Cuore riflesso

Cuore riflesso - Davide MorresiCuore riflesso

di Davide Morresi

 

«Eccolo qui, il coglione.»
Riccardo trattenne una smorfia e strinse le labbra. Le prime volte gli era sembrata una situazione quasi simpatica. Ora si era stancato di essere bersaglio di insulti gratuiti ogni mattina. Abbassò lo sguardo ma questo non bastò per azzittire il suo interlocutore. «Sei fuggito anche stamattina, eh? Cosa ti passa per la testa? Cosa cazzo pensi di combinare continuando a ignorare l’evidenza? Guardati, sono le otto e già sei uscito di casa. Voglio vedere cosa inventerai anche oggi per ammazzare il tempo. Lo sappiamo entrambi che è impossibile che tu vada già al lavoro.»
Il negozio di suo padre, dove lavorava come Responsabile di Punto Vendita, distava appena dieci minuti di auto da casa sua. Il padre era il fondatore di quel punto vendita come degli altri dodici. “Il tuo punto di riferimento per l’elettrodomestico in Emilia Romagna”, recitava lo slogan della piccola e redditizia catena bolognese.
Il riflesso aveva ragione: il negozio apriva alle nove, i dipendenti arrivavano già alle otto e trenta, ma lui era il figlio del proprietario e poteva permettersi di fare cose che gli altri non potevano nemmeno ipotizzare, come ad esempio non presentarsi mai prima di mezzogiorno. Se oggi fosse arrivato così presto, si sarebbero stupiti e magari qualcuno avrebbe azzardato qualche domanda, a cui non aveva certo voglia di rispondere.
Un altro giorno forse gli avrebbe risposto a tono, ma quella mattina non aveva parole e sperava solo che l’ascensore arrivasse presto al piano seminterrato, nei garage.
«Quando riuscirai finalmente a prendere una decisione e a portarla avanti?» Riccardo sentì montare dentro di sé un impulso rabbioso venato di delusione. Sollevò gli occhi e lo fissò dritto in faccia. Stava per aprire la bocca per ribattere quando l’ascensore si fermò.
«Ciao coglione. Passa una buona giornata.» lo anticipò il suo riflesso allo specchio.
«Vaffanculo.» ribatté Riccardo, mentre la porta scorrevole si apriva.
«Buongiorno a lei…» si sentì dire. Vittoria lo stava guardando con disappunto. Cazzo, che ci faceva a quell’ora nei garage? Poi vide che aveva in mano il carrello con secchio, mocio, scopa e tutto il resto e si ricordò che era giovedì, il giorno in cui avrebbe svolto la sua opera sociale di pulizia delle scale profumatamente pagata sei euro all’ora in nero.
«Buongiorno Vittoria, mi scusi, sto ancora dormendo. Non era mica per lei il vaffanculo, eh! Parlavo tra a me e me.» disse tentennando con un sorriso finto e incerto.
Vittoria lo lasciò passare ed entrò nell’ascensore senza aggiungere altro, sfiorò il touch screen ed attese la chiusura della porta scorrevole.
Ottimo inizio, davvero. Buongiorno Riccardo, sei pronto ad affrontare un’altra giornata di merda?

