Paradosso della predestinazione

Paradosso della predestinazione - Eugenio MeloniParadosso della predestinazione

di Eugenio Meloni

 

Sono nella mia casa. Stretta stretta, alta, grigia con il tetto spiovente. Circondato dallo scrosciare dell’acqua che cola giù dalla grondaia intasata di foglie secche.
Alla mia porta c’è un fabbro, la porta è circolare. Sembra un oblò ed in effetti lo è perché, ad essere sinceri, siamo proprio sott’acqua.
Il fabbro e venuto ad aggiustare qualcosa. Gli dico che si sbaglia, non c’è niente da aggiustare, non ho bisogno di niente. Lo mando via.
L’acqua continua a venire giù dalla grondaia, si sentono i cigolii del ferro arrugginito che piano piano cede sotto il peso della poltiglia d’acqua e foglie che sta per raggiungere il peso critico. Bussano alla porta. “Maledizione!” grido. Mi infurio, perché non mi lasciano in pace? È un venditore ambulante, un personaggio interessante, capelli arruffati sopra una testa rotonda e lucida, incorniciata da un paio di baffi brizzolati che terminano con due bigodini all’insù. “Vendo macchine del tempo” il suo slogan, in viola su maglietta bianca, stona decisamente rispetto al rosso acceso dei calzini in vista, al giallo canarino della cravatta e al verde vivo delle scarpe.
Mentre guardo questa sorta di arlecchino baffuto la grondaia cede, sento l’acqua che si riversa giù per le pareti, il rumore inizialmente secco, va via via addolcendosi attutito dal letto di foglie depositate sul fondo.
Lo faccio entrare. Gli dico che l’ho fatto solo per cortesia e per rimediare ad eventuali danni che potrebbero essergli stati arrecati dalla mia dannata grondaia. Gli porgo un asciugamano e una tazza di oleoso e vecchio caffè giunto ormai alla sua terza esperienza sul fornello per essere nuovamente riscaldato.
Lui attacca con la sua litania da venditore, poche righe studiate a memoria recitate con voce impostata e impastata dal mio appositamente disgustoso caffè.
Non lo ascolto, sono più concentrato sul mio orologio a muro dove i secondi sono scanditi da un piccolo boia che abbatte la sua ascia sulla testa di un altrettanto piccolo venditore ambulante ( il cui mestiere è esplicato dal minuzioso set di coltelli che espone in una ventiquattrore gialla).
Finalmente lo guardo, voglio dirgli di andarsene, ma lui continua “…si è aperta una nuova frontiera nell’industria dei viaggi nel tempo, le nuove soluzioni studiate appositamente per evitare i paradossi hanno aperto nuovi orizzonti ….”. Ogni tanto si interrompe alzando gli occhi, come per concentrarsi per ricordare il copione, la scaletta o qualunque cosa abbia usato per tenere a mente tutta quella valanga di parole. Non ne posso più, e proprio quando sto per scagliargli addosso la caffettiera con dentro il fondo di quel letale caffè, è allora che stuzzica la mia attenzione: nel suo parlare da attore spuntano tre concetti chiave che solleticano la mia fantasia “tornare indietro…aggiustare…GRONDAIA…”.
Affare fatto, una stretta di mano e via. Sono anche io vittima della masturbante loquacità dei venditori ambulanti. Poco importa, posso finalmente risolvere il problema di questa maledetta grondaia.
Scarto la confezione con voracità buttando da una parte il manuale di istruzioni in 15 lingue, grosso come un vocabolario, ed anche un piccolo opuscolo verde con una grossa scritta rossa in copertina “Teorie riguardo gli effetti dei viaggi nel tempo: breve introduzione al concetto di paradosso”.
Tiro fuori il prodotto. Queste macchine del tempo sono andate via via semplificandosi e questa in particolare sembra essere stata progettata da un designer minimalista: corta, cilindrica con un grosso pulsante su una delle due facce circolari e un piccolo quadrante sull’altra che segnala lo stato di forma della batteria al litio a sedici celle.
Senza indugi, senza aspettare, senza leggere neanche una riga….premo. Un Flash.
Sono nella mia casa. Stretta stretta, alta, grigia con il tetto spiovente. Circondato dallo scrosciare dell’acqua che cola giù dalla grondaia intasata di foglie secche.
Alla mia porta c’è un fabbro, la porta è circolare. Sembra un oblò ed in effetti lo è perché, ad essere sinceri, siamo proprio sott’acqua.
Il fabbro è venuto ad aggiustare qualcosa. Gli dico che si sbaglia, non c’è niente da aggiustare, non ho bisogno di niente. Non ho mai chiamato un fabbro in vita mia, anche se forse dovrei farlo. Lo mando via. Dopo un altro po’ di tempo bussano nuovamente alla porta….è un venditore ambulante.

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