Una domenica di corsa

Una domenica di corsa - Orazio CozzubboUna domenica di corsa

di Orazio Cozzubbo

 

Ciò che separa il presente dal più prossimo degli eventi rimarchevoli è l’ineluttabile processo di vibrazione dell’anima. Con frequenza crescente all’approssimarsi del fatidico momento, l’essere viene scosso da spasmi emozionali allegoricamente raffigurabili come gli scuotimenti che il pesce comanda alla sua pinna codale per poter avanzare sott’acqua.
Le scosse dell’anima coinvolgono il suo involucro: ed il corpo freme, rabbrividisce, prude; il cuore martella. Le anime sono particelle disperse in soluzione colloidale e le vibrazioni delle une vanno a trasferirsi sulle altre come interazioni elettrostatiche. Si crea agitazione.
L’attesa, la frenesia, l’ansia sono contagiose; si trasmettono.
E quella mattina in paese l’aria ancora fresca fungeva da conduttore. Tutte le anime fremevano perché quella domenica era una delle più attese di tutto l’anno. Nel primo pomeriggio ci sarebbe stato il passaggio della Corsa. Un paese di settemila anime, in perenne combattimento contro la miseria, aveva poche distrazioni al di fuori della fatica del lavoro. Perfino il paesaggio circostante non era d’aiuto: piatto e uniforme. Solo gli alberi spezzavano la monotonia. Ci voleva in quell’inizio di primavera una sana distrazione perché la festa del patrono era ancora lontana, la vendemmia un miraggio, la sagra troppo addentrata nell’inverno. La Corsa quel giorno avrebbe lavorato come delle tronchesi nello spezzare le catene della monotonia. Quella sfida di velocità avrebbe dato risalto internazionale all’insignificante paesetto, la linea rossa sulle mappe del percorso ci sarebbe passata sopra, i giornali lo avrebbero menzionato, forse perché lo stradone sterrato che lo attraversava, spezzandosi ad angolo con la piazza principale a formare una grande L, era abbastanza largo da favorire qualche sorpasso.
Sollecitate dagli uomini entusiasti, le donne del paese stendevano il tricolore ai balconi,in segno di festa e di buon auspicio per gli equipaggi italiani. Il podestà, ingrassato come un vitello, nell’enorme camicia nera, si bardava la pancia con la fascia tricolore legata al fianco con un bel nodo, a lasciar penzolare la parte decorata con lo stemma sabaudo e passeggiava tronfio e sudaticcio per le strade; più per pavoneggiarsi che per controllare che il percorso fosse in regola, le bandiere spiegate e le scollature delle donne piene nella maniera per lui più rassicurante e conturbante. Il commissario di gara, già federale del paese, andava a caccia di pietre e ciottolini e con gli scarponi le scalciava ai lati dello stradone per scongiurare pericolose forature agli pneumatici dei bolidi attesi nel primo pomeriggio.
Quel giorno, sebbene fosse domenica, il desinare sarebbe stato più abbondante alla sera che al mezzogiorno, perché la gola era sopraffatta dalla voglia di veder sfrecciare le auto da corsa e nessuno avrebbe voluto dilungarsi troppo a pranzo, preferendo piuttosto andare a disporsi lungo i lati dello stradone, sui balconi e nella piazza principale per non perdersi nulla dello spettacolo che Sua Signoria la Velocità avrebbe messo in scena di lì a poco.
L’osteria era già aperta, la tenda sull’ingresso accostata, la radio ad alto volume informava passanti e curiosi del piazzamento di ogni equipaggio, degli avvenuti mutamenti di posizioni e dell’incidente che aveva coinvolto la coppia di belgi sulla Delahaye 135CS. Gli uomini si radunavano per far commenti e previsioni o per esprimere strampalati pareri tecnici su vetture che non avrebbero mai potuto guidare in tutta la miserabile esistenza cui il Destino li aveva condannati. Le donne provvedevano alle faccende di casa con la gioia nel cuore; forse per il semplice fatto di vedere una volta tanto mariti e figlioli sorridenti in barba alla miseria che per tutto il resto dell’anno li imbronciava.
Solo una persona non sembrava partecipare al fermento generale: Aldo. Indugiava a letto con la finestra sbarrata, in preda ad un attacco di fotofobia estrema e rifuggiva la luce del mattino per colpa della tristezza che la sera precedente aveva invaso il suo cuore. Aldo amava Ersilia, ma non l’avrebbe avuta. Ersilia, una manciata d’anni più grande di lui, era già moglie di un altro, ma spesso sola in casa perché lui lavorava sulle navi. La chiamavano “la moglie dell’imbarcato” e il marito mancava ormai da quasi due anni. Sola e bella, dalle carni rosee e voluttuose, fertile ma mai fecondata, faceva gola a molti uomini del paese. Aldo la guardava timido, la salutava a malapena ricambiato e la sognava sovente. Troppo magro e pallido era lui per Ersilia e se lo rimproverava amaramente. Mai l’avrebbe avuta, lo sapeva. E ne soffriva. Si