho tempo di curarmi. Esce sangue dal naso anche parecchio.
Mi dite di farmi visitare da specialista. 
Non ho tempo, non importa. Se non possibile mettere a posto documenti significa essere invisibili. Ma ieri solo per codice fiscale ho perso un giorno, non ci sono mezzi di trasporto e perdo giornate di lavoro.
Mia signora mi ha detto per telefono: “Se stai male non venire, chiamo un’altra”
Io lavoro da uno anno e mezzo da lei undici ore al giorno, dalle otto di mattina alle sette di sera, faccio tutto, bado anche alla figlia cieca, ora non sto bene, ha detto: chiamo un’altra.                          
Al mio Paese hanno messo una fabbrica italiana, i proprietari sono di Milano, dove si confezionano scarpe Inblu, ma la colla che usa non buona, fa star male, spedisce all’ospedale con sangue al naso per cento euro al mese.
L’Ucraina rappresenta uno dei più grandi fornitori di manodopera femminile per mercato della cura. 
Un Paese spopolato da emigrazione femminile di massa. Nei villaggi rimasti anziani e bambini bisognosi delle stesse cure che noi veniamo a portare in vostre case. I sociologi parlano di “catena della cura”: per ogni donna che parte altre figure femminili, nonne, suocere, vicine di casa o conoscenti, si danno da fare per accudire i figli e i genitori di badanti che vengono a lavorare nel vostro Paese.
Mi chiedete come non ancora documenti a posto.
E io rispondo che non voglio fare cose cattive come avere rapporti sessuali con anziani che mi dicono di fare avere permesso di soggiorno a quelle condizioni. Un vecchio cieco e diabetico mi fece proposta, io rifiutai. A Piazza Vanvitelli una cosa scandalosa: vecchi dai sessanta anni in su… un novantenne mi disse ciao bella. A me che potrei essere la nipote. Al mio Paese questo non si vede. Forse qui sono più liberi di esprimere loro desideri, non so. Vivo per fatti miei, posso permettermelo perché lavoro, non ho a che fare con altre del mio Paese che qui diventano cattive, invece di aiutarci fuori dal Paese d’origine. Ma non è così, sono invidiose e si contendono uomini fra di loro.
Torniamo, però, a mio figlio. Suo padre lo costringeva a bere alcool, mi odiava e gli ripeteva: “Quella puttana di tua madre non torna. Bevi!”.
La sorella, dopo cinque anni che non ci vediamo decide di raggiungermi, e Olen già mostrato i primi segni di malattia: Schizofrenia.
Mio figlio era ragazzo normale quando lasciato. Ora vive con me, a sua insaputa gli metto medicine, ma sta sempre chiuso in casa. Sente voce nella testa ed è convinto che qualcuno viene di notte e beve acqua da bacinella che lui prepara sotto suo letto.
Conduce un’esistenza solitaria, spesso se la prende con me e mi ripete: “Puttana!”.

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