L’attesa di un sogno – Elisa Mantovani

l'attesa di un sogno

Mi sveglia un raggio di sole.
Non la sveglia, col suo gracchiare fastidioso, non il vicino con le ciabatte fatte di cemento, che tanto ama sbattere sopra la mia testa: sono convinto che abbia fatto una sorta di mappa, sul pavimento, segnando i punti strategici per riuscire nel rompermi le scatole al meglio.
Nemmeno Federica mi sveglia, con le sue mani fredde, la sua voce roca perennemente impastata di nicotina e malumore.
Sento gli uccellini cinguettare: su tutti un merlo, quello che viene sempre a spizzicare le briciole che scrollo sul balcone.
“Smettila o ci ritroveremo pieni di formiche!” mi dice sempre Fede: ha la fissa per gli insetti, per lei anche una pulce rappresenta una sorta di mostro, pronto a trasmetterle chissà quali malattie.
Mi stiro, adoro farlo: faceva così il mio gatto, quando ne avevo uno.
Ne avevo uno?
Mi sembra di ricordarlo: col pelo tigrato, grandi occhi verdi. I gatti hanno capito il vero senso della vita, li ho sempre invidiati; non sono come i cani, che si prodigano nel rendere felice il proprio padrone, esattamente come facciamo noi umani: sempre a cercare approvazioni, affetto, amore. I felini se ne fregano: mangiano, quando ne hanno voglia si prendono la giusta dose di carezze e complimenti e dormono.
Vorrei essere un gatto: starmene acciambellato sulla sedia in cucina, mangiare, andare a caccia del merlo e fregarmene di tutto il resto.
Guardo l’ora: le otto.
Non ricordo se devo andare al lavoro, che turno abbia, per un momento mi prende il panico.
Maledetto lavoro!
No, oggi sono a casa, ora ricordo: è domenica.
Il sole continua ad accarezzarmi il viso: mi fa tornare in mente mia madre, quando arrivava dal piano di sotto avvolta dall’odore del caffè e di mille altre cose buone. Veniva nella mia stanza, la sentivo salire le scale e sbuffare per la polvere che continuava ad ammassarsi lungo il battiscopa; io l’aspettavo sveglio, sorridendo. Mi piaceva fingere di dormire per sentirla scostare le coperte, quel bozzolo caldo e rassicurante che mi avvolgeva, e sentire le sue mani sul viso.
Mi svegliava così: con una carezza che valeva tutto l’oro del mondo. Ancora adesso sento l’odore delle sue mani: sapevano di detersivo per piatti, torta di mele e zucchero, l’odore più buono che abbia mai sentito in vita mia.
Federica dev’essere uscita, non la sento: meglio così.
Mi alzo, vado in cucina. Sul tavolo una torta, il caffè fumante, la radio accesa. Sento una musica bellissima che non ho mai sentito prima. Di solito alla radio mandano sempre le stesse cose, canzoni che ti entrano nel cervello a mo’ di goccia cinese. Non credo che venga da lì, mi accorgo che la spia è spenta: la radio è muta. Da dove viene questa musica allora?
Forse dal piano di sopra, dall’appartamento del camminatore folle… No: sembra venire dai muri, dal tavolo, dal pavimento.
Mi siedo, mangio una fetta di torta di mele che ha lo stesso sapore di quella che faceva mia mamma. Per un momento mi sembra di vederla, mia mamma, piegata sul lavello col suo grembiule colorato e i bei capelli ricci. Mi viene quasi da piangere, ma non di dolore, di gioia: mi sento bene, al settimo cielo, era da tempo che non mi sentivo così.
Guardo fuori dalla porta-finestra: sul balcone ci sono passerotti, merli, pettirossi. Se ne stanno a cinguettare, tutti insieme, come se stessero raccontandosi chissà quali storie.
Allora prendo le briciole che si sono formate sul tavolo, le raccolgo nel palmo della mano e vado a buttarle di fuori. Loro se ne stanno lì, non volano via come fanno di solito: zampettano a destra e sinistra sul parapetto del balcone.
Il merlo è l’unico a rimanere immobile, come se mi stesse studiando. Gli altri dopo avere finito di ciarlare si sono fiondati su quel banchetto improvviso.
“Grazie!” mi dice il merlo.
“Prego” gli rispondo e me ne torno a sedere. Lascio la porta finestra aperta: si sta bene, sembra primavera.
Federica non c’è più, me ne sono accorto girando per casa.
Non ci sono le sue cose in bagno, i suoi vestiti nell’armadio: deve essersene andata mentre dormivo. Mi sento come un carcerato che esce dopo una lunga detenzione: sono felice!
So che sto sognando, lo so, ma me la voglio godere fino all’ultimo.
Sto sognando?
Non ne sono sicuro, ma non voglio pormi troppe domande.
Mi vesto, sempre con quella musica celestiale in sottofondo. Adesso sento anche una voce che canta soavemente in mezzo a quella sinfonia di violini, pianoforte, clarinetto. È una voce che conosco bene, la voce che mi ha parlato fin da quando non ero che una nocciolina nel suo grembo: la voce di mia madre.
Esco e tutto è diverso.
Intorno a me c’è solo campagna: fiori, alberi, campi sterminati di grano.
Bello, bellissimo.
Vorrei andare al bar per prendere le sigarette. Chissà se mai ne troverò uno qui, non ci sono altro che campi infiniti. Poi lo vedo: è proprio di fianco al condominio, un bar grande, come ho fatto a non notarlo!
Entro: non c’è nessuno tranne il barista, che se ne sta dietro al bancone. È un uomo grande, con dei grossi baffi neri; l’ho già visto da qualche parte ma non ricordo dove.
“Lo sai che sarebbe meglio non fumare!” mi dice appena entro.
Lo so, ma una sigaretta non la si nega a nessuno, penso. Mi dà un pacchetto dove sopra c’è una scritta che recita: “Che sia l’ultima?” poi torna a incrociare le grandi braccia sul petto.
Esco dal bar senza pagare, perché me le ha regalate; faccio due, tre passi poi mi giro: il bar non c’è più. Non c’è più il condominio ma nugoli di uccellini che svolazzano intorno a me. Mi accendo la sigaretta assaporandone l’aroma come se non ne fumassi una da secoli. Rimango così, con quella musica celestiale che mi avvolge seduto sull’erba tenera, aspettando di vedere arrivare mia madre col suo grembiule colorato. Mi sdraio e fingo di appisolarmi, mentre aspetto le sue carezze, felice.

