Uno spazio minimo

Uno spazio Minimo - Rosalia MessinaUno spazio minimo

di Rosalia Messina

Una bambina troppo silenziosa

La nostra storia ha inizio nel settembre 1963: Angelica è una bambina difficile; difficile da capire, difficile da amare persino, della cui presenza è difficile godere a causa della salute cagionevole e di una serie di comportamenti sconvenienti, imbarazzanti, che la rendono “strana”. Strana per chi? Certamente per Pietro e Maria, i genitori, che considerano il disturbo di Angelica qualcosa di indicibile, a cui di fatto è negato un nome per paura che il nome porti con sé e concretizzi la patologia. È per questo che in casa Alabiso, questo il cognome di Angelica, si decide ad un certo punto di tacere per cercare di combattere ossimoricamente il silenzio. Come si cresce quando si è considerati un accidente della sorte? Quando si ha bisogno di un’approvazione che tarda ad arrivare e di cui, infine, si perdono le speranze?

Una voce, tante voci

Il romanzo è scritto come una sorta di diario in cui i personaggi prendono la parola, uno alla volta, per narrare la propria versione dei fatti e a quella di Angelica, che si sente sempre incompresa, si affianca quella della madre, che è carnefice sì, ma in fondo anche vittima. E la meraviglia sta proprio in questo, ossia nel fatto che il lettore possa identificarsi e dare una propria chiave di lettura, a volte sofferta come una psicoanalisi, delle vicende che vengono raccontate.
Meraviglioso il passo che riportiamo e che ha come voce narrante proprio la madre:
“La cosa più grave però è un’altra. È che con il tempo io non sono più sicura di capire cosa passi per la testa di mio marito e se sia felice o no. Voleva che tutto in famiglia fosse al suo posto, che io stessi a casa a mettere ordine, cucinare e aspettare lui e i bambini. Certo che io ho fatto del mio meglio, buon Dio, faccio ogni giorno del mio meglio, ma a volte mi sento prigioniera in mezzo alla scontentezza di tutti, compresa la mia.”

Uno spazio minimo

Uno spazio minimo”, un titolo emblematico che racchiude tutta una gamma di sensazioni e di emozioni: il prodotto delle azioni dei genitori, di quelli che dovrebbero essere i più amorevoli e invece sono i più ciechi, sulla mente di una bambina. Un titolo il cui senso si manifesta senza preavviso, come un’epifania, mentre tra le righe si intrecciano, senza mai veramente incontrarsi e mancandosi spesso per poco, le vite dei personaggi del romanzo.
Rosalia Messina ci racconta una storia nostra, una storia di figli, mariti, madri, mogli, di un’intensità talvolta destabilizzante. Destabilizzante perché sperimentabile, perché reale, perché è chiaro che la profondità dell’analisi è frutto di un animo estremante introspettivo e sensibile ai limiti delle possibilità umane. Perché è tosta essere sensibili, così sensibili, senza restarne mortalmente feriti. Rosalia Messina ci parla di quanto è duro diventare se stessi ed accettarlo e del potere della parola, detta e non detta, nell’affrontare i propri demoni e nel ricucire gli strappi del proprio passato, o nel tagliare per sempre i rami familiari uccisi dal silenzio complice o, più banalmente, dalla cecità.
È commovente come l’autrice riesca ad essere “vera” parlando attraverso i suoi personaggi, unendo ciò che normalmente è diviso in quanto appartenente a due mondi diversi. Siamo di fronte ad un romanzo in cui genitori e figli possono parimenti ritrovarsi e, forse, comprendersi meglio.

La scrittura

Uno spazio minimo” si legge da solo. La scrittura di Rosalia Messina è matura, piena senza perderne in fluidità, tant’è che anche nei punti più forti del romanzo, che sorprendono il lettore come un pugno nello stomaco per le affinità con la propria esistenza, le pagine scorrono senza mai un intoppo. Un lavoro senza una sbavatura.

Edito da: Melville Edizioni

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