Il Libraio Itinerante

Intervista a Davide Ruffinengo, il Libraio ItineranteIl Libraio Itinerante

intervista a Davide Ruffinengo

Cosa vuol dire per Davide Ruffinengo essere un libraio al giorno d’oggi?

Si tratta di un mestiere che implica grande ricerca, grandissimo studio e ovviamente la necessità di leggere tanto. Va ben oltre il “commercio al dettaglio di libri”, così come riportato dalla Camera di Commercio. Il libraio dovrebbe essere, nel mio immaginario, un vero orientatore culturale, poiché questo lavoro permette di sviluppare anche un certo senso critico che diventa servizio nei confronti dei lettori, un compito più di educazione che di commercio, se vuoi. La capacità di smistare una magnifica quantità di informazioni è quella che permette di gestire una libreria. Io ho sempre detto questo del mestiere del libraio: da una parte è estremamente frustrante perché ti viene da domandarti quando mai avrai il tempo di leggere tutto quello che c’è da leggere, dall’altra parte è però un grande antidoto contro la noia. È una magia scoprire che uno stesso argomento può essere trattato in modo diverso da autori diversi: qui sta il grande fascino. Inoltre di questi tempi chi ha a che fare con i libri deve acquisire una competenza in più, che è quella della selezione davanti alla vastità dell’offerta.

Come è nato il progetto del libraio itinerante?

All’epoca avevo una libreria ad Asti e mi domandavo come poter allargare il giro dei clienti. Quello che mi è venuto in mente è di prendere una parte del contenuto della libreria e portarlo fuori, questo perché parlando con tante persone ho potuto mettere a fuoco che se le persone fanno fatica ad andare in libreria spesso è anche per un problema di tempo. Portando loro i libri, attraverso il dialogo ed il racconto, ho capito come forse la mossa vincente potesse essere portare la libreria “a domicilio”. Poi mettici anche la questione caratteriale, non era da me stare fermo in libreria, e mi è venuta voglia di uscire e di andare in giro, cercando di offrire sempre più servizi. Quindi ho cominciato a dire: “Ti va se i libri te li porto a casa?” All’epoca ero solo, non avevo famiglia, per cui non c’erano orari e avevo solo quest’unica grande ossessione, più che passione, quindi andando nelle case della gente mi si è aperto un mondo. È chiaro che lì ho capito che quando andavo io a casa delle persone la disponibilità era diversa, allora al di là dell’acquisto si parlava e da lì è stata poi una piccola valanga creativa che mi ha permesso di fare nuove proposte, che mi ha portato a fare queste serate per poi arrivare a “Il libraio suona sempre due volte”. Inizialmente quello che facevo era dire “guardate, ho selezionato il meglio, un po’ come in una collezione, e ve lo faccio assaggiare.” Devi pensare che ero ad Asti, influenzato dalla tradizione vitivinicola, quindi un po’ come il produttore apre le bottiglie e ti fa assaggiare qualcuno dei suoi vini, così io facevo con i libri. La gente negli anni mi ha aiutato a perfezionare la tecnica. Per parecchio tempo ho avuto anche la libreria tradizionale ed era un modo per dire “se non non riuscite a venirmi a trovare qui vengo io da voi con i libri.” Comunque il tutto nasce come risposta ad un’esigenza, infatti quando mi danno del creativo rispondo che le mie idee sono la risposta ad un bisogno.

Ne “Il libraio suona sempre due volte” quando conta la tua capacità come narratore? Hai cercato nel tempo di affinare la tecnica o è solamente una dote naturale? Io ho avuto la fortuna di vederti dal vivo e posso dire che questa dote ce l’hai…

