Le ortiche

Le ortiche è il racconto di Orazio Cozzubbo, dolore e lacrime di un amore. Fotografia Geoffrey Hyland

Le ortiche

di Orazio Cozzubbo

 

Qui tra le ortiche, dove tu mi hai gettato, non si sta poi tanto male. Sono talmente fitte e diffuse da ricoprirmi per intero e quindi posso benissimo rimanervi nascosto. E se nessuno mi vede, posso starmene aggrovigliato nella mia autocommiserazione e piangere 
copiose lacrime per essermi visto gettato alle ortiche da te. Devo piangere in silenzio però, per evitare che qualcuno mi senta e venga a informarsi del perché delle mie lacrime e delle ortiche. Non saprei proprio come rispondere a simili interrogativi. Anzi, non ho proprio nessuna voglia di rispondere a niente e a nessuno. Voglio starmene qui, passivo, remissivo, arreso, sconfitto, negletto.
Sai che ti dico? Queste ortiche mi piacciono proprio. Sono rigogliose ortiche femmine e ortiche maschi. Stanno bene insieme, sembrano amarsi, loro. Si rispettano, collaborano l’un l’altra, si riproducono. Persistono. Certo, bisogna dire che qui c’è un bel pò di umidità e fa freddo. Ma forse questo freddo che sento non lo devo alle ortiche, ma piuttosto al mio sanguinante cuore di bambino, ferito da te.
Mi faccio piccolo piccolo, occupo il minore spazio possibile, silenzio i miei singhiozzi, stempero l’amarezza con le lacrime che regalo a queste belle ortiche verdeggianti. Che ci si annaffino pure con le mie lacrime, che si riempiano di linfa. Sai che faccio? Le tocco pure, le accarezzo. Che mi urtichino pure, che i loro tricomi mi irritino del tutto la pelle. E’ quasi piacevole il bruciore che mi causano. Mi permette di sviare l’attenzione dal dolore che mi hai causato tu. In più, ho letto da qualche parte che il dolore fisico aumenta il rilascio di endorfine. E quindi, urticandomi per intero, forse, il mio cervello bacato, marcio, putrido, potrebbe mettersi a produrle e questo mi farebbe star meglio da un punto di vista psicologico. E’ così grande il dolore che sento, che mi vien voglia di abbracciarmele tutte, queste magnifiche ortiche urticanti. Anzi, vorrei io stesso trasformarmi in una ortica gigante ed essere pertanto dotato di difese naturali, delle quali sono sempre stato sprovvisto. Vorrei essere io l’urticante e non l’urticato. Vorrei essere irritante, vorrei per una volta offendere e non essere offeso. Vorrei essere verde, io che ho sempre amato il blu.
Ci tengo a dire che non ce l’ho con te per il fatto di avermi gettato alle ortiche, non ti porto nessun rancore. Ce l’ho piuttosto con me stesso, per il mio essere così fragile, sensibile, urticabile. Mi odio per questo. Nessuno dovrebbe mai essere come me. Odio anche tutti quelli pronti a biasimare queste debolezze, queste fragilità esasperate ed esasperanti. Odio tutti coloro che mi inviterebbero a reagire, che mi spronerebbero a rialzarmi, ad abbandonare le ortiche. Li immagino mentre leggono tutto questo e con faccia sprezzante mi dicono “non dovresti mai permettere a nessuno di farti stare così” o più semplicemente “dimenticati di lei, non ti merita”. 
Parlassero pure, me ne frego. Io rimango qui a soffrire e a piangermi addosso, ancora per un pò. Saranno le ortiche stesse a salvarmi e a liberarmi, un giorno. Sono infatti piante perenni, ma non sono certo eterne: ortiche decidue che cadranno da sole, morendo. Sarà allora che mi rialzerò e tornerò alla mia vita di sempre, con la mia faccia di sempre, con il mio cuore di sempre. Arriverà pure il giorno in cui tornerò a detestare le ortiche come facevo prima. Le calpesterò insensibile. Preferirò loro qualunque altra forma di flora. Ma di certo non mi dimenticherò mai che tra loro tu mi gettasti crudelmente. E ogni volta che vedrò delle ortiche sentirò pungere al cuore; sentirò il dolore di questa ferita ormai vecchia ma non dimenticata, né del tutto sanata. 
Per adesso però sto qui, senza astio alcuno nei tuoi confronti. Anzi, sto già meglio, con questa pelle tutta rossa che prude. E sorrido quasi. In fondo, era così bello quando ridevamo insieme io e te!

L’autore

Fotografia: Geoffrey Hyland

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