O tutto o niente

O tutto o niente - Annarosa Maria ToninO tutto o niente

di Annarosa Maria Tonin

 

Per anni Mario aveva organizzato i suoi soggiorni romani pensando alle tre ragioni per cui lasciava la Sicilia: la figlia, la moglie, la mania di controllare la puntualità dei mezzi di trasporto via terra.
L’unico sincero dispiacere che provava, fino a stare male fisicamente, era quello di lasciare i suoi cavalli in mano altrui. Mani fidate, certo, ma pur sempre di altri.
I soggiorni romani coincidevano con i periodi in cui la moglie desiderava svagarsi, “perché i cavalli non sono uomini”, la figlia mostrarsi, “perché devo farvi conoscere i miei nuovi amici”, i trasporti comparivano nella cronaca e Mario sentenziava di voler “andare a vedere se i giornali scrivono, una volta tanto, la verità”.
Durante i soggiorni romani, la cui durata variava dai quattro giorni alle due settimane, preferibilmente “in momenti di grande vitalità”, espressione della moglie che voleva significare ‘in occasione di grandi eventi’, Mario si intratteneva con le due donne di famiglia quel tanto che bastava a salvare le apparenze.
La figlia, infatti, chiamata Maria perché la tradizione imponeva il nome del primo figlio, fatto salvo il genere, uguale a quello del padre, se n’era andata presto dalla Sicilia “perché laurearsi in Architettura a Roma è la cosa più logica”. Il suggerimento che Mario propose all’epoca, Venezia, non fu accolto. Maria, se proprio voleva andarsene dalla Sicilia, che se ne andasse a Venezia, “perché la storia dell’arte è logico studiarla lì”.
La preferenza di Mario non aveva, in verità, origini intellettuali. Semplicemente, Venezia era più lontana di Roma.
Secondo lui, la figlia non era venuta bene. Il risultato lo deludeva ogni giorno di più.
Avere una figlia fatua la riteneva la disgrazia più grande che gli fosse capitata. Soprattutto, ella non degnava di uno sguardo i suoi cavalli.
“Sempre con loro stai” gli diceva, guardando sempre verso il basso.
Mario amava guardare le persone negli occhi. “E i cavalli valgono più delle persone”, rispondeva a Sandra, sua moglie.
Mario aveva concluso da tempo che Maria non era sua figlia, nemmeno in senso biologico. Non era possibile. Pertanto, nei suoi soggiorni romani condivideva con le due donne di famiglia situazioni conviviali, limitandosi a ciò che “un onesto gentiluomo è chiamato a fare in questi casi”. Mentire.
Sandra, alla notizia che Maria sarebbe rimasta a vivere nella capitale, si era convinta della necessità di vendere tutto: cavalli, maneggio, masseria, “tutto ma proprio tutto”, per stabilirsi a Roma, “dove ci sono tutti”.
Dal punto di vista di Mario, Sandra non concepiva la composizione in parti delle cose, delle persone, delle situazioni. Li considerava un tutto inscindibile. “O tutto o niente” gli aveva detto, un mese dopo essersi conosciuti. Ingenuo, Mario aveva interpretato quel tutto come fosse lui stesso; molto presto comprese che tutto significava la carriera di lui nell’esercito e, non ultimo, il sempre caro patrimonio di famiglia.
Non sono stato il primo cretino della storia a fidarsi, continuava a ripetere a se stesso. Dare un calcio definitivo al matrimonio non gli pareva il caso, più che altro perché la nausea lo assaliva al solo pensiero del fastidio che gli avrebbe arrecato la furia cieca di Sandra, nel caso in cui…
Dunque, i soggiorni romani erano necessari a stemperare la potenziale furia cieca.
In quelle giornate, tuttavia, Mario aveva imparato a crearsi uno spazio invalicabile. Insomma, si era costruito un edificio esistenziale, che lo poneva al riparo da tutto. Così, anche lui aveva iniziato a ragionare in termini di totalità, dove la totalità coincideva con l’aver imparato a respirare a pieni polmoni anche lontano dai suoi amatissimi cavalli. Naturalmente, la respirazione era diventata autonoma, indipendente, solitaria in modo graduale.
Mentre Maria e Sandra si riempivano di vite altrui, lui si riempiva della sua. Grazie ai trasporti urbani, di cui, col tempo, aveva imparato ad accettare i ritmi, seguendo cadenze che, dopo anni di intima frequentazione, aveva avuto l’ardire di far coincidere con i suoi “moti dell’animo”, come definiva romanticamente la percezione se era giornata da annoiarsi-arrabbiarsi, oppure no.