Beh se lo dici tu mi fa piacere! La prova del nove sarebbe far parlare di libri chiunque: di per sé parlare di libri è una cosa semplice. Saper fare narrazione di altre narrazioni è fondamentale nel mio mestiere. Al momento sto preparando proprio un intervento ad un congresso di counseling per raccontare quello che faccio, proprio perché loro si occupano di narrazione attraverso il counseling e sono interessati a capire questo strano mestiere dove di fatto vado a fare narrazioni di narrazioni già esistenti. Devo dirti che mi ispiro molto al lavoro del regista. Quando un libro si trasforma in film, a parte le desolanti opinioni che ognuno di noi può avere sul fatto che sia meglio l’uno o l’altro, ma che  sono assurde perché sono due linguaggi diversi, però quello che mi piace è come il regista riesca a porre la sua lente di ingrandimento su alcuni aspetti del libro che poi diventa film: questo l’ho trovato sempre affascinante perché poi è anche il bello dell’interpretazione. Io cerco di fare così, non si tratta di una recensione, “il libraio suona sempre due volte” è qualcosa di diverso. La mia preparazione si è affinata sul campo e penso che avendo fatto mille presentazioni in questi anni è chiaro che è stato un vero e proprio “stage” a cielo aperto, però sicuramente quell’empatia, quella comunicazione che riesco a creare con il pubblico è quello che mi ha salvato, perché altrimenti non si spiegherebbe come parlando in 40 minuti riesco a vendere 30/40 copie in un mestiere che è caratterizzato dalla difficoltà di vendere i libri. Aggiungo, senza starmi qui a lodare, che quello che funziona, e può anche non piacere, è la leggerezza con cui mi pongo. Mi piace la domanda perché mi permette di fare anche un po’ di autoanalisi. Qualche giorno fa ad esempio ero a Torino e ho fatto questa parentesi: “Guardate che se vado veloce è una scelta di regia della serata, non è per essere superficiale e correre. È che è sera, le vostre schiene sono stanche – e infatti lì tutti hanno quasi applaudito come a dire grazie  – e quindi io prima di un’ora chiudo”. Spesso invece se ci fai caso ad una presentazione lo scrittore, il moderatore, hanno tutti fame di pubblico e di parlare. Il problema è che  tu non puoi non tener conto del pubblico. Poi per carità, se vado a sentire la conferenza di un premio Nobel è giusto che duri due ore, ma è un’altra cosa, ma per quello che faccio io che vuol essere divulgazione e sviluppare intrigo e voglia di leggere, la mia scelta ricade su una narrazione molto assertiva, molto rapida. Quando vai ad assaggiare il vino ti danno anche la sputacchiera, figurati, cioè ne assaggi un goccio, non è che ti devi bere mezza bottiglia e con i libri io lavoro con lo stesso principio. Alla base ci metto l’onestà di questa proposta.

Quando considero la tua scelta mi domando se tu sia stato più pazzo o più coraggioso. Ti sono mai state mosse delle critiche o sono stati tutti molto comprensivi?

Credo che tutti abbiano compreso quanto la mia scelta fosse dettata da una necessità. E poi sono un entusiasta, per cui quando parto con un’idea tendo ad essere abbastanza travolgente. Però è vero quello che Paola Cereda in “Confessioni audaci di un ballerino di liscio” – un libro che racconto sempre – fa dire al suo personaggio Frank Saponara, ossia che la differenza tra una persona felice ed una persona non felice la fa proprio l’entusiasmo. Anche se, ti dico la verità, forse mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi aiutasse idealmente a prevenire degli errori, perché ne ho fatti di così grossi che avrei voluto che qualcuno mi dicesse “occhio”…

Chi assiste alle tue presentazioni rimane poi un cliente affezionato, torna a vederti oppure compra da te i libri?

Sì, ne ho avuto la conferma a Torino. Poi ci scherzo perché paradossalmente a volte questo mi complica la vita – avere un pubblico che torna intendo – perché significa che devo sempre essere aggiornato sui libri nuovi. Invece a volte mi piacerebbe l’idea di lavorare con delle scalette che so a memoria perché ci sono dei libri che ormai posso veramente raccontare anche appena sveglio, anche stanchissimo. Poi non a tutti spedisco i libri, capita che qualcuno me lo chieda e allora glieli mando. Posso anche fare 3 serate consecutive e parlarti di 60 libri diversi per cui se piace il format e come ti racconto i libri a quel punto sì, puoi tornare tutte le volte che vuoi. Anzi per fortuna non solo tornano, ma spesso da una serata se ne generano altre.

So che lavori anche con le aziende e, appunto relativamente a questo, cosa può offrire Davide Ruffinengo ad un’azienda?

