Felici diluvi

Felici diluvi

 

L’OPERA
14 racconti ed un universo da raccontare, un mondo di antieroi da mettere in scena. Perché il vero eroe è chi sopravvive, chi si reinventa, chi osserva e lo fa per raccontare, perché non vadano perdute le storie delle persone/personaggi che calcano il palcoscenico della vita. Questo è “Felici Diluvi”, di Graziano Gala. Un urlo contro l’oblio, un tentativo di dare un senso a ciò che sembra esserne privo.
Nei racconti di Gala si intrecciano i temi dell’allontanamento da casa, una casa che è terra accogliente e calda, in contrapposizione all’ipertrofia urbana di un settentrione votato alla produzione e al consumo, consumo che non è solo materiale ma anche del materiale umano. Al turbine della frenesia metropolitana si contrappone la voce dell’autore, che è quella di colui che non si arrende, di colui che, narrando, dà nuova vita a chi sembra aver esaurito ogni possibilità. In “Felici Diluvi” l’autore si muove sul filo della realtà che, anche se raccontata per quello che è, sfocia inevitabilmente nel surreale. Ed è un surreale magnifico, che fa dire “Sì, lo voglio!” alla sospensione dell’incredulità così ben spiegata da Samuel Taylor Coleridge. Sì, Graziano, noi siamo il tuo pubblico fedele, tu sarai il nostro fedele cantore!
Un talento: l’autore di “Felici Diluvi” ha qualcosa da raccontare, ma sono certa che anche qualora non avesse nulla da dire lo saprebbe fare in maniera mirabile.

Normalmente a questo punto avrei estrapolato dalle note biografiche dell’autore due parole da riportare sul suo conto, due curiosità, non so, come ne “Il favoloso mondo di Amélie”. Gli avrei chiesto magari, in aggiunta, se gli piace il cappuccino e, in caso affermativo, se con la schiuma o senza, se soffre di misofonia, perché quando io viaggio, cioè tutti i giorni, impazzisco se qualcuno accanto a me mastica facendo rumore. Roba da diventare pazzi.
Ma quando ti trovi davanti ad un autore così non puoi farla una cosa del genere. Diventa un delitto. Perché solo Graziano Gala può dire di sé nella maniera in cui io vorrei, ma non saprei dire.

 

L’AUTORE DICE DI SÉ
Se fanno troppo rumore poi mi fanno paura. Io mi siedo, sto zitto, ascolto. La linea verde parte regolare. Sempre. È l’unica certezza che mi è rimasta. O forse l’unica che io abbia mai cercato. Basta presentarsi in orario. Avere un biglietto da uno e sessanta. Sedersi. Uno spettacolo assurdo che costa pochissimo.

Di tutto, entra di tutto. Alcuni hanno fame. Altri non sanno più dove nascondersi. Altri raccolgono tutti i gratta e vinci di Milano sperando che qualche pagante sia stato disattento. Altri ancora vogliono solo riservatezza. E questo è uno dei pochi posti non invasivi rimasti. Ti siedi. Stai zitto. Ti godi la meta.

Io. Io sono la variante. Quello che guarda. Quello che scrive. Quello che annota. Io sono uno di loro. Ma se non do voce io a tutti poi come parliamo? Se non prendo coraggio io come si esce da qua? Se non usciamo prima di notte dal vagone come pensiamo di poter arrivare al mattino successivo?

A me piace la gente che non parla. Per scelta o per imposizione. Perché chi non parla mai le parole le pesa. I gesti peggio ancora. È tutto un calibro, su questi binari.

Anche io non parlavo. Mai. Papà era poco diplomatico. Uomo da cinta e non per sua colpa. La mamma era piena di tarli e rischiava di lasciarci quotidianamente le penne. Allora stavo zitto. Sempre. E non che non avessi da dire. Ma cosa puoi dire a un padre scostante e a una madre ammalata? Niente. Non puoi dire niente. Allora ti toccano i soldatini. Poi la fantasia. Poi la penna.

Allora ti tocca parlare con cose che per professione restano mute e impassibili: le sedie. Gli ombrelli. Le bici. Con un po’ di immaginazione gli amici sono ovunque.

Anche qui. Soprattutto qui. Basta che non facciano troppo rumore. Se no poi mi fanno paura.

 

LA CITAZIONE
“Con quaranta minuti mal spesi, lui, Fabio Filzi, ha compreso quanto preziose fossero quelle urla di bambini, quelle rate sulla casa, quella moglie così presente, imperfetta, stanca la sera.
La cena è sul tavolo, la legna nel camino brucia, i bambini – lontani – giocano. Fina è in attesa. Respira, la guarda, sussurra:
«Fina, ma quanto cazzo è bella, ‘sta mediocrità?»”

~ da “La prospettiva di Giuda”.

 

LA LINGUA E LO STILE
In “Felici Diluvi” Graziano Gala dimostra una padronanza della lingua italiana che scalda il cuore e si estrinseca in un sapiente uso del gioco di parole e delle figure retoriche, senza che queste ultime siano ostentate come spesso accade quando un autore vuole dar mostra delle sue capacità. La lingua rimane quindi ciò che dovrebbe essere, il supporto al contenuto, la base di partenza di un modo di raccontare semplice che, tuttavia, è il risultato ultimo di un meticoloso processo di produzione, in un delicatissimo equilibro tra suono, significato ed evento narrato.

Leggete questo libro. Fatelo per voi.

 

Edito da: Musicaos Editore

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