Viveva in quell’appartamento da tre anni. Si trattava di un piccolo bilocale di appena quaranta metri quadri, ma arredato con stile, in uno dei palazzi più prestigiosi della città. Glielo aveva regalato il padre all’età di diciannove anni come premio per il diploma di maturità.
Riccardo si era laureato in Scienze della Comunicazione a trent’anni. Supponeva che avrebbe appreso tutti i trucchi per far diventare l’azienda di famiglia punto di riferimento a livello internazionale, che avrebbe portato novità eccezionali nella scelta dei prodotti, nella gestione dei volantini, nella scontistica, nelle campagne pubblicitarie. Ora aveva trentacinque anni, ma ai tempi dell’università immaginava party fantastici in locali alla moda di Milano, con la stampa nazionale di settore che si contendeva un invito e i maggiori fornitori in fila per essere chiamati. Ci sarebbero state modelle disponibili e calciatori famosi, che quelli servono sempre per finire sui giornali.
Niente di tutto questo si era avverato. Sulla carta era il Responsabile, ma arrivava a mezzogiorno e se ne andava alle diciotto e non aveva la benché minima idea di cosa facessero i suoi sottoposti. Passava la maggior parte della giornata al telefono o davanti al pc, rimbalzando tra social network e chat di incontri.
Viveva con Manuela da un paio di anni. In fondo si riteneva fortunato: lei aveva un sonno profondissimo, che gli permetteva di sgattaiolare via quasi tutte le mattine senza che si accorgesse di niente. Non quella mattina, però. Quella mattina lo sentì ansimare e soffiare come una bestia in gabbia.
Manuela stava sognando di essere al mare, distesa al sole, su uno scoglio, con i gabbiani che volteggiavano sopra di lei, quando una folata di vento fortissima la trascinò via. Si svegliò di soprassalto, constatando che in realtà non c’era vento: era solo Riccardo che rantolava.
«Amò, che c’hai?» disse.
«Niente Manu, dormi tranquilla.» ribatté Riccardo.
«Stai a soffià come ‘no stantuffo, me so’ messa paura.»
Nonostante vivesse a Bologna da quando era piccola, le sue origini erano inconfondibili, soprattutto appena sveglia. Di giorno si sforzava di parlare un italiano perfetto, perdendo quasi completamente la cadenza romana, che tuttavia, come a prendersi gioco di lei, in alcune occasioni riaffiorava ugualmente.
«Rimettiti giù e dormi, che è presto.»
Manuela si girò dall’altra parte e richiuse gli occhi sperando di recuperare lo scoglio e il sole a picco sulla pelle. Dopo pochi secondi già ronfava, ma lo scoglio rimase chiuso nell’antina dove si era rinchiuso.

Riccardo si svegliò di botto. Spalancò gli occhi in preda al terrore e fu subito vigile. Sentiva un peso sui polmoni, come se qualcuno li stesse schiacciando, e si sentiva sfinito, con un fiatone come dopo un’ora di corsa. Con la faccia rivolta al soffitto, pensava che gli stesse prendendo un colpo. Un suo coetaneo, appena l’anno precedente, era stato ripreso per i capelli in seguito ad un ictus.
In preda al panico chiuse gli occhi e iniziò a respirare profondamente, gonfiando la pancia e svuotandola tutta, contando lentamente fino a cinque, come aveva imparato al corso di meditazione. Cazzo, non passava. “Di nuovo. Inspira lentamente, gonfia l’addome finché puoi. Uno, due, tre, quattro, cinque. Butta fuori tutta l’aria, tutta tutta tutta. Uno, due, tre, quattro, cinque.” Stava per svegliare Manuela, quando il peso sui polmoni iniziò a calare. I mattoncini che uno gnomo dispettoso aveva posato sul suo petto durante la notte, venivano tolti, uno alla volta. Il respiro tornò regolare. Il cuore batteva forte, lo sentiva pulsare nelle tempie e nel collo. Le pompate erano così veementi che ne poteva sentire il rumore nelle orecchie.