I libri da cui traeva le citazioni utili ai suoi discorsi, qualunque fosse l’interlocutore, li leggeva solo lui. A Roma provava la maggiore soddisfazione con un oste e per questo un debito di riconoscenza con la figlia ce l’aveva.
Lui e la moglie soggiornavano nella stessa zona residenziale della figlia, dopo che Maria, laureata a pieni voti, ma non in Architettura, aveva iniziato a lavorare per una casa di produzione cinematografica.
Da gentiluomo, Mario non aveva voluto sentire ragioni. Lui e Sandra avrebbero alloggiato in un albergo nelle vicinanze dell’appartamento di Maria. Proprio così, se l’era comprato. E a Mario erano venuti molti dubbi, dato che lui non aveva contribuito. Nella migliore delle ipotesi, si era convinto che sua moglie ci avesse messo qualcosa, ma non glielo aveva mai chiesto. Nella peggiore…
E così, nel corso di un lungo pomeriggio a cercare di capire dove trascorrere la serata, Maria propose la classica cena tipica. Tutto tranquillo. Tutto in ordine. Tutto regolare. Tutto esemplare.
Mario e Sandra scoprirono, come il novanta per cento delle volte, che non sarebbero stati in tre, ma il menu alla carta e la lista dei vini sopirono qualunque interrogativo. Certezze, solo certezze.
Erano sette anni, ormai, che l’oste Edoardo e Mario si consideravano l’uno il miglior amico dell’altro. Già la prima cena servita all’ex ufficiale dell’esercito in congedo e allevatore di cavalli convinse Edoardo a considerare ‘Libro Aperto’, così lo chiamava, il suo toccasana in fatto di autostima.
Mario aveva la fissazione dei nomi. A qualunque essere affidava un nome. Dopo la prima cena, si era trovato talmente a suo agio nella dispensa dell’osteria tipica da disquisire riguardo “l’incredibile discrepanza fra l’elitista regalità del tuo nome, Edoardo, e la promiscua attività professionale che svolgi”.
Niente di classista, per carità. Si erano trovati perfettamente. Amavano le burle e, da buoni intenditori, avevano fondato la loro amicizia burlandosi di se stessi.
Sette anni dopo quella prima sosta in dispensa, la faccenda di Relia non era una burla. Una faccenda che Mario stava tacendo a Edoardo. Da otto mesi. E ora, il tracollo. Almeno così Mario lo viveva. Un tracollo tutto suo, solo suo. La totalità lo aveva seguito tra i suoi cavalli, divenuti ormai una macchia indistinta. La totalità lo dilaniava anche quando pensava di star bene. Senza Roma il tracollo non sarebbe arrivato; eppure, Mario non se l’era andato a cercare. Era lui che continuava a bussare alla sua porta!
Da otto mesi non si confidava più con nessuno. E il tracollo veniva tutto da lì. La totalità del suo vivere aveva concluso che degli altri non si poteva fidare. Nemmeno di Edoardo?
Mario trascorreva la giornata aggrappato ai suoi cavalli, ma non li chiamava più per nome, uno valeva l’altro, e loro tentavano di scrollarselo di dosso per dargli lo scossone che serviva. Loro avevano il polso reale della situazione e Mario, nonostante tutto, lo sapeva. Loro lo mandavano via perché via da loro doveva andare. Doveva tornare a Roma. Con la sua totalità.
Relia era cameriera al piano nell’albergo dove Mario e Sandra erano soliti alloggiare. Mario e Relia si vedevano da lei, che viveva in un quartiere differente e di ciò lui le era grato, anche perché poteva testare l’efficienza del trasporto urbano in un’altra zona della città.
L’ufficiale di un tempo e di un tempo anche allevatore di cavalli era tornato a Roma per la decima volta in otto mesi. Seduto sull’autobus di linea, ripassava a memoria la storia che avrebbe raccontato all’amico oste, non prima di avergli chiesto un pranzo indimenticabile per superare, o tentare di superare, l’affanno della clandestinità, che per un uomo di quasi settant’anni, per giunta cardiopatico, era già un affare rilevante.
Nel corso degli otto mesi della moglie si era dimenticato, non solo grazie a Relia. Al maneggio in Sicilia, infatti, Sandra non si vedeva da un pezzo e di lei arrivavano parti di vita in varie parti del mondo. Un ribaltamento di notevoli proporzioni: la parte e il tutto, dunque, avevano cambiato residenza. E Maria? Lo salutava al telefono a intervalli regolari. Da altre parti del mondo.


