Mandorla – Anastassìa Angioi

mandorla

 

E poi son passati ventun inverni. Ma è a metà della primavera numero uno che è nata lei. Mandorla è nata su un ramo.
Mandorla è sbocciata in un giorno di alba, su un ramo tra i rami di un venerdì tra i venerdì.
Ho sempre amato i rami, che si intrecciano coi venerdì. Sono capaci di unire cielo e terra in un unico suono dove osano le aquile, radici a testa in giù che affondano nel cielo, spuntano a mezz’aria e abbracciano le nubi, si vestono e si spogliano, accolgono e rilasciano, come i venerdì. Sono giorni speciali i venerdì, lunghi, raggianti, spigolosi. Tremendamente fragili, tenaci, affettuosi. Hanno il cuore grande e malinconico, sempre esposto alle intemperie.
Mandorla sa molto di rami, di dolci, di intrecci agrodolci, di venerdì. Di intemperie.
I venerdì sanno di sole anche se fuori piove. Sanno scodinzolare. Aspettano lì dopo il lungo giovedì, e ti accolgono di pioggia e di doni, come i rami nelle stagioni, così come sei, e la settimana non è ancora finita ma si sente che finalmente puoi andare a sentire il sapore del mare e lasciare a casa la colpa. Stanno in bilico tra fine e inizio, son timidi i venerdì ma con loro ti senti al sicuro, sanno il fatto loro. Sono giorni magici. Hanno il sapore del gelato, quello cremoso con la cialda, di lucine sfuocate e di tane accoccolate, di mi fai le trecce con i nastrini, di ginocchia sbucciate, di spingimi col carrello, l’aquilone sa volare. Sanno di pasticcini e di gite domenicali, di abbracci, di scivolo, di mangiamo la pizza stasera? Davvero sì, così, a sorpresa. Di vento tra i capelli, di sentimenti, di rotolo sul prato e conto le margherite. Altalena. Di emozioni, con la mano nascosta nella tasca, la tua.
I venerdì hanno il gusto di un vestito nuovo perché è il tuo compleanno, di progetti, di tempo tenuto al guinzaglio. Sogni insieme. Sogniamo insieme? Il venerdì sa di viaggio, di gusto dell’attesa che all’aeroporto vengo a prenderti io, sa di bacio, di nave che se ne va. Sa di occhi lucidi, pieni di sale. È quel giorno che ti rubo la pasta da scolare e le frittelle con lo zucchero, di quelle lunghe, a carnevale. Sa di incastro tra cisto e sogni scaldati da brace. Venerdì sa di fainè, di bivio, scelta accanto e sconosciuta, sa di cipolle, patate sabbiose, di pesche noci e scamosciate. Lo senti più forte il profumo del pane.
Venerdì sa di giorno importante, di fallimento, quello bello, chi lo conosce sa che è un’arte preziosa. Sa di giorno frizzante, che fa male lo stomaco, giorno del saggio di pianoforte e la verticale, non cadi dalla trave. Il compito di matematica fa meno paura, si torna in moto, sa di resisti anche se è dura, che tanto oggi c’è il film, fa ridere, sul tappeto, con le patatine, insieme. Che oggi non si litiga.
Il venerdì si salta in pedana, il venerdì è un giorno fortunato. Il venerdì si sogna, il venerdì bisogna crederci. Loro non sono come i sabato, portatori di malinconia domenicale, i venerdì sono sabato due volte, arrivano un passetto prima e l’attesa raddoppia. Sono luccichii caldi e avvolgenti, quando il cuore è vuoto e la gola fa male.