“Poveraccio. In fondo mi fa quasi pena.” a parlare è un uomo, un uomo grande, con dei grossi baffi neri.
È un poliziotto, mi viene a trovare spesso. Non che lo voglia certo: lo fa perché è obbligato. Lo fa da quando mi sono sparato, una mattina di marzo, tre mesi fa: l’ho fatto dopo avere ucciso Federica e il suo amante, il “maratoneta” del piano di sopra.
Mi hanno trovato così: moribondo, accanto ai loro corpi.
Loro invece sono morti: con loro sono stato più preciso, forse per tutta la rabbia che avevo in corpo. Con me ho tentennato e la pallottola mi ha portato via solo parte del cervello, quel cervello che mi ha sempre dato problemi.
I medici mi ronzano attorno, come tanti passerotti in attesa di una briciola. Dicono che non sento dolore, che sono un vegetale: hanno ragione, non sento dolore.
Sogno e aspetto: so che prima o poi arriverà mia madre, arrivava sempre quando stavo male, arriverà anche stavolta.
Aspetto, nella vastità sconfinata dell’incoscienza, come quando l’aspettavo fra le coltri: con gli occhi chiusi, come se dormissi.
Aspetto che le sue mani che sanno di detersivo per piatti, di torta di mele e di mille altre cose buone vengano a scostare questa coltre pesante, per poi essere libero di andarmene con lei, per sempre.

Elisa Mantovani

Fotografia: Carlo Gaia

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