Naufragi

"Naufragi" è il titolo del racconto breve di Ottavio MirraNaufragi

di Ottavio Mirra

 

L’amministratore, esaurita la relazione, ha accordato la parola ai condomini.
Il sig. Moreau, inquilino del terzo piano scala F, di lontane origini fiamminghe, ha tanto da dire e si è iscritto a parlare. Si è preparato a puntino. Nel pomeriggio davanti allo specchio ha ripetuto a voce alta, guardandosi dritto negli occhi, l’intervento che si accinge a fare. Alle 17,00 ha indossato il completo grigio fresco in lana acquistato in occasione del matrimonio del giovane cugino Samuele.La sua signora gli ha stirato una camicia bianca con il colletto rigido, inamidato. Delle sue tre cravatte la scelta è caduta, dopo vari tentennamenti, su quella azzurra a tinta unita.
Alle 17,30 in punto ha fatto il suo ingresso nella sala condominiale. Ha occupato un posto discreto in terza fila, di fianco alla signora pensionata statale dai capelli turchini, scala A piano quarto interno 15. Ansioso ha atteso che arrivasse il suo turno. Ora sente gli occhi degli altri che lo fissano. Ha la bocca secca. Con movimento lento versa dell’acqua in un bicchiere di plastica.
Sa di avere un problema. Talvolta le parole gli sfuggono. Il maledetto meccanismo che costruisce la frase si incaglia. Quando comincia un discorso le vede tutte le parole, una dietro l’altra. Gli stanno di fronte e galleggiano sicure in uno spicchio di mare tranquillo. Sono grandi, posizionate in verticale appoggiano la base sull’acqua. Si stagliano precise, dai contorni nitidi, ben definiti. Leggerle è un piacere. Sono da scandire con voce ferma così da attirare l’attenzione.
Poco più in là però, cominciano a farsi più piccole e pigre. Si sdraiano tutte a fare il morto sull’acqua e si fanno portare dal dondolìo. Ogni tanto una porzione di ciascuna di esse sparisce per poi riaffiorare. L’ondeggiamento rende la lettura più incerta, sicché il parlare non è più così fluido. Si inceppa, riparte, procede a singhiozzi. Il sig. Moreau è consapevole che una di quelle parole, proprio quella che serve a dare un senso alla frase, prima o poi affonderà. La scorge in lontananza che ondeggia più delle altre, compare e scompare tra le onde di un mare che solo lì si è fatto agitato. Se fosse un naufrago, quella parola andrebbe salvata per prima. Invece deve lasciarla ancora in acqua, guardarla da lontano in attesa di incasellarla tra le altre, al posto giusto, né prima né dopo, ma spesso succede che è già troppo tardi. La vede che annaspa, gorgoglia, sparisce. In quel tratto di mare non resta che il mare.
Sa che a quel punto sarà costretto a fermarsi, a cercare altre parole che non stavano in fila. Il silenzio sommergerà anche quelle che sembravano salve.
Ecco lo chiamano, tocca a lui.
Una goccia di sudore nascosta tra il lobo dell’orecchio sinistro e il colletto inamidato gli bagna il collo.
Beve fino all’ultima goccia, poggia il bicchiere nell’apposito invaso sul bracciolo della sedia.
L’ansia gli è arrivata alle stelle. Davanti a sé, lungo la linea dell’orizzonte scorge, di tutto il discorso, appena qualche parola che non forma neppure una frase.
“Mi associo a quanto già detto da chi mi ha preceduto” dichiara con una certa enfasi. I suoi interlocutori lo guardano perplessi, poi passano oltre.
Da quando ha capito che non c’è rimedio, il sig. Moreau ha una vita fatta di piccole frasi tra tante parole annegate.

L’autore

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2 Comments

  1. Luigi Giampetraglia.

    Quanta ansia…
    La pressione di un macigno sul petto, il dramma di chi già sa che non ce la farà, nemmeno se le ripete un milione di volte quelle parole… eppure ci prova ancora, in un disperato slancio che lo proietti, per una volta almeno, lontano da sé e dai propri limiti.
    Parole che sfuggono come acqua tra le dita… eppure erano lì fino a un attimo prima, infilate l’una dietro l’altra come vagoni di un treno in corsa… un treno che perde pezzi lungo i binari, un vagone alla volta, ed entra in stazione ormai ridotto alla sola motrice.
    La chiusa ha l’amara ironia della vita vera.

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