“Dove cazzo vado?” pensò. “Quello stronzo aveva ragione, dove me ne vado a quest’ora del mattino?” Con la dovuta attenzione avrebbe potuto entrare senza farsi vedere e rintanarsi nel suo ufficio, ma non aveva dubbi: le chat di incontri si popolano solo dall’ora di pranzo ed hanno il loro picco a metà pomeriggio.
Avrebbe potuto fare un giro in centro, ma non aveva voglia di imbottigliarsi nel traffico.
Tentennò all’idea di cercare una Spa nei dintorni, avrebbe fatto una sauna e si sarebbe rigenerato nella vasca idromassaggio. Dubitava però ce ne fossero di aperte così presto.
Mentre gli AC- DC sbraitavano “You shook me all night long / Yeah you shook me all night long” dalle casse del suo Q5, Riccardo allungò la mano ad attivare l’accendisigari. Estrasse una Marlboro dal pacchetto, attese il click ed afferrò il rocchetto incandescente. Nel rimetterlo a posto, notò il borsone della palestra posato sul tappetino del lato passeggero, solo e triste, inutilizzato, dal giorno prima.
Il programma prevedeva nell’ordine: camminata veloce, corsa leggera, corsa veloce con pendenza, corsa leggera e infine camminata defaticante. Premette start, il display a cristalli liquidi si accese, il timer si avviò, il tappetino iniziò a muoversi e lui a camminare. Una ragazza, a dire il vero un gran bel pezzo di ragazza, due tapis roulant più in là, correva con le cuffiette nelle orecchie, a giudicare dal sudore già da un bel po’, mentre una signora sulla sessantina, alla sua sinistra, sollevava dei pesi da non più di due chili, chiaramente impegnata in una qualche ginnastica riabilitativa. Capì dai rumori dietro di lui che c’erano anche altre persone, ma poche proprio in virtù dell’orario l’orario. I rumori erano distinguibili e scanditi, non come la sera, quando la palestra era piena, e tutte le voci, gli sforzi e le musiche si sovrapponevano confondendosi tra loro. Questa calma in un luogo solitamente frenetico, lo allietava. Alzò lo sguardo verso l’immenso specchio posto sulla parete di fronte a lui, alla ricerca curiosa degli altri presenti.
«Allora? Vuoi deciderti?»
Si bloccò. Il nastro in movimento quasi lo trascinò a terra. Si riprese. Le gambe ripartirono e ritrovò l’andatura. La voce lo aveva preso in contropiede. Non era mai successo che il riflesso gli parlasse da uno specchio diverso da quello dell’ascensore. A dire il vero una volta sì, ma era in casa sua, mica in palestra in mezzo alla gente.
«Cosa vuoi ancora, oggi? Togliti che non è aria.» sbottò.
Il riflesso era immobile sopra il tapis roulant. Tutto dell’ambiente circostante era impeccabilmente speculare, come in ogni specchio che si rispetti, tranne lui. Lui era lì, fermo, con le gambe leggermente divaricate come radici saldate a terra e le braccia conserte, con un’espressione di biasimo negli occhi, mentre il nastro sotto di lui continuava la sua corsa infinita.
«È ora che ti decidi. Quella povera donna che ti porti a letto non merita di essere trattata così e tu lo sai.»
«A parte il fatto che sono cazzi miei, io con lei sto bene. La amo.»
«È per questo che ti scopi le altre, vero? Cosa le dirai quando scoprirà i tuoi messaggi?»
«Non può farlo.»
«Dici?»
Il riflesso non si era mai spinto a tanto. L’unica volta che gli aveva parlato fuori dall’ascensore era stato quando aveva dimenticato il compleanno di Manuela. Come ogni mattina, si era svegliato prima di lei ed era andato in bagno. Mentre si radeva, il riflesso aveva intrapreso uno strano discorso sulle relazioni e sulle ricorrenze, che Riccardo aveva volutamente ignorato, finché scandì: «È il suo compleanno, coglione!»
Riccardo si era scaraventato fuori di casa in un secondo. Aveva chiamato la solita agenzia viaggi e aveva fissato volo e hotel per due a Barcellona per il fine settimana seguente. Dopo aver prenotato nel migliore ristorante di pesce di Bologna, le aveva inviato un messaggio: “Ci vediamo questa sera alle 20 da Franco. Buon compleanno amore mio.” E si era salvato.
Questa volta il riflesso gli parlava da un nuovo luogo, per di più pubblico, fottendosene degli altri. Riccardo si voltò verso la bionda preoccupato, ma quella sembrava non essersi accorta di nulla.
«Dico.» rimarcò il riflesso. «Faresti bene a muoverti, perché sta per svegliarsi e non credo ci metterà molto a trovare il tuo telefono sul comodino. Puoi immaginarti da te il seguito o sei così stupido da non arrivarci? Si sa: la curiosità è donna…»
Riccardo impiegò qualche secondo a vincere la sua naturale ritrosia nei confronti del riflesso. Lo stava aiutando. Si era esposto in palestra perché si trattava di un’urgenza, gli stava dicendo che il suo telefono era bello e lindo lì, sul comodino, pronto all’uso. Accomodatevi gente! Avete bisogno di fare una telefonata? Ah no?! Magari avete bisogno di cazzeggiare un po’ su Facebook? Nemmeno? Oppure sentite il bisogno di leggere un mucchio di sms, messaggi su Whatsapp, su Messenger, e-mail? Sentite forte questo bisogno di farvi una vagonata di cazzi miei? Avanti! Accomodatevi! Avete bell’e pronto uno smartphone nuovo nuovo di ultima generazione che non attende altro di essere rivoltato da cima a fondo.
Aveva preso quel telefono appena il giorno prima, tra gli ultimi arrivati in negozio. Si maledisse per essere stato doppiamente stupido: primo perché avrebbe dovuto inserire un blocco schermo, secondo perché non avrebbe dovuto dimenticarlo a casa.
Scese di scatto dal tapis roulant. Arrivò all’armadietto maneggiando la piccola chiave come se fosse un coltello affilato. Stava tremando. Armeggiò con il lucchetto, riuscì ad aprirlo con qualche difficoltà, recuperò chiavi e portafogli, lasciando lì tutto il resto e si fiondò in auto. Percorse i pochi km che lo separavano da casa sgasando di continuo. Il traffico lo stava rallentando troppo. Accompagnato da un uso spropositato del clacson, si infilò a razzo in tutte le rotatorie rischiando più volte lo scontro con altre auto. Dare precedenza era da perdenti. La strada da percorrere era poca ma a lui sembrò l’intera A14. Parcheggiò tra lo stridio delle gomme, occupando due posteggi e saltò dal sedile lasciando lo sportello spalancato. L’ascensore era già lì. Una fortuna ogni tanto, almeno. Ad ogni numero di piano che si accendeva sullo schermo il suo cuore aumentava il battito. L’ascensore si fermò con un leggero sibilo e un tintinnio, la porta scorrevole si aprì, lui si scagliò sul portone di ingresso e digitò il codice segreto nel touch screen della serratura ipermoderna. Il portone si schiuse con uno scatto meccanico e Riccardo potette finalmente entrare.
Era buio. Forse lei dormiva ancora? No. Il letto era vuoto. Il telefono era ancora lì, sul comodino. Fiuuu… è andata bene. Sei sicuro? La sua posizione… lo avevi lasciato così? Sì. No. Riccardo non lo sapeva. Ricordava di averlo lasciato sul comodino ma non in che posizione. E se lei lo avesse preso, avesse scoperto tutte le sue malefatte e poi lo avesse riposato lì? No, improbabile. Ma pur sempre possibile.
Udì un fruscio. Era pioggia. No, era la doccia. Michela era sotto la doccia.
Si affacciò in bagno. Poteva vedere i contorni offuscati del suo corpo longilineo dietro il vetro della doccia.
«Ehi, ciao.»
«Ciao amò, che ce fai a casa?»
Non dava segno di essere stupita, né arrabbiata. O si sbagliava?
«Mah, niente, ho dimenticato il telefono e mi serve al lavoro. Esco subito.»
«Ah. Vabbè. Torni presto stasera? C’ho voglia di taaante coccole. Ti prego ti prego ti prego.» No, non era arrabbiata, decisamente. Era tutto ok.
«Ci provo.»

