Filippo e Philippe

Filippo e Philippe di Annarosa Maria ToninFilippo e Philippe

di Annarosa Tonin

 

A quest’ora dovremmo essere già arrivati, ma Filippo si ferma a ogni nicchia del sottopassaggio, rifugio di disperati.
Gli dicono tutti che ha gli occhi di un cerbiatto, che ama stare nascosto e farsi vedere di nuovo quando meno lo si aspetta.
I suoi cinque anni li ha compiuti disegnando tutto il giorno; quel giorno è stato ieri.
Sbirciare fra le linee spezzate, i cerchi, smorzare l’istinto a dirgli: mettiti più comodo, così ti stanchi!, schioccare le dita e risvegliarlo dal vagare in un mondo parallelo? No, con Filippo non è così che si può fare. È lui a chiamare e, fino a quando non succede, si deve comprendere che non è quello il momento.
Gli ho regalato un album da disegno e una scatola di pastelli. Oggi li ha portati con sé, per farli conoscere a un nuovo amico col suo stesso nome, un nuovo piccolo amico francese.
Filippo è molto emozionato, lo so. Per questo si ferma a ogni nicchia. Inspira a fondo, trattiene il fiato e poi espira, come a voler cercare il modo migliore per presentarsi al bambino che vive nel quadro.

L’ho incontrato tre giorni fa, il bambino, forse un poco frastornato, adagiato accanto al primo degli scalini che portano al primo piano dell’unico monastero rimasto in città. Lo chiamiamo ancora ‘il brolo delle monache’. Sembra un controsenso, la pietra col nome che si dà alla terra, ma il brolo è la parte che indica il tutto, che esiste e si vede dalla sala in cui il piccolo ospite francese dimorerà per quattro mesi, la durata di un invito in terra straniera, la durata di un’esposizione d’arte.
Sì, perché il monastero è diventato un museo; pur essendo stato rivestito di nuovo, nasconde con orgoglio i suoi silenzi carichi di vita, come fanno i vecchi e i bambini e i disperati.
Tre giorni fa avrei dovuto acquistare il regalo per Filippo, ma il lavoro, come quasi sempre, è arrivato ancora prima che il piccolo ospite francese fosse pronto per ricevere visite.
Fotografo l’arte, questo è il mio mestiere. Per una volta, la rivista per cui lavoro mi ha inviato a un chilometro da casa. Arrivare al lavoro a piedi: un sogno per tutti. E così, l’ospite francese, insieme ad altri trentacinque, si è presentato ai miei occhi. Per tutta la durata del sopralluogo, in vista dell’inaugurazione, non mi sono mai curata degli altri trentacinque.
Il bambino che vive nel quadro si è presentato pulito e ordinato, la fronte luminosa come il colletto e i polsini della camicia, pettinato lasciando libero un solo piccolo ciuffo, pronto a cercare una strada alternativa.
Philippe. Non so se questo era il suo nome, ma io l’ho chiamato così, il bambino della famiglia Lange, ritratto da Edouard Manet. Come mio figlio. E gli ho parlato.

