SalTo18 – Intervista a Gabriella Mosso

Gabriella Mosso e Araba FeniceSalTo18

intervista a Gabriella Mosso

 

Il primo giorno di Salone è iniziato con la visita allo stand della casa editrice Araba Fenice, che da più di vent’anni è protagonista della realtà editoriale italiana ed è molto attenta al panorama della narrativa piemontese, in cui l’opera di Gabriella Mosso, autrice de “I miei, i tuoi, i nostri – Parentele baravant-e” si inquadra alla perfezione.
“I miei, i tuoi, i nostri” narra le incredibili vicende della famiglia dell’autrice a partire dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri, in un intreccio degno di una fiction di quelle che vanno tanto di moda. E molto contemporanea è anche la composizione di questa famiglia, unita oltre i legami di sangue, ancora una volta estremamente attuale pur essendo ambientata, per buona parte, in un passato neanche troppo vicino.
Attraverso la storia della propria famiglia Gabriella Mosso racconta anche la storia di un’epoca , la storia dell’Italia che ha subito due guerre, che è passata attraverso il boom economico per poi fare i conti con il prezzo dei sogni.
Abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere con l’autrice de “I miei, i tuoi, i nostri” a proposito di questa curiosa saga familiare che la sua penna ha voluto rendere imperitura.

Come è iniziata l’avventura con Araba Fenice?

Sono stata fortuna perché ero una sconosciuta; ho sempre amato scrivere, sono una lettrice compulsiva, infatti ho degli occhiali spessi così, e ho mandato una bozza, come una sprovveduta, tra l’altro anche scritta male e perciò ho telefonato per scusarmi. Loro invece mi hanno chiamata per un contratto.

Quando è iniziata la passione per la scrittura?

Fin da ragazza. Ho avuto un’infanzia tristissima e quindi appena appena ho imparato a leggere mi sono buttata su quello. Alle superiori ho curato la classica rivista della scuola, e già quello per me era soddisfacente al massimo, in seguito ho fatto piccoli interventi sulle riviste femminili e poi piano piano è nata questa cosa che ho coltivato. Alla fine ho sentito l’esigenza di trasformare la mia esperienza in libro e adesso ne sto scrivendo un altro.

Questa sarebbe stata la prossima domanda: dunque abbiamo un altro libro in cantiere…

Sì, è così, però io ho bisogno che i libri sedimentino, per cui avrà i suoi tempi. Sento di doverlo gestire a modo mio, rifletterci, movimentarlo e quando sarà pronto sarà pronto. Si tratta comunque di un altro romanzo, perché io sento di dover trasmettere delle emozioni che ho provato sulla mia pelle.

Quanto contano le persone che ha incontrato nella sua vita nella costruzione dei suoi personaggi?

Ovviamente la mia famiglia è stata importantissima per “I miei, i tuoi, i nostri”, perché è stata una famiglia particolare, con questo feeling incredibile e poi tutte le esperienze della vita, anche quelle dolorose, hanno messo un tassello.

Lei consiglierebbe ai ragazzi che si avvicinano alla scrittura di seguire dei corsi o semplicemente di leggere molto?

Ognuno ha la sua chiave di interpretazione della scrittura, chi ama scrivere deve comunque fare un minimo di autocritica. Per questo ritengo che la formazione sia in qualche modo importante, ma questa è una mia opinione personale. C’è anche chi nasce imparato!

Quali sono gli autori che ama di più?

Diciamo che spazio molto. Chiaramente Fenoglio, Calvino, Pavese sono dentro di me, però ultimamente ho letto anche Murgia, Ferrante… Non disdegno cambiare genere.

Ha mai pensato ad una trasposizione cinematografica de “I miei, i tuoi, i nostri”?

Sognare non costa niente, e allora parlando con un giornalista, una volta, abbiamo cominciato a riflettere su quali attori avrei visto bene nei panni dei protagonisti. Stefano Accorsi lo vedrei bene nei panni di mio padre, mentre Margherita Buy in quelli di mia madre, con quell’aria un po’ tormentata. Per me invece vedrei bene Alba Rohwacher.

 

 

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