Ti dicono a modo loro che non è finita, che tutto, se vuoi, sta per cominciare, che tutto può succedere. I venerdì fanno le smorfie, i fiocchi alla vita. Abbassano lo sguardo e imbrogliano, loro. Pensi che non ti stiano guardando, ma sono i più attenti di tutti. Lì al loro posto, ti aspettano senza esitare, scelgono te, anche se ancora non albeggia. Anche se pensi che non sia il tuo giorno, anche se non lo avevi previsto. Perché ti insegnano che nella vita puoi anche stupirti. I venerdì hanno le calze lunghe, maglioni nei quali scomparire.
Ho sempre creduto che non avessero tanto da fare gli intrecci, quel sole, quei rami, quella mattina, quel venerdì. Che fosse solamente noia. Eppure, come al solito, mi sbagliavo.
E Mandorla non poteva che nascere senza avvisare nessuno, proprio quel dì. Su quel venerdì. Tra brina e agro simile a te, uguale a te, quanto una mandorla lo è al suo fiore.
Tenace di dura e violenta vita in campagna, cuore dolce a dispetto.
Mandorla è figlia del gelo e del primo sole, della fretta d’amarsi e poi non trovarsi. Di sogni schiacciati e affogati, di sguardi rimessi e provocati, di mele acerbe e corse insabbiate sul mare.
Mandorla è nata piccina, improvvisa, dal giorno alla notte, alba di quella stagione un po’ timida ancora bocciolo, che quando ti alzi al mattino il volto s’è tinto di bianco, pizzica il naso e i petali tanti, pare ancora di aver a che fare con la campagna di manto di neve invernale.
Mandorla è nata piccina di quella stagione ancor fiore, sul ramo che volge sul melograno, accanto alla coda del gatto arancione.
Mandorla è bimba già grande, regge fili di scorci silenti. Ha pozzi neri e profondi sopra le gote, guarda e nasconde, tiene stretta segreti. Non ha neanche il guscio, verde felpato di mandorle acerbe, gliel’hanno rubato, è per ciò che è rimasto il suo candido cuore troppo esposto alle unghie del gatto arancione.
Mandorla è giovane donna che ha lasciato quel cuore cresciuto e graffiato appeso a una gola, una tenebra corda, grido furente, silente, di un raggio rubato a un agosto di sole. Ramo scavato, segnato, che prima le aveva donato il suo dove. E se ora vai lì e sai ben cercare, in un giorno d’estate lo puoi ancora trovare, tra le foglie e il rumore del sole, scordato, avvolto da un manto di pianto, quel pezzo di cuore, graffiato dal gatto arancione.
Mandorla ha colto i suoi ricci, i suoi cocci, le pietre, le lacrime, gli occhi. Ne ha costruito dei ponti, lontano dai fili, i misteri, dai graffi insistenti, i silenzi gelati, corse sbattute a voler non capirsi, e poter poi mentirsi, le parole pesanti i silenzi pesati, mani imploranti, le grida, gli sbagli.
È andata lontano, e ti sta più vicino.
Di quell’acre sapore Mandorla ne ha mescolato di miele e d’amore, pasta cotta di sogni e speranza, ne ha fatto tondi amaretti, croccanti, un poco imperfetti, ma così buoni, di quelli a Natale a raccontar storie. Ti voglio un gran bene, attorno al basalto, la soglia, il ginepro, il camino accanto, con te fa più caldo, è di polline e miele che sa la tua pelle.
Mandorla è donna segnata, s’è fatta da sola, tutta d’un pezzo, la vedi che cuce, delicata ricama, ogni giorno, il suo cuore.
Una lacrima, un punto, un sorriso, una croce.
Mandorla dentro è ancora piccina, si fida anche troppo, come bimba curiosa d’Epifania. Un giorno è cascata.