Philippe, perché non ci sono anche i tuoi fratelli con te? Forse non ne hai. È stata tua mamma, vero?, a convincere il pittore famoso a ritrarti. O forse no, è stato tuo padre a volere un ritratto del suo unico figlio maschio.
Ti sarai chiesto: perché proprio io?, per quanto tempo dovrò stare fermo?; e poi, posso parlare o devo stare sempre zitto? Le domande di Filippo, in fin dei conti…
Chissà se hai dormito, dopo aver ascoltato la grande notizia: il pittore Manet verrà a casa a ritrarre proprio te!
Ti hanno dato almeno un premio? In fin dei conti, sei riuscito a startene così, stretto in un colletto che ti avrà fatto dannare, non solo quel giorno, o quei giorni?, ma anche tutte le volte in cui sei andato in visita dagli amici dei tuoi genitori e non ti sei potuto muovere liberamente per giocare a nascondino o mosca cieca.
Sai che mio figlio si chiama come te? A Filippo, a proposito, fra qualche giorno lo conoscerai, a Filippo, ti dicevo, la cosa che dispiace più di tutte è non poter sempre ridere. Tua mamma te lo avrà di certo raccomandato: guarda fisso il pittore, come quando guardi il maestro di scuola, mentre spiega. Anzi, di più, perché gli occhi del bambino della famiglia Lange dovranno essere i più belli mai dipinti.
E così, arrivato il momento, ti sei fatto serio, tutto concentrato a mostrare i tuoi occhi profondi, scuri come il cappello troppo grande per la tua piccola testa. Chissà quale odore avrà avuto quel cappello, vecchio come la mantella che ti hanno fatto indossare. Eppure, vedi?, i tuoi occhi, il cappello e la mantella hanno lo stesso colore, sembrano abbracciati.
Ce l’hai un nonno? Ecco, Filippo il nonno lo abbraccia sempre; loro due sono come i tuoi occhi, il cappello e la mantella.
Scommetto che Filippo ti chiederà perché sei così malinconico: forse hai avuto un dispiacere? Ti farà questa domanda, perché, quando vede una persona seria e silenziosa, è un suo pensiero fisso, una profonda convinzione.
Filippo ti disegnerà. Fra qualche giorno è il suo compleanno. Cinque anni. E tu?, quanti anni hai?
Vedo che hai delle scarpe nuove. Te le hanno comprate per l’occasione? Strano, però, il pavimento non sembra tanto pulito; sotto la suola le tue scarpe non ti saranno poi sembrate così nuove… Forse, c’è della terra, portata a casa dal tuo cane. Perché il pittore famoso non ha dipinto anche il tuo cane? Sei triste per questo? Il tuo cane non c’è? Starai pensando: il pittore non vuole il pavimento pulito e non vuole nemmeno il mio cane. Come si chiama il tuo cane? Filippo lo chiamerebbe Orazio e tu, che sei francese, l’avrai chiamato Horace.
Continui a guardarmi, con l’età di mio figlio o poco più, eppure sarai di certo cresciuto. Ti sarai raccontato a qualcuno, avrai vissuto di nuovo quel giorno, o quei giorni?, sempre fermo in posa. Ti immagino poco più che trentenne, come il pittore mentre ti dipingeva, come Ivan, uno scrittore russo che amava moltissimo la tua Francia, che racconta agli amici la storia del suo primo amore, una ragazza di nome Zinaida. Lui decide di scriverla questa storia, pensa che saranno i fogli di carta a parlare al posto suo, come il ritratto parla di te. E tu, a chi hai raccontato il tuo primo amore? E Filippo, a chi racconterà il suo primo amore? Ti immagino raccontare la storia del tuo ritratto, la storia che ti ha reso immortale come le pagine del libro dello scrittore russo. Ti immagino raccontarla alla donna di cui sei innamorato da anni, chissà, il giorno in cui la rivedi, sposata a un altro e madre di un figlio che potrebbe essere il tuo; oppure agli amici, incontrati al caffè, e che ti sanno orgoglioso di aver tramandato il nome della famiglia Lange anche negli affari, in continuo movimento tra Francia ed Egitto.
Tu hai degli amici con cui giocare? E Filippo, ne ha?
Forse, tra le pieghe dei tuoi occhi è nato un breve sorriso. Lo so, starai dicendo: ma dove mi avete portato, chi è questa? Toglietemela di torno! Voglio conoscere suo figlio, il bambino che disegna.

A quest’ora dovremmo essere già arrivati, ma Filippo vorrebbe continuare a giocare, a nascondersi per nascondere l’emozione.
“Allora, mi dici se lui è come me?”
L’ho rincorso fino all’ultima panchina della stazione, che vediamo dalle finestre di casa.
“È ora di accelerare il passo, altrimenti il museo chiuderà”.
“È alto come me?”
“Te ne accorgerai da solo. Di lui ti ho già raccontato qualcosa”.
“Stanotte l’ho disegnato, sai?, ma non so se è davvero così”.
“Perché non mi fai vedere il tuo disegno?”
“Non ce l’ho qui”.
Lo zainetto risuona dei colori a pastello.
“Allora, lui è come me? Lo farò ridere, vedrai”.
Faccio finta di non sentire. Annuso l’odore della stazione ferroviaria.
L’odore di vecchio, se lo annusi subito, ti entra dentro, perché è peculiare. L’odore di vecchio, umano e materiale, si accumula. Puoi anche lavare o disinfettare, ma lui resiste e allarga il solco in cui scorrere.
La vecchiaia è fatta di odori, come l’infanzia. L’odore di bambino è liscio, delicato, stupito e sorridente, smarrito e piangente, come l’odore di vecchio è grinzoso, tremante, stupito e sorridente, smarrito e piangente. L’odore di vecchio e bambino è uno solo: si riconosce e si cerca.
Lo vedo ogni giorno, seduto su una sedia di paglia, dondolare nell’unico caldo abbraccio di Filippo a mio padre. L’ho visto negli occhi, nel cappello e nella mantella del bambino che vive nel quadro.
È peculiare anche l’odore di questa vecchia stazione ferroviaria, buona soltanto con i vecchi e i bambini, buona per ripararsi e giocare a nascondersi, le travi marce, appese a un filo, sospese a dondolare fino al prossimo scroscio d’acqua o alito di vento, e le pareti scrostate, corrose da parassiti di varie dimensioni, festanti come solo chi si sente libero di esplorare una terra così vasta che ce n’è per tutti, dove ognuno è padrone di qualcosa.
L’odore unico di vecchio-bambino è peculiare nel suo ripetersi: il bambino e il vecchio mangiano, dormono, vanno cambiati da altre mani, mani di mezzo che hanno perduto l’odore di bambino e non sanno ancora riconoscere le tracce dell’odore di vecchio.
Nelle età di mezzo l’odore unico è un dettaglio, riconoscibile solo da chi vive ai margini, per necessità o per scelta non importa, e si ritrova l’olfatto come quello di un cane che ricerca tracce scomparse.

Non manca molto, ormai.
“Philippe sa che stiamo arrivando, vero?”
La mia presenza non servirà. Stare ai margini non sarà un male. Li lascerò soli, Filippo e Philippe, abbracciati dal monastero ora museo; l’odore di vecchio-bambino si riconoscerà nell’odore peculiare della bellezza.

L’autrice

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