Il ritorno in palestra fu ben più calmo. La sua andatura sostenne perfettamente i sospiri di sollievo continui che si era concesso durante la guida. Passata la voglia di qualsiasi attività fisica, avrebbe solamente recuperato le cose lasciate nell’armadietto e si sarebbe rilassato con una lunga doccia.
Quando arrivò gli spogliatoi erano vuoti. Svitò la manopola e godette del caldo getto di acqua sulla pelle. Dopo essersi insaponato velocemente, rimase così, con il respiro che andava lentamente calmandosi nell’attesa di tornare alla stabilità persa. Per essere appena le dieci della mattina, era stata una giornata già troppo impegnativa.
Il riflesso aveva ragione. Cosa faccio io con lei? Sì, è bella, è stupenda. Ma cosa mi dà? Ed io cose le do? Non sono innamorato. Ha ragione, non lo sono. Però non intendo staccarmi da lei. Cosa farei da solo? Certo, ci sono gli amici, le donne, l’alcool, le nottate brave e tutto il resto. Ma poi?
Non riesco a stare da solo, è questa la verità. Chissà cosa ci trova in me? Eppure mi ama davvero. Forse per questo non voglio perderla, magari non troverò mai un’altra che mi amerà così. Oggi ho rischiato troppo, devo stare più attento. Fortuna che il riflesso mi ha avvertito.
Uscì dal lavoro che non erano nemmeno le sei del pomeriggio. Quella sera, come in una sorta di gesto di ringraziamento al destino, decise di fare una sorpresa a Michela. Si fermò nel negozio di fiori all’angolo e comperò un mazzo di rose rosse, quindici per l’esattezza, perché si sa, le rose vanno sempre in numero dispari.