abbandonava all’autocommiserazione e con nessuno poteva confidarsi. In verità anche Aldo aveva voglia di uscir fuori sia per veder la Corsa, sia per poter incrociare ancora una volta Ersilia nell’ennesimo famelico sguardo dell’innamorato mai corrisposto. Ma rimaneva chiuso in casa, quasi a voler punire gli altri con la sua assenza, perché essi non comprendevano il suo dolore, e con la segreta voglia che i fratelli o gli amici venissero a tirarlo fuori dal letto e a trascinarlo in un turbine di risate e burle tra gli astanti per la Corsa. E vennero dunque i fratelli, e gli tolsero a forza la coperta di dosso, e lo spinsero a vestirsi in fretta e furia,e la madre gli ficcò in bocca una fetta di pane raffermo inzuppata nel caffelatte: “Mangia che sei magro come un chiodo perdìo!” E si ritrovò in strada, e gli porsero una mezza sigaretta già accesa, e tentarono invano di coinvolgerlo nei discorsi entusiasti per la Corsa. Ma i suoi occhi vagavano tutt’intorno a cercare le giunoniche forme di Ersilia e la sua riccia chioma bionda. Passò un’ora buona prima di scorgerla e la visione tanto attesa fu solo in prima istanza una fonte di gioia per Aldo; durò meno di mezza oscillazione di pendolo e fece subito posto all’incredulità: Ersilia, alle spalle della folla radunatasi in piazza, usciva di sottecchi dalla bottega del salumiere col vestito grigio stropicciato, la mano destra intenta a riallacciare uno degli enormi bottoni blu sul petto e la sinistra ad accomodare il vestito sul poderoso sedere, mentre le gambe a piccoli passi veloci la conducevano tremante sulla via di casa, seguendo il percorso più veloce e rasentando le mura per non essere notata.
Era successo. Dopo mesi di sguardi bramosi, occhiate ammiccanti, occhiolini lascivi e baffuti sorrisi compiacenti, il salumiere aveva assaporato l’aroma delle sue carni ancor tenere. Era un donnaiolo Gino il salumiere. Ersilia faceva la spesa nella sua bottega e lui cercava da sempre di stuzzicarla perché la trovava più appetitosa delle altre conquiste che aveva ottenuto in passato. Era tanto attratto da quel corpo carnoso da sentire l’acquolina in bocca nel vederlo e potremmo quasi dire che più che possederla avrebbe voluto morderla, assaggiarla. La lontananza del marito di Ersilia rendeva più ardimentosi i pretendenti e lei si era ormai abituata ai tentativi di approccio più o meno balordi dei compaesani. Cercava sempre di mostrarsi schiva e indifferente, proprio come faceva con Aldo, il ragazzino rinsecchito. Ma Gino il salumiere era quello più difficile da tenere a freno, nonostante avesse moglie e due figli piccoli. Ersilia cercava di tenere gli occhi bassi per non incrociare lo sguardo di lui, mentre faceva la spesa. E questo fu pure peggio. Perché così facendo gli guardava le mani e i possenti polsi mentre maneggiavano gli enormi coltellacci del mestiere. E un giorno Ersilia quelle grosse mani se le era immaginate addosso e lo stordimento di quella visione, unito all’ennesima provocazione di Gino mentre le porgeva il sacchetto della spesa davanti a due amiconi ridacchianti che se ne stavano in bottega, l’aveva resa goffa e impacciata. Le era caduto tutto per terra e aveva lanciato un urletto di disappunto. Gino era scoppiato in una grossa risata e lei si era sentita stupida e vergognosa. Quella risata in pubblico la aveva indignata e si era ripromessa di non metter più piede in quella bottega, a costo di dover andare a piedi nel paese vicino. Ma un tempo era stato trovato un papiro egiziano nel quale si diceva: “Dio rise e nacquero i sette che governano il mondo. Al primo scoppio di risa apparve la luce. Scoppiò a ridere la seconda volta e apparvero le acque, con successive risate vennero al mondo Hermes, il Destino e Psiche.” E quella domenica Ersilia fu una novella Psiche traviata da Eros che se ne stava in giro annoiato, dal momento che tutti prestavano attenzione a Nike. Fu così che passando per lo stradone Ersilia rispose al saluto di Gino che se ne stava sulla soglia della bottega chiusa al pubblico. Lesto come il peccato, Gino con la mano destra afferrò il gomito di Ersilia e con gli occhiacci scrutò veloce tutto intorno per accertarsi che nessun indiscreto notasse come il ragno catturava la preda a forza e la irretiva dietro l’uscio, presto serrato ad impedirne la fuga. La sorpresa di Ersilia fu tale da non consentirle di trovare parola alcuna in quei pochi secondi che servirono a Gino per catturarla e per lanciarsi a baciare quelle rosee labbra già dischiuse per lo stupore. L’impeto del salumiere era tale da impedire qualsiasi resistenza ed Ersilia venne travolta da una devastante passione che per effetto osmotico Gino le infondeva. Il suo bacio era caldo e sapeva di prosciutto, di olive verdi, di formaggio stagionato, di mostarda piccante. Le mani di Gino erano dappertutto e inarrestabili, curiose, ladre, corsare e depredavano Ersilia di virtù e inibizioni. Poco ci volle perché le sue vesti venissero sollevate e Gino la prese con forza sul tavolaccio di legno un po’ unto di formaggio. Un amplesso violento, brutale, intenso, rumoroso ed Ersilia si sentiva bruciare dentro, totalmente abbandonata alla voluttà.