Le dieci del mattino di un venerdì di settembre e dell’efficienza o meno del trasporto urbano ormai Mario aveva perso la cognizione. Di ogni donna di origine straniera fra i quarantacinque e i cinquant’anni, che vedeva fuori dal finestrino, si chiedeva se la vita prima dell’Italia era stata così dura come quella di Relia, vedova e già nonna, che aveva scelto uno come lui, quando poteva avere chi voleva. Lei dagli uomini voleva solo e soltanto rispetto. E vicinanza. E costanza. E verità. La totalità di Relia.
Mario l’aveva conosciuta in un corridoio di accesso alle stanze del secondo piano dell’albergo, proprio nel punto più stretto, in cui, se si passava in due e c’erano valigie o aspirapolvere o carrelli con lenzuola e asciugamani puliti, ci si sfiorava senza volerlo.
Relia era alta, statuaria, non avrebbe dovuto stare lì con la divisa da cameriera ai piani. Questo aveva pensato l’ufficiale in congedo, vedendola avvicinarsi. Da gentiluomo aveva lasciato proseguire Sandra. Era rimasto solo con Relia. Mario e Relia si erano sfiorati lentamente. Più che altro, a lui era parsa lenta quella totalità. Forse, era stata la sua prima volta alle prese con la totalità. Si era sentito vivere e da lì si era scoperto meno gentiluomo, nel senso che, il giorno dopo, nel momento in cui l’aveva vista servire la colazione, vestita di un’altra divisa, non era riuscito a trattenersi dal dirle quanto apparisse diversa. Nei giorni seguenti, aveva continuato a non essere un gentiluomo, facendo colazione molto dopo la moglie, che aveva fretta di andarsene “a vivere fuori”.
Mario non riprendeva possesso del suo essere gentiluomo nemmeno quando chiedeva a Relia a che ora terminava il turno. Maria e Sandra se ne andavano in giro tutto il giorno e Mario attendeva le quattordici per pranzare con Relia. Era felice. Lei gli raccontava di sé con discrezione, con la lentezza che l’essersi sfiorati aveva già fatto intuire loro.
Il fatto che le due donne di famiglia gli chiedevano se pranzava da Edoardo ogni tanto lo sfiorava, ma era un altro genere di sfioramento, che non contava granché e si sarebbe potuto trovare al mercato delle banali curiosità femminili in mezzo ad altro ciarpame di nessuna utilità.
Mario era stato stuzzicato dal gusto della menzogna. Mentire, da quei pranzi che mai gli sarebbero parsi opportuni, se si fosse trattato di Edoardo, o, perché no?, anche di Sandra, gli sembrava sempre più assolutorio. E convincente. E ben strutturato. In fin dei conti, leggero. L’adrenalina di vivere la totalità di Relia bastava e avanzava anche per le piccole parti che avrebbe dovuto interpretare con moglie e figlia. Era diventata ancora più solida in lui la convinzione che Maria non fosse figlia sua e, in forza di ciò, Sandra non era il caso meritasse tutto quello che continuava a pensare di meritare.
Dopo pranzo, Mario si offriva di accompagnare a casa Relia, che lo faceva salire per offrirgli il caffè, che, se servito da Edoardo, non aveva lo stesso sapore. E colore. E molto altro…
Relia lo faceva accomodare sul divano e lui si sistemava in un angolo, ricordandosi ragazzino in un mare in tempesta con la figlia di zia Elide, che non era sua zia, ma la verduraia di fronte a casa.
Tornata col caffè, Relia si sedeva vicino a lui, sfiorandolo meglio di quella volta nel corridoio. «Hai voglia di baciarmi, vero?»
Lui si era convinto che quel ragazzino non se n’era mai andato; insomma, non si chiedeva perché fosse lì, il ragazzino.
Dopo il pranzo e il caffè, Mario si prendeva il diritto di ripartire da zero. A suo modo Relia gli aveva rivelato lo stesso “o tutto o niente” di Sandra, ma l’ufficiale in congedo e allevatore di cavalli era certo che la totalità di Relia reclamasse ogni volta la totalità di Mario in quanto Mario.
Messa così di fronte all’amico oste dal nome di re, la faccenda avrebbe potuto sortire un effetto come quello che si ottiene dall’appoggiarsi a un contrafforte nella navata di una chiesa gotica. Un simile stato d’animo avrebbe infuso in Mario la convinzione che il tracollo insieme al quale era partito si sarebbe appropriato di qualcun altro.