Alle aziende io propongo una cosa che può sembrare banalissima e che è questa: far tornare le persone dietro ai banchi di scuola, ma una scuola fatta dagli scrittori, dai libri e da un libraio. È in sostanza la proposta di fare un allenamento di quelli che io chiamo i muscoli dell’immaginazione, cioè il fatto di lavorare sulla lettura come strumento di formazione per le persone, spazzando via tutta la retorica che c’è attorno ai libri e alla lettura. Su questo chi ha a che fare con i libri dovrebbe fare molta attenzione, perché è quella retorica che allontana i non lettori; io penso che i non lettori andrebbero intervistati, bisognerebbe capire. Le persone non è che non leggono per disinteresse, in queste serate tante volte dei non lettori mi hanno detto: “Guarda che la colpa è anche vostra, perché c’è questo atteggiamento spesso snobistico”. È solo per dire che dovremmo considerare la lettura come strumento per esercitare la nostra creatività, come strumento per rigenerare le idee e mi riferisco a gente come Rodari, come Armando Testa, che dicevano che la creatività la devi applicare soprattutto nel quotidiano. Spesso pensiamo che le grandi idee servono per fare cose straordinarie, invece io sono il primo che cerca nuove idee per risistemare la mia scrivania in un modo più funzionale o per fare delle cose che mi servono per tutti i giorni. L’argomento è molto difficile da affrontare perché manca il paradigma del valore della lettura e quindi mentre in azienda sarebbe chiara a tutti l’opportunità di una consulenza con un nutrizionista per mangiare meglio e di conseguenza per stare meglio, non è altrettanto chiaro l’apporto che può dare un libraio. Io invece dico che se una persona la porti in azienda, la fai stare tra i libri, la fai lavorare con la lettura, con la scrittura e con gli scrittori, quella persona lavorerà meglio perché viene rigenerata con un metodo sano perché non ideologico e che attinge ad un bacino infinito che è quello della cultura, che si può applicare a tutti i settori. Questa settimana ho parlato ad una multinazionale che si occupa di computer, ad un’associazione di infermiere e tutti mi hanno chiesto la stessa cosa: dietro c’è l’essere umano, non importa cosa faccia. Il problema è andare a parlarne con chi decide, con chi paga questi percorsi, perché spesso non comprende come portando i libri in azienda si crei un momento di formazione. Quindi io propongo questi percorsi fatti con me, fatti con gli scrittori, ma con il libro al centro. Di fatto c’è una stimolazione della curiosità fatta in un’aula da cui tu esci con carta e penna ed una sorta di brainstorming di lavoro creativo che i libri ti hanno permesso di fare, perché rappresentano un modello narrativo. Quando l’obiettivo non è vendere mi posso concentrare molto di più su come un libro può diventare un modello narrativo. A noi servono le parole. Come noi ci esprimiamo è frutto di un ordine mentale, di un ordine di pensiero e perché serve leggere? Perché lo scrittore che lavora bene ti regala questo, cioè ti regala l’ordine dei suoi pensieri che diventa l’ordine del suo linguaggio e più parole noi abbiamo a disposizione meglio riusciamo ad affrontare qualsiasi cosa. La letteratura è l’arte del possibile, è lo strumento che può parlare a tutti di tutto, solo che manca la consapevolezza di ciò. Quindi io devo riuscire ad affacciarmi al mondo del lavoro senza essere retorico, perché la prima cosa che mi dicono è: “Cosa vuoi venderci, vuoi venderci dei libri?” E invece no, la mia sfida è, dovessi dirlo in poche parole, che la lettura sì, può cambiare la vita delle persone, ma dipende come l’affronti perché altrimenti rientriamo in questa sdolcinata melodia che si suona il mondo del libro, basta che metti su Google “i libri cambiano la vita” ed escono fuori decaloghi, mental coach, eccetera. Comunque attenzione, io non ho ancora una tesi definita, la mia è una grande ricerca aperta e rompo le scatole a un sacco di gente, faccio interviste, però ci credo tantissimo al fatto che questa possa essere un’ipotesi costruttiva e i risultati mi danno ragione perché il mio metro di giudizio è la gente, è il feedback che mi danno le persone, perché le persone mi ringraziano, mi dicono “mi hai fatto venir voglia di leggere, non leggo da vent’anni, mi hai aperto delle finestre”, tutte espressioni di questo tipo. Con chi già legge invece sono più facilitato perché da me cerca semplicemente suggerimenti su titoli nuovi, o ci si confronta su storie già lette. La cosa bella è che poi le persone stanno bene tra i libri, gli vien voglia di leggere, si accorgono che può essere utile. Se tra qualche anno questo progetto decollerà io sogno che alcune aziende che collaborano con me possano offrire la possibilità di leggere un’ora alla settimana in azienda. D’altronde questa provocazione è nata perché continuavo a vedere grandi aziende che hanno la palestra interna e questo mi ha colpito. Il wellness viene affrontato tantissimo in azienda, si parla di felicità, si parla di benessere,  si parla di alimentazione, ci sono aziende che offrono la spesa a Km 0 in ufficio e allora è stato molto spontaneo per me dire loro: “Scusate perché non facciamo un programma di wellness legato alla lettura?” Non si considera, non viene proprio in mente. Abbiamo tutti questo retaggio che studiare è importante, ma non è quello che a me interessa. Perciò all’azienda io dico: portiamo libri, diamo voce ai libri, portiamo gli scrittori, alleniamo lo sguardo, facciamo esercizi sulla creatività. E poi il mio compito è far capire loro che c’è una ricaduta sul luogo di lavoro: io sono certo che se facciamo un percorso di questo tipo la persona torna a lavorare sicuramente più contenta, con degli strumenti in più e di conseguenza lavora meglio. Le persone sono il sistema nervoso dell’azienda e tu lo vai ad eccitare in questo modo, che io trovo estremamente sano perché non è l’etichetta della psicologia, non è il riferimento psicoanalitico, non è il motivatore, non è il mental coach; io ti parlo di Aristotele, ti parlo di Platone, ti parlo di autori contemporanei e poi sei tu che scegli e vai a cercarti quello che puoi sentire più tuo. Cerco di sensibilizzarti rispetto alla lettura di una poesia. Non siamo più abituati a pensare che la lettura di una poesia possa essere una risorsa per migliorare noi stessi, eppure leggere una poesia significa migliorare la mia capacità di astrazione, sensibilizzarmi, emozionarmi… Con gli scrittori invece si fanno degli esercizi di allenamento dello sguardo e ripeto i miei fari sono Rodari e Testa che hanno fatto dell’immaginazione una filosofia di vita molto pragmatica, infatti a me scoccia quando mi danno del sognatore, quando avverto che il progetto può essere interpretato come “alternativo”, “beato te che leggi tutto il giorno”. Mi irrito, perché è un lavoro artigianale come fare il pane. È l’uovo di Colombo: è complesso, però a me affascina tremendamente.