«Michela, sono a casa.»
«…»
«Ci sei?»
Michela comparve sulla soglia della cucina. Con la bocca piena, cincischiò: «Ciao, già a casa?» Le si vedevano delle briciole ai bordi delle labbra. Doveva trattarsi di un cracker. Dopo aver deglutito, ignorando i fiori che Riccardo teneva in mano, aggiunse: «Mi dai il tuo telefono?»
«Il telefono? Cosa te ne fai? Devi telefonare?»
«Forse.»
«Il tuo? Si è rotto?»
«Preferisco usare il tuo.»
Riccardo costruì una risata. «Dai, Michela, non scherzare. Tieni, questi sono per te. Ti amo.» disse porgendole il mazzo, che lei continuò ad ignorare.
«Hai problemi a darmi il tuo telefono?»
«Io? No, ovvio che no, ma non capisco questa richiesta. Per una telefonata puoi tranquillamente usare il tuo. Il nostro patto era che ognuno avrebbe rispettato gli spazi dell’altro e il telefono faceva parte di questo patto, ricordi?» La voce di Riccardo iniziava a vibrare e il suo tono ad acquisire la cadenza della supplica.
«Ho cambiato idea! E quindi?»
«Posso sapere perché? Non puoi cambiare idea su una cosa del genere senza prima parlarmene.»
«Te ne sto parlando ora. Sai, mi crederai pazza, ma oggi ho avuto un’allucinazione.»
«Un’allucinazione? Michela, ma stai bene?»
«Mai stata meglio, Riccardo.» rispose secca.
«A me non sembra.»
«Allora, me lo dai questo maledetto telefono o no?»
«Michela, onestamente continuo a non vederne il motivo. Cos’è poi questa storia dell’allucinazione? Mi fai preoccupare. Forse è meglio che chiami qualcuno.»
«Riccardo, ora siediti ed ascoltami.» lo esortò Michela indicando il divano. Riccardo si sedette. Gli si mise accanto, la gamba destra piegata sotto l’altra, e continuò: «Hai presente questa mattina, quando sei tornato a casa e io ero sotto la doccia?» Riccardo annuì. «Non appena te ne sei andato sono uscita dalla doccia. Ho passato l’asciugamano sullo specchio per togliere il vapore e sai cosa ho visto? Te. Non c’ero io nello specchio. C’eri tu. Te lo giuro. Ho chiuso e riaperto gli occhi più volte perché proprio non ci potevo credere! Ma, per quanto assurdo ti può sembrare, quello eri proprio tu.»
Riccardo iniziò a sudare. Sentiva una ventosa pulsare forte nelle tempie e percepiva nitidamente una bomba in arrivo: era stata appena sganciata dal cacciabombardiere e la poteva vedere precipitare nel suo tragitto diretta verso il bersaglio.
«Il tuo riflesso mi ha parlato, Riccardo. “Controlla il suo telefono. Non hai notato l’ansia nella sua voce quando ti ha detto di averlo dimenticato a casa e di essere tornato a recuperarlo? Controlla il suo telefono.”» continuò Michela con voce stridula.
«Michela, non crederai mica che…»
«Io non credo niente, ma tu falla finita. Voglio il tuo telefono. Ora. O esco da questa casa, e per sempre.»

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