Nel più totale disordine di vestiario, capelli e pensieri, Ersilia si risvegliava da quella calda esperienza onirica. Incerta e ancora incredula cercava di rassettarsi le vesti e si beccava pure una corposa manata sul suo generoso sedere accaldato da parte di un Gino soddisfatto, spossato e sudato. Il senso di colpa le stringeva già la gola ed usciva da quella bottega-ragnatela per correre a casa senza proferire parola.
Proprio in quel momento Aldo la vide. Ci impiegò un po’ per capire cosa succedeva perché il suo cuore innamorato teneva a freno le cannonate con cui la razionalità tentava di affondare la nave delle sue illusioni. Aldo lo sapeva che Gino era un dongiovanni e sapeva che Ersilia gli piaceva. Sapeva pure che la bottega di un uomo sposato, chiusa in quella domenica consacrata alla Velocità, non poteva ospitare una donna sposata, desiderata e discinta se non per un unico motivo.
Non la gelosia, ma la tristezza si impadronì di Aldo che, già consapevole dell’impossibilità di veder corrisposto il suo amore, vedeva crollare anche l’idea che di quella donna s’era fatto, decisamente troppo ammantata di castità.
A passi lenti e a capo chino si allontanava dalla folla in direzione opposta a quella di Ersilia, usciva dal paese dove lo stradone si restringeva tra le campagne verdissime di primavera. Triste come una madia vuota passeggiava con le mani nelle tasche dei calzoni vecchi del babbo. Con le dita sentiva un buco nella tasca destra. Lo conosceva bene quel buco perché c’era da mesi e nessuno si prendeva la briga di rammendarlo, dal momento che da lì non sarebbe potuto uscir nulla. Perché sempre vuote le tasche di Aldo erano state. Non ci sarebbe tornato a casa per pranzo Aldo. Se ne stava seduto con la schiena appoggiata a un tiglio, con la morte nel cuore e nella testa, perché voleva farla finita con quell’esistenza fatta di buchi e vuoti, nello stomaco, nelle tasche e nel cuore.
Ci siamo, si sentivano in lontananza gli urlacci dei motori che spingevano fuori i bolidi dalle curve oltre il bosco. Tommasino già sorrideva e saliva sulle spalle del babbo per prepararsi a veder meglio il passaggio dei guerrieri della Velocità. I suoi cinque anni di spensieratezza gli regalavano sorrisi festosi e grande appagamento per via del bastoncino zuccherato che il babbo gli aveva comprato quella domenica mattina.
L’elegante ma malinconico verde inglese era il colore della prima vettura al passaggio nello stradone. Era la Bentley tre litri e mezzo dell’equipaggio inglese. Era una vettura coperta, quindi i due uomini a bordo non indossavano occhiali di protezione e mostravano lampi azzurri dai loro occhi concentrati sulla strada. Applausi entusiasti da parte di tutti; applauso timido da parte di Ersilia che si era imposta di uscire e di mostrarsi interessata nella consueta paranoia dell’adultera che non vuol destar sospetti con la sua assenza; applauso goffo di Tommasino felice, che mostrava maggior entusiasmo con i piedi piuttosto che con le mani: inconsapevolmente scalciava sulle clavicole del babbo che lo sorreggeva e costui non mostrava alcun dolore o fastidio nel percepire la felicità del suo bimbo; nessun applauso dalle grassocce mani del podestà, rigonfio delle tagliatelle del pranzo, e mal disposto nel notare un equipaggio inglese in testa alla Corsa. Frenava in ritardo il conducente inglese e, nell’oltrepassare la piazza gremita e festante, scodava leggermente, prima di riprendere ad accelerare lasciando un nuvolone di polvere bianca. Bastò una manciata di secondi per sentir giungere di gran carriera la prima delle Alfa Romeo. Ecco colui che tutti aspettavano: Nino Farina al volante, con a fianco il suo secondo aggrappato allo sportellino della 8C 2300 berlinetta scoperta. Entrambi con i capelli al vento, i volti anneriti come minatori a fine turno, lo sguardo indecifrabile protetto dagli occhialoni di cuoio, le sciarpe nere al collo e una gran furia nel voler raggiungere chi li precedeva. Quegli uomini intrepidi rincorrevano la Velocità sfidando la morte e apparivano agli occhi di quella gente come eroi in combattimento. Urlava forte la 8c italianissima nella sua classica livrea tutta rossa. Rossa come i cuori di quella gente di paese in festa, rossa come la macchia di sugo che il podestà portava a spasso sulla sua camicia nera, rossa come il sangue di un paio di avversari politici che aveva sulla coscienza, rossa come il bastoncino zuccherato al lampone che Tommasino teneva in tasca avvolto nella carta bianca già tutta appiccicosa, rossa come la passione che aveva infiammato Gino il salumiere, rossa come il senso di colpa e la vergogna di Ersilia adultera e soddisfatta da un altro uomo, rossa come il mestruo che ella si augurava giungesse presto a scongiurare il rosso disonore che altrimenti l’avrebbe stretta in un infamante abbraccio cronico.