Un’ultima domanda: rispetto alla tua esperienza, hai un’idea di cosa si legga di più e di chi sia il lettore tipo?

Secondo me il cosa si legge è molto condizionato dalla promozione che si fa. Faccio un esempio: guarda le classifiche. A mio parere sono frutto di un lavoro di comunicazione, oltre che di passaparola. Se potessimo fare un lavoro di scomposizione di questi fenomeni da classifica, alcuni sono frutto del puro passaparola, altri dietro hanno un ottimo lavoro di comunicazione editoriale e sono frutto di un investimento. È chiaro che la pubblicità ha il suo peso sul pubblico. Essendo io un libraio di proposta sono in realtà io che condiziono in qualche modo le vendite. Io cerco di far conoscere dei titoli di cui si parla poco, tanto dei libri da classifica ne parlano già tutti gli altri! Credo che il passaparola sia ancora un ottimo strumento, che però non tiene in considerazione il bisogno. Spesso si legge un po’ a caso, molte persone mi dicono: “Finisco il libro che ho sul comodino e poi ne compro un altro”, invece noi siamo così frastagliati, così complessi come esseri umani, che dovremmo avere una pila di libri e chiederci: “Come mi nutro questa settimana?”. Lo facciamo con il cibo, perché non lo facciamo con i libri?
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