Thriller storico, romanzo gotico

Intervista a Matteo Raimondi Thriller storico, romanzo gotico

intervista a Matteo Raimondi

 

Dopo aver pubblicato la recensione del suo romanzo d’esordio, “Si spengono le stelle”, edito da Mondadori, abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con Matteo Raimondi per calarci più a fondo nel suo thriller storico, che sta avendo un incredibile successo di critica e pubblico. Matteo, con la disponibilità e la modestia che lo contraddistinguono, ha accettato di rispondere alle nostre domande, e ci ha svelato alcune curiosità sui suoi personaggi e su di sé.

Si spengono le stelle” è un romanzo che ha un’ambientazione storica ben precisa, siamo nel New England, regione coloniale inglese, puritana, nel XVII secolo. Da dove è nata l’esigenza di raccontare qualcosa di così lontano, geograficamente e temporalmente, dalla nostra realtà? 

Avevo il desiderio di raccontare una storia realmente accaduta, e di farlo partendo da un contesto sociale che non fosse così distante, se non altro nei meccanismi perversi, da quello attuale: in questo senso le vicende della famiglia Walcott, e di Susannah in particolare, pur contestualizzate in un mondo lontano dal punto di vista temporale e spaziale, credo possano essere considerate una grande allegoria del nostro tempo. Susannah è una donna che cerca indipendenza, giustizia ed empatia, in un mondo chiuso, pieno di regole severe e spietato. La nostra realtà attuale non è poi così diversa: il mondo ancora oggi è un luogo dove troppo spesso il “diverso” (ciò che esce dai canoni) è emarginato se non addirittura stigmatizzato. Forse le dinamiche sono un po’ diverse da allora, ma il risultato non cambia. Abbiamo tanto da imparare dalla storia umana, e i romanzi storici cercano di fare proprio questo: descrivere il presente attraverso le vicende del passato.

Scegliere protagonisti del sesso opposto è sempre una sfida e anche autori affermati sono caduti spesso in questa trappola, finendo per non arrivare a fondo nella costruzione dei personaggi. (Eppure la tua Susannah sembra viva.) Perché cimentarsi dunque con una donna come protagonista? 

È vero, le donne protagoniste spesso scadono nei cliché, ed è un pericolo insidioso. Ho cercato di fare del mio meglio per spogliare Susannah e Mary (le due grandi protagoniste di questo romanzo) di qualunque stereotipo dovuto al genere e al contesto nel quale esistono. Era importante, considerate le vicende, far sì che chiunque potesse rispecchiarsi nei loro moti interiori. Il mondo femminile poi è affascinante, un terreno fertile pieno di emozioni e sensazioni contrastanti. Per un autore che ama raccontare le emozioni è una sfida troppo intrigante per non essere accettata.

In che modo il tuo vissuto personale è entrato, se lo ha fatto, nella costruzione di “Si spengono le stelle”?

Si dice sempre che c’è un po’ di noi nelle storie che raccontiamo. Forse è vero, ma io cerco di immedesimarmi il meno possibile con i protagonisti e le loro vicende perché credo che farlo sia pericoloso; rischia di portare fuori strada. Senza il giusto distacco nei confronti dei personaggi è davvero difficile far progredire una narrazione, soprattutto quando assume dei risvolti drammatici, o crudi.
Un po’ di me c’è nel messaggio che il libro cerca di lanciare: il mondo è un luogo violento, c’è bisogno di empatia fra le persone.

Senza svelare i colpi di scena che costellano il tuo romanzo,  quanta importanza hanno le radici e quanto queste ci influenzano, spesso senza che ne siamo consapevoli? 

Hanno importanza, ma non dobbiamo dimenticare ciò che siamo: atomi. Agglomerati di particelle infinitesimali che hanno una sola radice comune: l’universo. Noi non facciamo parte di una città, di un paese, di un’etnia, di un genere, ma siamo profondamente legati a tutto-ciò-che-esiste. Non è solo l’idea affascinante e un po’ esotica di una Susannah sognatrice, ma una pulsione costante dell’anima umana, che si riscontra in tante cose, come il bisogno di esprimerci, la nostra capacità di emozionarci, il desiderio di emozionare, la nostalgia che prende il cuore immaginandoci soli e sperduti nell’universo, come esuli. 

C’è qualche autore che, nella tua formazione, ha costituito per te un punto di riferimento? 

Sì, molti. Chiunque voglia scrivere deve leggere tanto. Leggere tutto. I classici sono davvero dei maestri, molto migliori di quanto possa esserlo un professore o una scuola di scrittura creativa: da Eco a Joyce, passando per Faulkner e Hemingway, Conrad, Fogazzaro, Moravia. Pensando ad autori contemporanei sono innamorato delle capacità narrative di King, come molti della mia generazione; invidio l’abilità che ha Manfredi di ricostruire con precisione e fascino i fatti storici; ho amato alcuni libri di Moresco, tra cui l’impegnativo Canti del Caos – segno che per fare buona narrativa non c’è bisogno di prescindere dalla buona scrittura; adoro la poesia in prosa di McCarthy.
Poi ovviamente c’è Eliot. Dico ovviamente perché il titolo “Si spengono le stelle” cita una delle sue poesie più belle,
Gli uomini vuoti. L’uso che Eliot ha fatto del correlativo oggettivo è incredibile.

“E poi?” è la domanda che ogni lettore si pone ad ogni pagina del tuo libro; ora la faccio io a te questa domanda: e poi? 

La vita va avanti veloce mentre per scrivere ci vuole tempo e pazienza (oltre che idee e metodo). Vorrei riuscire a godermi il momento, ma non è mia abitudine accomodarmi sul singolo risultato: Si spengono le stelle è il mio esordio nella narrativa italiana, un esordio oltretutto targato Mondadori, cosa della quale sono molto orgoglioso. Porterò sempre nel cuore questo romanzo, ricorderò sempre la fatica che ho fatto a scriverlo, l’impegno mentale ma anche fisico, la sensazione di vuoto provata alla fine… ma so di non aver fatto ancora nulla. Affinché ci sia un “poi” ho bisogno di liberarmene al più presto ed entrare in altre storie, altri mondi, altri personaggi. Oggi come oggi posso dire che è la sfida più difficile mai incontrata nell’ambito della scrittura.

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