L’ha travolta, strappata il Maestro, una due volte, infinite sul muso, la crosta, la schiena, sul guscio, un refuso. Vento Maestro, furente furioso, tornare, scusarsi, implorare, gridare, per l’ultima, l’unica volta, amare.
Mandorla è donna che ha sciolto con lacrime amare matassa di resina e spine, ha rotto il silenzio di chi sa sedurre, spira e ti avvolge, ti ama e poi strappa finché non si stanca, forse, non so, se si stanca, ti stanchi? Io ora, tu quando, domani? Aveva provato a farsi cullare da un sapore nuovo, carezze a nord-ovest, coglieva conchiglie, amava le gite, le bisce, i sorrisi, ammirare i colori da dentro le biglie. È colpa, la sua, se l’è andata a cercare. Pazza, puttana d’affetto, d’amore, invenzione.
Mandorla è donna che ha vinto, lontano dall’ovest, dentro di sé, la triste battaglia. Ha in volto un disegno nascosto, conosce quel circo e ciò che ha domato, chi l’ha sfamata, la lotta, la vita, miracolo a cui si è aggrappata. Dei giochi, le beghe, i maghi, regine, sirene, le streghe, Mandorla non sa più che farne, c’è il vero che resta da solo, poggiato, assonnato, nessuno lo vede, poco ci crede, sta scritto su umide foglie ormai gialle. Tutti che notano nessuno che vede, chissà chi le crede, eppure sia entrambi, che tutti, lo sanno, è scritto, riscritto, ritrito, sputato, rivolto e negato.
Ma è lì per chi vuole vedere, che resta poggiato, e non cambia.
Mandorla ha vinto la vita per sé, per lei e per me, l’ha vinta per te, sussurra pian piano su un nuovo ramo, vede schiuma del mare lontano, parla col monte, sforna castagne, la culla è vicina, proprio sul ramo, né graffi, né soffi, né fili, né corde, paura contrita di giovane morte, non una due volte, infinite sul muso, la crosta, la schiena, sul guscio, refuso.
Ora è la brezza a sfiorare i suoi fianchi, non il Maestrale a giocar con le ombre, le rose, l’amore, cos’è se non un tuo bacio in un giorno di sole?
Ho rivisto un mattino il tuo livido come,
che picchia, che batte, che sbatte le porte.
Hai messo una lapide sulla mia croce, non una due volte, infinite e più volte.
Che ti rimane?
I ragni, l’orgoglio, le mani rivolte. Una giacca dimessa, le scarpe, camicia. Usi sempre la stessa. Le tue insulse grida ora son io che silenzio di notte. Prepari le ombre, buon viso al tuo gioco, le maschere bianche, senza espressione, le ami le bruci, le adori le odi. Ridi poi piangi, teatro, la gloria, ma ancora dipingi il tuo volto? che noia.
Inzuppi le arance in un latte straziato, fai tu colazione, sei così attento a tessere gerbere, mia ultima unzione. Oggi, domani, o mai cosa importa, il prezzo ormai è stato pagato. Mi porti abbracciata al velo col gatto, zuppa di gente, sorrido da sola, non ho più quel guscio cucito da me, sono uno scrigno di legno, scelto da te. E ora non piangere latte d’arance, occhi pesanti di lacrime amare, sai meglio di me che potevi ascoltare, fermarti, amare, amarti, lottare. Che ti rimane?
Non era questo, di certo lo sai, l’eterno sì al nostro agognato, pietroso e fiorito, ora gelido altare.
Ecco la fine che ha fatto il mio amore.
Ripetono in coro leggero cantare, le ombre di sera, nel bosco, la vita? vivila tu, polverosa, in soffitta. Hai messo una lapide sulla mia croce, non una due volte, infinite altre volte.
Le foglie d’inverno coprono il cuore, cantano in coro nenia d’amore, in cielo e per terra, freddate dal sole.