Applaudivano ed incitavano Farina, spingendolo verso la vittoria e Tommasino indicava al padre il quadrifoglio verde su sfondo triangolare bianco che l’Alfa Romeo sfoggiava sul cofano. E nei suoi sogni di bambino quel quadrifoglio era un’elica che girava con il motore e spingeva l’Alfa in avanti sempre più veloce. Nino Farina frenò per impostare la curva a novanta gradi che svoltava oltre la piazza e, quando sollevò appena il piede dall’acceleratore, uno spruzzo di benzina incombusta venne via lungo lo scarico grigio antracite che percorreva all’esterno l’intera fiancata di quella furia rossa. Appena giunse all’estremità si incendiò in una bella fiammata del colore del sole e mentre qualcuno urlava “carburazione grassa!” e già disquisiva sui dati tecnici, Tommasino si immaginava Nino Farina in groppa a un drago rosso, mosso da un’elica verde con pale a forma di quadrifoglio e sputante fiammate gialle tra fragorosi urlacci.
Uno pneumatico posteriore aveva fatto schizzare una pietruzza sulla gamba di Emiliano il barista e questi esasperava le conseguenze di ciò che non era più di un graffietto e alcuni addirittura giunsero a sorreggerlo e rincuorarlo, manco avesse subito una mutilazione in guerra. Dopo qualche minuto giunsero altre auto a tutta velocità: i francesi della Ecurie Blue su Delage D6 in elegante vernice blu, le due Fiat 1500 cabriolet Viotti entrambe di colore nero con cappottina aperta gialla, i tedeschi su Mercedes Benz 230. Il passaggio della Mercedes grigio ghiacciato ed agghiacciante fu foriero di improvviso silenzio da parte di alcuni. Erano rigidi come manichini i due tedeschi a bordo e nelle loro tute aderenti sembravano più dei soldati che dei corridori. Facevano un po’ paura e il loro passaggio fu come un funesto presagio perché il paese sarebbe stato tra qualche anno attraversato in lungo e in largo dagli occupanti tedeschi in guerra e nessuno avrebbe più fatto festa alla vista di un tedesco.
Di far festa non aveva certamente voglia Aldo, che disperava fuori paese e aveva meditato di lanciarsi contro un’auto in corsa. Scelse l’albero dietro il quale nascondersi: un bel cedro atlantico. L’occasione venne e passò due, tre volte per viltà e per l’intervento dell’istinto di conservazione. Ma poi Aldo si fece risoluto e mentre giungevano la Talbot T150C dell’equipaggio olandese, tallonata dall’elegantissima Maserati 4CS1100 dei compatrioti, già in accenno di sorpasso, Aldo balzò in mezzo alla carreggiata. La sua voglia di esser travolto però non collimava affatto con i sogni di gloria dei guerrieri della Velocità e, mentre la Talbot scartava nettamente verso sinistra accelerando al massimo per avere più trazione, la Maserati frenava di colpo e rientrava seccamente in scia agli olandesi, superando un incolume e ancor tremante Aldo, già ricoperto dal polverone bianco che risaliva dallo stradone. Come uno scemo rimase Aldo, vivo e impolverato, mentre il copilota della Maserati si voltava per maledirlo.
L’eccitazione in paese raggiunse il parossismo quando la Lancia Augusta color amaranto si fermò per la rottura di un semiasse proprio in mezzo all’abitato. Accorsero a dare aiuto per spingerla di lato. E l’equipaggio italo-spagnolo venne rifocillato con lambrusco, fette di salame e gran cucchiaiate di tortellini ricolmi di ragù di maiale. Quei due guerrieri passarono dalla delusione per la triste fine della loro competizione al piacevole conforto di una festa improvvisata, tra quella gente sconosciuta che sembrava volerli ingozzare senza freno.
Quando tutti i veicoli furono transitati, molti cominciavano a ritirarsi nelle proprie case, il commissario di gara scappava al telefono nell’osteria gremita di gente festosa e cercava di comunicare a gran voce l’ordine di passaggio dei concorrenti e i distacchi che aveva rilevato contando i secondi con il grosso orologio d’argento a cipolla.
Trascorsero più di tre ore in cui fu il vino ad impadronirsi della scena tra gli uomini che ciarlavano senza freno. Poi venne il trepidante silenzio nell’ascoltare dalla radio l’ordine d’arrivo della Corsa ormai finita. Alzava il volume al massimo l’oste, girando la manopola della grossa radio di legno un po’ impolverata e una voce gracchiante ma solenne diceva:

Nel tardo pomeriggio di una domenica baciata dal sole, sotto lo sguardo altero ed imperioso del Duce d’Italia, in piedi solenne sulla tribuna bardata di tricolore, si concludeva in tripudio l’attesa edizione della Coppa Impero. Primo al traguardo, riceveva il trofeo dalle mani del Duce e l’abbraccio dei compatrioti, l’asso piemontese Nino Farina, al volante…

Le grida di gioia ed esultanza per quella tanto sperata vittoria dell’Alfa Romeo interruppero inesorabilmente l’ascolto del radiogiornale e comportarono un’ulteriore mescita di vino rosso.
Anche Aldo, che rientrava mesto in paese, aveva capito dalle urla che il risultato era stato quello atteso e se ne rallegrava tra sé. E si rallegrava ancor di più di esser accolto dai fratelli sorridenti con grandi pacche benevole che facevan volare via la polvere che la morte aveva lasciato sul suo abito solo poche ore prima. Lo conducevano a casa a beccarsi i rimproveri della madre per l’ingiustificata e prolungata assenza, lo sguardo di disappunto del nonno e un gran piattone di tagliatelle fumanti che lo avrebbero ristorato. Mangiava con gusto crescente Aldo, man mano che affondava la forchetta nel piatto e si dava in silenzio dello stupido per aver provato a sparire per sempre. Valeva ancora la pena, si diceva, di vivere per far festa con i fratelli la domenica. E tutto sommato quella sera si poteva ancora uscire a passeggiare e scherzare un po’, prima di andare a dormire e prima che il domani giungesse di nuovo a portarsi via l’entusiasmo di una domenica di corsa.

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2 Comments

  1. Lettore esigente

    il titolo prometteva bene, così come l’inizio, però qualche ingenuità rallenta la lettura: avverbi a iosa troppi personaggi uno dopo l’altro, “sunti” premesse, preamboli invece di descrizioni e interazioni o dialoghi (strano che tu non conosca la tecnica dello “ show, don’t tell”) . Devi concentrarti di più, anche se scrivi in terza persona., entrare nel tuo protagonista e viverci dentro per tutta la durata del racconto senza digressioni, sfrondando tutti gli avverbi e descrivendo ciò che vede e vive il protagonista .

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