Pozzi di Banalità

Pozzi di Banalità - Maria Grazia PanunzioPozzi di banalità

di Maria Grazia Panunzio

 

La poesia è una cosa seria. Non che la prosa non lo sia, ben intenso. Ma nella prosa possiamo aggrapparci a qualcos’altro, oltre che alle parole: possiamo godere della storia in sé anche se la stessa non è espressa nel migliore dei modi. Ammesso che l’autore abbia qualcosa da dire, ovviamente.
Non è così per la poesia. Si pensa erroneamente che scrivere liriche sia più semplice che impegnarsi in racconti e romanzi. Potrebbe, potenzialmente, venir fuori un risultato discreto anche senza il bagaglio di competenze tecniche richieste ai romanzieri. La poesia infatti si è via via staccata dai rigidi dogmatismi strutturali del passato, diventando sempre più libera e oggetto di una sperimentazione quasi furiosa. È facile però vedere il rischio che si corre: tutti si sentono un po’ poeti. Quale piaga! Per questo motivo ho impiegato qualche giorno a decidere se imbarcarmi nella recensione della raccolta di Maria Grazia Panunzio, Pozzi di banalità. Ho voluto correre il rischio.
Pozzi di banalità è un esperimento ardito, frutto di una mente che non ha certo paura di osare e di mettersi in gioco.
Le poesie di Maria Grazia ammettono una lettura su più livelli, costellate come sono di riferimenti al mondo dell’arte e della letteratura: l’autrice riesce infatti ad unire all’universalità dei sentimenti umani il richiamo alle grandi opere di shakesperiana e pucciniana memoria.
Sul piano sensoriale l’accostamento sapiente delle parole solletica il palato, alimentando il desiderio di nuove rime dal sapore vagamente speziato. Il senso del gusto e dell’olfatto sono i protagonisti indiscussi di molti dei componimenti contenuti nell’opera, cosa quanto mai originale in un genere che tende spesso a privilegiare la vista e l’udito.
Dal punto di vista del movimento le poesie e le prose poetiche racchiuse in Pozzi di banalità hanno il ritmo di un rap contemporaneo. Riescono infatti ad unire la classicità dei temi ad aspetti al limite dell’avanguardia nelle modalità espressive, grazie ad un’apprezzabile arditezza negli accostamenti.
Se in alcuni punti si nota una certa maturità non ancora pienamente compiuta, pure si vede il guizzo di chi cerca e plasma la propria voce in un ambito in cui essere innovativi è una sfida imponente. Senza paura di mostrare la propria fragilità.
Particolare menzione meritano i componimenti “Combinazioni”, “Il vero” e “Ci vediamo tra 150 libri”, di particolare brillantezza.
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