Sussurrano in coro

Sei come granito sbattuto, forgiato affranto dal vento.
Sei come un urlo lanciato e disperso su onde di mare, voce roca grattata di schiuma. Sei come il Maestro che spira e si insinua tra costole rotte, contuse, recluse, gabbia di nausea e speranza e respiro, ma quando respiro? Aria ribelle non vuole aspettare, aspetta, ti prego, mi vuoi ascoltare? Ti avvolge, ti spazza, scompiglia, ti spiazza, vele spiegate, le sere passate a scappare, restare, aspettare, la pazienza arrivassi, i danni che fai, la voglia di averti, volerti, ora tu vuoi salpare, e io di salpare che penso, lo sai.
Ai rami aggrappati il barbagianni ha occhi sparuti, spaventa l’abbaglio è pericolo è danno, in macchina, vedere la luce, stringi più forte, vedermi fa male. Affoga i tuoi fischi nel sughero antico.
Sei come elicriso, odori di casa, camino e castagne, olive recise da quelle tue lame, poggiate e poi perse, ricordi da piccola di damigiane.
Sei stanca di tutto, di chi tutto il tempo ti guarda, di chi poi ne parla, riparla, ne sparla, forse ti spezza, non sai che se resta poi ti rimpiazza, sai che si vanta, va via, il rimorso, ricorda, s’incanta. S’incanta di te che sai d’arte, pittrice di sogni, profonda bellezza, nasci groviglio, ma tu sei di coccio cocciuta e di cieco, non sai quanto profonda tu sei, ch’esiste groviglio da togliere il fiato, di rara confusa, sensibile apnea, a te che sei tanto, sei altro, sei molto di più, che sabbia mondana da posa e riposa in foto da viaggio, bianca e accecante, bionda truccata su tacchi specchiati, sorridi, sprezzante, rifletti il demonio nascosto in quel viso, che mentre ti giri si scioglie, frantuma, nel petto gelato e rigagnoli in viso. Doni vita a carcasse che riposano al sole, spiri vita per altri, acre di menta, d’acqua si lava, non leva il peccato di vita più libera.
Sai di lentischio tra braccia di roccia che canta, e anche se stanca, è tenace, ti fermi e pazienti, se aspetti, non sai che se ascolti in silenzio, t’incanta.
Sei come ginestra che nasce laddove vita non c’è, fiore di gioia entusiasmo di giallo sorriso che a ogni costo vuol vivere, e forte vivrà, anche se ancora lei non lo sa, dalla cenere risorgerà, e con lei anche tu coi raggi e le spine scalderai le ferite, e pungi maldestra, ginestra, da sola ti salverai, risorgerai.
Sai di mistero, magnetica donna di baco da seta, mani e tappeti, veli preziosi, soffitte di pietra, fredde parole, filo, filanda, ricamo. Di corbula è intrecciato il tuo cuore, adornato di cura, rispetto e passione, grande, profondo, insondabile amore, dolore.
Sai di mandorle amare e dolci susine, filastrocche e poesie, di pascolo e funghi, di pietre lanciate disperato destino. Riaffiorano lacrime al mare, di notte, al mattino. Di onore e lealtà è il sangue che scorre in ogni tua vena, radure di muschio, rossore di tronco di rovera nuda, toccato l’orgoglio, macchiato l’onore. E no, non lo puoi provocare, provare a smussare d’amore. Parole laconiche sulla tua bocca, di sguardo riempito di rabbia e di sale, amore non detto, sputato da tempo. Resta il rimorso, insabbiato dal vento.
Sai di iperico e volpe.
Macchiano il cuore le more di gelso, nuvole bimbe su asparagi fitti, pungono me, ricordi di lenze, rumore di fuoco, terra di brulle colline. Sai di ricotta e zucchero caldo, marmellata noci e pistacchi, di legni, le rughe, le mani che hai. Sai di licheni e barche assopite sul petto, lasciate annegare sul mare nascosto alle spalle di un monte, che soffre in silenzio, cade improvviso senza avvisare, senza guardare, sul maestoso mare.
Sei come lei, terra di solchi e sogni rubati, forse è il tuo viso.
Contraddizione, fascino e volto contrito. Racconti di sera, le barbe già bianche, i rospi, l’upupa, i canti, la luna, dov’è ora il tuo Dio? Sei pena, sei truce, sei dolce speranza.
D’orgoglio ti nutri, cuore di riccio, antri di fate, col sole rinasci, di neve patisci. Strega leggenda, fiaba, racconta.
Sparisci, ritorni, vivi, rinneghi poi muori, sorgi, e risorgi da terra infernale, paradiso prezioso di anime salve, anime rotte, indurite dal giorno, anime immense, immerse nel duro travaglio dall’alba alla notte, occhi avvolgenti, violenti, lucenti, rugati, rugosi di tempra preziosa.
Anime fragili, assenza d’amore.
Sei come granito, che aiuto non chiede, né sa di averne bisogno. Sbattuta, forgiata, affranta dal vento.
Profumi di vita, respira, sei vento.

Mandorla è nata su un ramo, sbocciata in un giorno di alba, su un ramo tra i rami. Mandorla vive dipinta, muore col sole, le nuvole gli occhi, le dita intrecciate, fai attenzione al ramo di more, sta lì accanto a te, ancora sognante, ancora ti guarda, ancora i tuoi occhi, ancora non so, forse sbagliando, lei si commuove.

Anastassìa Angioi

Fotografia: Enzo Fornione

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