L’albero

L'albero - Elisa MantovaniL’ albero

di Elisa Mantovani

 

Io volevo essere il coniglietto, mi piaceva tanto quel costume: una maglia grigia, morbida morbida; un paio di lunghe orecchie tenute insieme da un cerchietto nero – non si sarebbe visto tra i miei folti capelli -; i pantaloni anch’essi grigi, con dietro appiccicata una graziosa coda fatta con un gomitolo di lana.
Lo so: per un bambino di 11 anni interpretare un coniglio potrebbe risultare poco edificante, per me no, per me era il massimo.
Perché i coniglietti sono dolci, ispirano tenerezza, ed era quello che volevo: ispirare tenerezza.
Tutti amano accarezzarli, i coniglietti: sono piccole creature innocenti, come i bambini.
Invece nell’ultima recita, quando le porte delle elementari si sarebbero chiuse per sempre dietro di me, cosa ho dovuto fare?
Un albero.
Mi avevano infilato dentro un costume duro e ingombrante, le braccia che mi spuntavano ai lati senza che riuscissi a muoverle di un centimetro – mi prudeva tanto il naso e non riuscivo a grattarmelo – con la sala gremita di genitori, calda, asfissiante.
“Grazie agli alberi noi respiriamo sai?” continuava a dirmi la maestra: certo, ricordo che pensai, gli alberi veri, non il costume in cui mi sentivo morire; che lo facesse fare a quella frignona di Carlotta non a me.
Carlotta fece il coniglio.
Mia madre era in prima fila.
Non era mai venuta alle recite, mai.
Quando arrivò il mio turno – dovevo dire un semplice “Salve bel coniglietto”- il cervello mi andò in pappa. Guardavo mia madre, i suoi occhi impiastricciati di mascara, la sua bocca spalancata in un sorriso da clown e… e la vescica mi si sciolse in un’orribile cascata sul piccolo palcoscenico.
Lei aveva riso.
Rideva come una matta, mentre mi scattava una foto. Rideva così di gusto che le lacrimavano gli occhi, col mascara che colava lungo le guance rinsecchite: un clown orribile, osceno.
Tutti ridevano, ma vedevo solo lei.
Poi la maestra mi aveva trascinato via; era stata l’unica che aveva asciugato le mie lacrime, ma era troppo tardi.
Se fossi stato io il coniglietto non sarebbe successo. Mia madre forse avrebbe capito quello che ero: un piccolo bambino indifeso… forse, chissà.
Aveva continuato a ridere per giorni, ricordando quella scena pietosa: pietosa per me, per lei una fonte in più per mortificarmi.
L’ho uccisa quando ho compiuto tredici anni.
Adesso me ne sto qui, in manicomio, non so nemmeno da quanto tempo.
Guardo sempre fuori dalla finestra: c’è un grosso albero, non so cosa sia, se un olmo o una quercia. Non mi interessa.
Lo fisso per intere giornate.
I medici dicono che sono praticamente guarito.
Hanno ragione.
Adesso sono come quell’albero, fuori dalla finestra: fermo, immobile, pronto ad accogliere fra le sue fronde stormi di vite cinguettanti. Io però non ho radici, non ho foglie né rami ma so come si sente, l’ho provato sulla mia pelle.
So cosa vuol dire avere un’anima imprigionata in qualcosa di duro, di soffocante.
Non vedo l’ora di uscire.
Ho ancora certi conti in sospeso, con un coniglietto frignone: sì, partirò proprio da lì.
Lascio che credano che io sia come quell’albero, sono bravo, molto anche.
Adesso sono pronto per la recita, prontissimo.

L’autrice

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