L’autobus aveva terminato la sua corsa, nel senso che si era fermato proprio in mezzo alla carreggiata, non molto distante dal capolinea. Tra la sosta imprevista e quella codificata, l’impazienza di chi avrebbe voluto scendere al capolinea. Tutto sommato, a Mario quella fermata fuori sede era sembrata un contrafforte di riserva, che gli avrebbe consentito qualche boccata d’aria in più, prima di arrivare alla dispensa di Edoardo, amico fraterno.
Sceso dall’autobus, lo sentì di nuovo. Ne aveva cercato spesso l’origine, la definizione, in un certo senso anche la cura, ma senza successo. Era una cosa sorda che gli veniva dal cuore ballerino, una specie di freno che gli picchiettava la spalla per ammonirlo a non proseguire, altrimenti sarebbe stato impatto garantito. L’istinto che lo aveva condotto a non fidarsi più di nessuno si stava arrabbiando con lui. Il tracollo, insomma.

Possibile che non mi porti rispetto? Ti ho salvato la vita un sacco di volte, anche nella dispensa dove vuoi tornare. A fare cosa, poi? A lavarti la coscienza? A cercare qualcuno che ti dica: bravo, hai fatto bene a far tornare il ragazzino che eri? A chiedere che Edoardo ti fornisca un tetto dove vivere, lontano dai tuoi cavalli, vicino a una donna che non sai veramente come e con chi trascorre il tempo, tanto, che non trascorre con te? O tutto o niente. Davvero vuoi scegliere tutto?

Preferiva di nuovo la parte. Ecco perché il freno si era ripresentato. Aveva ragione Sandra. Lui non era fatto per la totalità. Lo rendeva squilibrato, sconosciuto a se stesso. La parte, la porzione di mondo in cui era sempre vissuto era l’unica a fidarsi di lui.
Il capolinea ormai a due passi. L’osteria di Edoardo all’angolo. Sarebbe bastato attraversare. Un buon numero di persone sostava in attesa dell’autobus. Non era ancora l’ora di punta. Non sarebbe stato un dramma. Tornare dai suoi cavalli. La sua parte migliore. 

L’autrice

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