Teresa Filangieri – Una duchessa contro un mondo di uomini

teresa filangieri

LA TRAMA
Teresa Filangieri: donna, scrittrice, filantropa. Di questa figura poco ci dicono le cronache e ancor meno i libri di storia. Ma la cosa non dovrebbe stupirci poi tanto: per lungo tempo gli storici sono stati soltanto uomini e la società italiana unicamente nell’ultimo secolo ha cercato di evolversi verso una sorta di emancipazione femminile, emancipazione che può dirsi tutt’altro che conclusa. E proprio in un’Italia in cui le donne sono spesso vittime di abusi, in cui bisogna fare il doppio per essere considerate la metà è importante togliere la polvere dell’oblio dalla storia della duchessa Teresa, precorritrice di un femminismo mai fine a se stesso, ma al servizio dell’amata Napoli e dei suoi oppressi.
Chi era dunque questa donna che ha attirato l’attenzione di Carla Marcone, tanto da farne la protagonista di un romanzo storico?
Teresa Filangieri nasce a Napoli nel 1826, figlia del Generale Carlo Filangieri, celebre condottiero che aveva militato nell’esercito francese combattendo le guerre napoleoniche, tra cui la celebre battaglia di Austerlitz e di una madre quasi trasparente, soverchiata dalla personalità rigida e forte della nonna Carolina. Teresa pur dimostrando ancora adolescente una personalità poco incline alle convenzioni, si piega al matrimonio  impostole dalla famiglia con Vincenzo Fieschi Ravaschieri, dal quale avrà una figlia, Lina, vero motore di tutte le coraggiose azioni che la duchessa intraprenderà fino alla fine dei suoi giorni.

L’AUTRICE
Di Carla Marcone poco ci è dato sapere, ma abbastanza da capire che ama: i suoi due figli, Napoli e la scrittura, ma quella bella, quella che sa rischiare con la commistione degli stili, che non ha paura di associare registri linguistici solo apparentemente antitetici.

DENTRO IL ROMANZO
Teresa Filangieri – Una duchessa contro un mondo di uomini” è un romanzo storico che ha saputo farsi snello. Vuole evidentemente essere un omaggio ad una figura femminile che per Napoli ed i napoletani ha fatto molto, e tuttavia ha ricevuto poco in cambio. Ogni pagina del libro è un chiaro canto d’amore per una città che da sempre è terreno di abissali contrasti, un territorio in cui il meglio e il peggio dell’animo umano possono manifestarsi allo stesso tempo. L’amore che l’autrice fa esplicitare alla sua protagonista è quanto di più autentico si possa trovare in un libro, tanto autentico quanto quello che, senza dubbio, anima la stessa Carla Marcone. Al contempo l’opera della Marcone ci fa riflettere su quanto la lotta che le donne portano avanti ogni giorno sia radicata nel nostro passato, e quanto prima di noi altre donne abbiamo rischiato pur di raggiungere i propri obiettivi, donne alle quali alcuni privilegi erano concessi solo finché venivano considerati come “capricci”, ma che venivano immediatamente recisi nel momento in cui si indovinava fossero frutto di una mente pensante e volitiva. Dalla rappresentazione della Napoli ottocententesca della Marcone appare in tutta la sua tragicità quella dicotomia che voleva non solo uomini da una parte e donne dall’altra, ma un’ulteriore divisione tra donne altolocate e donne della plebe, in un frazionamento quasi infinito verso la minorità, quella della miseria, delle cimici, delle pulci e del colera.

LA SCRITTURA
Carla Marcone usa un linguaggio complesso, studiato, che sa toccare vertici poetici senza aver paura di cadere nel turpiloquio per supportare la narrazione ed essere aderente alla rappresentazione del proprio mondo scenico. L’uso prevalente della paratassi in alcuni punti rende un gran servizio al ritmo dell’azione che viene sferzato, catturando il lettore e tenendolo avvinto alle vicende dei protagonisti.
L’autrice oltre a riportare i fatti storici, dà vita a tutta una serie di riflessioni sulla condizione femminile, ma ancor più sulla condizione umana in generale, di un certo spessore e di una certa profondità: la compassione, sentimento principe del romanzo, pervade realisticamente le pagine, in maniera spesso commovente. Unica pecca il balzo temporale tra alcuni avvenimenti nella seconda parte del libro: il lettore vorrebbe sapere di più, tra storia e fantasia, di quello che accadde nella vita di Teresa Filangieri in quegli anni di cui nulla viene riferito. Probabilmente 100 pagine in più non sarebbero state affatto male nell’ottica di un approfondimento delle vicende dei protagonisti e del loro spessore psicologico.

LA CITAZIONE
“Teresa provò pena per quella donna e pena per se stessa, e per ogni donna. E rabbia, rabbiosa rabbia, per quel marchio che le decretava diverse fin dalla nascita. Un marchio invisibile che le condannava a vivere sempre in guardia, a proteggersi da pericoli reali o immaginari, a difendersi dentro e contro un mondo di uomini, a impegnarsi il doppio per ottenere meno della metà. Ciò che per un uomo era una banalità, per una donna diventava un rischio e richiedeva strategie e prudenza, risultando spesso irrealizzabile. Un marchio che le condannava a combattere o a soccombere.”

Una bella storia, una grande verità.

Edito da: Scrittura & Scritture

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